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La gioia breve di Djokovic al Roland Garros, la tortura eterna di Murray all’ennesima finale persa

Il tennista serbo vince l’unico torneo dello Slam che ancora gli mancava ed entra nella storia. Lo scozzese perde ancora. Racconto dal campo della finale di Parigi, con una morale: alle vittorie ci si abitua, alle sconfitte mai.

6 Giugno 2016 alle 10:49

La gioia breve di Djokovic al Roland Garros, la tortura eterna di Murray all’ennesima finale persa

Djokovic vince il Roland Garros, sconfiggendo Murray (foto LaPresse)

Parigi. Probabilmente ci si abitua alle vittorie, alle sconfitte proprio mai. Mentre Novak Djokovic, in vantaggio 5/4 al quarto set si preparava a cambiare campo e a servire per il suo primo Roland Garros della carriera, Andy Murray era ancora seduto sulla sua panchina con la testa nascosta sotto all'asciugamano; imprecava contro se stesso e intanto tirava i pugni contro le ginocchia. Quante volte ancora avrebbe perso una finale contro Djokovic? Al momento è già successo 10 volte. "Fuck!", urlava Murray, ma non lo ascoltava più nessuno. Il pubblico dal Philippe Chatrier ormai tifava per Djokovic, a un game dalla storia: vincendo a Parigi il tennista serbo avrebbe conquistato il suo dodicesimo titolo dello Slam, il quarto consecutivo. Fuori dal campo erano già cominciati i preparativi per la premiazione, i fotografi si erano spostati tutti dalla parte di Murray, volevano una foto di Nole nel momento della vittoria. Era questione di pochi minuti. A bordo campo era arrivato tutto lo staff del torneo per preparare la cerimonia di premiazione. E’ vero che dentro a un campo da tennis può succedere di tutto, quasi sempre, però, vince il migliore. Djokovic cercava di trattenere il sorriso, Murray continuava a strillare e guardava il suo box: lo staff dello scozzese era in piedi e applaudiva: "Come on". Anche la mamma di Andy era in piedi ma non applaudiva. Judy Murray ha tenuto gli occhi su suo figlio per tutta la durata della partita, nessun movimento, nessuna emozione.

 


Murray and Djokovic (foto LaPresse)


 

Quando Andy ha vinto il primo set, mentre il box gli urlava "this is the time", è la volta buona, la madre era l'unica a non sorridere. Aveva visto suo figlio perdere troppe volte, 24 solo contro Djokovic. Sapeva che era questione di tre, forse quattro set: il risultato non sarebbe cambiato neanche questa volta. Quando giochi contro un muro, il muro di solito vince. E’ una lezione che imparano i bambini fin da piccoli quando, in mancanza di avversari, pur di giocare a tennis passano interi pomeriggi a massacrare le pareti. La palla torna sempre indietro. La fantasia non serve a niente. Ogni volta che a Murray riusciva un rovescio diagonale profondissimo, Djokovic si appoggiava sulla velocità del suo avversario e rispondeva ancora più forte. Un avvoltoio. "Fuck", continuava a gridare Murray. Quando finalmente ha trovato la forza di alzarsi dalla sua panchina per andare a rispondere per il set, il match e il Roland Garros del suo avversario, Andy Murray imprecava ancora. In carriera ha perso 20 finali, dovrebbe essere abituato ormai, e invece no. L'ultimo game Murray non ha giocato più contro Djokovic, ma contro la sua disperazione. Ancora una volta, ancora una finale. Nel tennis la metà della volte si gioca con la paura di perdere, l'altra metà con la paura di vincere. E’ una tortura, una follia.

 

Novak Djokovic sul 40/15 e con due match point ha fatto un doppio fallo per paura di vincere, subito dopo Andy Murray stringeva i pugni fino a farsi male, come se servisse ancora a qualcosa: aveva paura di perdere. Subito dopo aver scavalcato la rete per abbracciare sinceramente il suo avversario si è di nuovo seduto sulla sua sedia con le lacrime agli occhi. Non ci si abitua proprio mai.

 

Adriano Panatta, vincitore di Parigi nel 1976, esattamente 40 anni fa, è entrato in campo per premiare Novak Djokovic. "Quanto dura la felicità dopo una vittoria?", gli avevano chiesto subito dopo la finale. "Sessanta secondi", aveva risposto lui malinconico. Un minuto dopo la fine della finale, si era accorto che era tutto svanito. Le sconfitte, invece, continuano a torturarti per anni interi.

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