Capitale di Ventura

Sicuramente Giampiero Ventura alzerà il sopracciglio leggendo chi oggi sui giornali lo chiamerà “mister Libidine”, o scriverà del suo “far frullare la palla”, espressioni dette una volta ma che la pigrizia del giornalismo sportivo gli ha tatuato addosso.

7 Giugno 2016 alle 20:39

Capitale di Ventura

Giampiero Ventura (foto LaPresse)

Sicuramente Giampiero Ventura alzerà il sopracciglio leggendo chi oggi sui giornali lo chiamerà “mister Libidine”, o scriverà del suo “far frullare la palla”, espressioni dette una volta ma che la pigrizia del giornalismo sportivo gli ha tatuato addosso. Ma la cosa che più lo farà sbuffare, conoscendolo, sarà l’insistenza sui suoi 68 anni. Che – anche se lui non li sente – secondo qualcuno erano motivo sufficiente per non affidargli la panchina azzurra. Invece da ieri Ventura è il nuovo commissario tecnico della Nazionale italiana, prenderà il posto di Antonio Conte dopo gli Europei, esordirà in panchina a settembre, contro la Francia. Vecchio e poco vincente, diranno molti, con in carriera al massimo un settimo posto da allenatore del Torino, due anni fa; prima tanta gavetta, un po’ di promozioni, qualche esonero, molte panchine cambiate. Eppure non c’è allenatore migliore di lui, per l’Italia del dopo Conte. E non solo perché l’ex mister della Juve andava a prendere appunti agli allenamenti del Pisa di Ventura, o perché Ventura portò avanti il lavoro di Conte a Bari, lanciando un certo Bonucci e un certo Ranocchia.

 

Ventura è l’allenatore italiano più simile a quello che gli inglesi del calcio chiamano manager, e per questo è più moderno di tanti giovani. Piace anche perché non ha padrini potenti, questo genovese burbero che conviene non fare arrabbiare (e la cosa potrebbe essere la sua rovina, col tempo). E’ un maestro di calcio come non ce ne sono più da un pezzo, e probabilmente ha lanciato più giovani di talento lui negli ultimi 7-8 anni che la metà degli allenatori di serie A messi assieme. Soltanto nel Torino ha fatto crescere Ogbonna, Darmian, Cerci, Immobile, Benassi, Zappacosta, Glik, Maksimovic e Belotti. A chi – dalle parti di Palazzo Chigi, dicono le malelingue, ma non solo – teme che Ventura sia un bollito, qualunque tifoso del Toro può garantire che non c’è rottamatore più efficiente di lui: arrivato a Torino nel 2011, ha evitato qualunque frase ad effetto sulla storia, la tradizione, la grinta e il cuore granata. Ha ricostruito un ambiente depresso senza lisciare il pelo ai tifosi (che dopo cinque anni si dividono tra chi gli sarà grato in eterno e chi lo metterebbe sotto con l’auto se lo incontrasse a un incrocio), ha portato una mentalità manageriale in una società che all’epoca pascolava in serie B, senza appeal e con giocatori mediocri: ha trovato un presidente, Urbano Cairo, che gli ha dato ascolto e lo ha fatto lavorare, e oggi lascia il Torino con una squadra di giovani di belle speranze, qualche certezza già cercata all’estero dalle cosiddette big, lo stadio Filadelfia – quello del Grande Torino – in ristrutturazione e un marchio, quello granata, in spolvero anche fuori dai confini. L’Italia che erediterà da Conte è un’incognita, sicuramente una delle più scarse degli ultimi quattro decenni, poco eccitante anche da un punto di vista mediatico.

 

Rispetto al futuro allenatore del Chelsea, Ventura sa tenere ottimi rapporti con i giornalisti, soprattutto quelli televisivi (se non avesse fatto il ct forse lo avremmo visto in tv, cosa che lui stesso non escludeva). Ci sarà molto da ricostruire, tanti giovani su cui scommettere – alcuni già li conosce bene – e un girone di qualificazione ai Mondiali difficilissimo. Potrebbe fallire, certo, ma è più probabile che riesca nell’impresa. L’unico allenatore passato indenne dal Torino negli ultimi vent’anni sa cosa vuol dire fare miracoli.

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