Il Giro ama Irina Shayk, mentre scopre il talento di Ciccone e la generosità di Brambilla

Il giovane corridore della Bardiani, al primo anno da professionista, vince a Sestola la prima corsa in carriera. La maglia rosa, prima perde terreno, poi recupera e si mette a disposizione del compagno Bob Jungels che gli scippa il primato in classifica. Abecedario della corsa: L come Legnano, L come lettera (d'amore).

17 Maggio 2016 alle 17:41

Il Giro ama Irina Shayk, mentre scopre il talento di Ciccone e la generosità di Brambilla

Giulio Ciccone all'arrivo della decima tappa Campi Bisenzio-Sestola

Decima tappa, Campi Bisenzio-Sestola, 219 chilometri – Gli Appennini solitamente celano. Sono montagne antiche che sotto le sembianze morbide rivelano strade irte e paesi arroccati. Al Giro invece rivelano. Giulio Ciccone sino a questa mattina era un giovanotto di belle speranze, una promessa. Da questo pomeriggio invece qualcosa di più. Perché nel giorno del tappone appenninico, dell’arrivo in salita a Sestola, dell’ascesa del primo Gran premio della montagna di prima categoria, quello di Pian del Falco, ecco che il ragazzino si prende la scena, fa prima da gregario al capitano Stefano Pirazzi, poi tenta il numero in discesa. Se ne va da solo. Ci resta per tutti i sette chilometri e quattrocento metri della salita finale. Vince per la prima volta in  carriera, nella sua prima stagione tra i professionisti. E tutto questo dopo oltre 150 chilometri di fuga.

 



 

La gioia di Ciccone fa da contraltare alla delusione di Gianluca Brambilla. La maglia rosa fatica sulla penultima salita, si stacca, rientra, capisce che è finita la sua avventura da capoclassifica. La sua resa è però figlia di ordini di squadra. Brambilla infatti piazza il rosa della sua maglia davanti a tutti, conduce l’inseguimento ad Andrey Amador, costaricense d’alta quota, abilissimo nel planare in discesa sulle strade d’Italia. Sotto la sua guida il gruppo recupera terreno e il compagno di squadra Bob Jungels vede la sua maglia bianca di leader della classifica dei giovani, cambiare piano piano colore. Si tinge completamente di rosa quando il vicentino d’adozione si fa da parte e stremato continua accumulando ritardo sino al traguardo.

 

In classifica generale cambia poco o niente, se non per l’addio alle speranze di podio di Tom Dumoulin, che sul Pian del Falco si impantana in una giornata storta e l’addio alla corsa di Mikel Landa. Lo spagnolo dopo la cronometro era diventato il favorito per la vittoria finale, ma un virus intestinale ha trovato il modo di cancellare in fretta qualsiasi sogno di gloria.

 

Arrivo: 1. Ciccone; 2. Rovny +42"; 3. Atapuma + 1'20"; 4. Brown +1'53"; 5. Cunego +2'04"; 6. Amador + 2'10"; 7. Visconti +2'11"; 8. Valverde; 9. Chaves; 10. Fuglsang

Classifica generale: 1. Jungels; 2. Amador + 25"; 3. Valverde +50"; 4. Kruijswijk; 5. Nibali + 52"; 6. Brambilla + 1'11"; 7. Majka +1'44"; 8. Fuglsang +1'46"; 9. Zakarin + 2'08"; 10. Chaves +2'26".

 

 


Abbecedario fisso – l’altro Giro d’Italia di Maurizio Milani

 

L come Lettera. Ed ecco dunque una lettera d’amore alla signorina che in questi giorni sta facendo la pubblicità alla linea di intimo Intimissimi.

 

Gentilissima, avendo avuto l’incarico dai cda di 1.500 bar in Italia le comunico che è stata eletta come donna più bella dell’anno. Su 130.000 voti tutti hanno votato per lei. Mai nella storia di questa gara di bellezza si aveva avuto il 100 per cento di preferenze. Complimenti e saluti grandi.

 

Ti amo!

 

Per le altre, dispiace dirlo provo solo stima e affetto.


 

 

L’abecedario del Giro

 

L come LEGNANO. In principio fu un errore. Fu un uomo dell’organizzazione del terzo Giro d’Italia, quello del 1912, quello corso a squadre, che invece di scrivere Wolseley, il marchio inglese che aveva concesso la licenza a un imprenditore di Legnano, Emilio Bozzi, per costruire bici in Italia a nome Wolseley Italiana – poi contratto in Wolsit –, iscrisse la squadra come Legnano. Il principio fu grigiorosso, elegante certo, ma del tutto anonimo. L’esordio pessimo, ultimo posto in classifica e nessuna vittoria di tappa. Per dare risalto al marchio Bozzi cambiò prima colore, vestì i telai e i suoi uomini di verde, ramarro all’epoca, poi anche il nome: la Wolsit divenne Legnano. Era il 1921. Si narra che l’idea venne a Eberardo Pavesi. Pavesi era uno dei tre moschettieri del tempo dei pionieri: con Luigi Ganna e Carlo Galletti, diventò uno dei più forti corridori degli inizi del Novecento. Ganna era quello resistente e indomito, Galletti quello scalatore e veloce, Pavesi quello scaltro e calcolatore. Pavesi era l’Avocatt, che nella Milano di fine Ottocento era soprannome riservato a quelli che sapevano destreggiarsi nelle avversità, e quando venne contattato per rilanciare la Wolsit disse: “Bisogna cambiare nome, che questo porta sfiga”. Bozzi acquistò da Vittorio Rossi il marchio Legnano. Diventò la squadra più vincente della storia del ciclismo: 17 Giri d’Italia, 2 Tour de France, 7 Mondiali, 8 Milano-Sanremo, 11 Giri di Lombardia e centinaia e centinaia di altre corse. Bozzi era vulcanico e voleva avere sempre ragione: nel 1921 stava per strappare l’ultimo vincitore del Giro, Gaetano Belloni, alla Bianchi quando Pavesi lo bloccò. “Abbiamo Giovanni Brunero, non ci serve Belloni”. Gli diede del matto, poi per problemi burocratici l’affare saltò e Brunero vinse due Giri consecutivi. Bozzi capì chi aveva davanti e decise di affidare all’Avocatt la completa gestione della squadra. Nel 1924 Pavesi andò da Bozzi a battere cassa: “Ho trovato un campione, mi servono soldi per non farcelo fregare dalla Bianchi”. Bozzi rispose: “Abbiamo Brunero”. “Non hai capito questo è un fenomeno”. Bozzi si fidò, staccò l’assegno e il moschettiere tornò con Alfredo Binda, l’unico corridore pagato per non correre il Giro d’Italia perché troppo superiore agli altri. Con la maglia verde arrivarono poi Marchisio, Camusso, Bartali, Coppi, Baldini. Arrivarono successi a ripetizione.

 

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