Alcolica Amstel. La Gold Race e quella paura di fare l'impresa

Cinquantunesima edizione per la classica del nord più giovane. "Non è una gara è una corsa a eliminazione. Ho curvato più volte oggi che in tutta la stagione. Sono storno come dopo un’ubriacatura”, la descisse Anquetil dopo essersi ritirato durante la prima edizione. La vittoria di Knetemann e il rapimento alcolico.

17 Aprile 2016 alle 13:58

Alcolica Amstel. La Gold Race e quella paura di fare l'impresa

Amstel è fiume. Trentuno chilometri, attraversa la città di Amsterdam e sfocia nella baia di Ij. Nome olandese antico: Aeme stelle, luogo di acque abbondanti. Amstel è birra. Beiersche Bierbrouwerij in origine, 1892, Heineken dal 1964. Lager soprattutto: colore dorato intenso, punte dolci al primo sorso, leggermente amara in bocca poi. Esportazioni in tutto il mondo, immancabile in Olanda. Amstel è anche corsa, strade, biciclette, Gold Race. E’ parentesi olandese della campagna del nord del ciclismo professionistico. E’ la ragazzina delle classiche, una ragazzina che raggiunge appena le cinquantuno edizioni: adolescenza in uno sport che vede centenarie in gran forma ancora richiamare milioni di appassionati sulle strade.

 

Hermann Krott ha poco più trent’anni nel 1965 quando fonda l’Inter-Sport con Ton Vissers, di una decina di anni più vecchio ma con la stessa passione per il ciclismo. I due sono anni che escono in bicicletta per le campagne olandese, da anni che guardano il Belgio e tutte le sue corse e dicono che i cugini belgi sono fortunati ad avere tutti quei campioni che lottano tra di loro in primavera. Dicono che L’Olanda non può rimanere spettatrice e deve mettersi in mostra, perché se è vero che il Belgio è storia del pedale, i panorami e le strade olandesi non sono da meno: sono belli e cattivi come e forse di più di quelli valloni. E poi con la loro organizzazione superare i belgi sarà un giochetto. A fine di quell’anno ottengono la sponsorizzazione della Amstel e di un’altra decina di aziende. La corsa si farà. Si chiamerà Gold Race e sarà un evento.

 

Krott e Vissers si mettono al lavoro, organizzano e invitano, tracciano percorsi, scoprono colli, strappi, campagne. Segnano sulla carta 250 chilometri di labirinto stradale in nemmeno cento chilometri quadrati. Portano alla partenza il meglio del ciclismo oranje e pezzi pregiati di quello europeo. Sulle ruote i chilometri diventano oltre trecento di curve e saliscendi: imprevisti da debutto. Ne viene fuori una battaglia incredibile, scatti e inseguimenti: il 30 aprile partono in 130, arrivano in 30, vince Jean Stablinski, francese, su Bernard Vandekerkhove e Jan Hugens. Al via si presenta anche Jacques Anquetil, il più forte corridore nelle corse a tappe del primo quinquennio degli anni Sessanta, in fase calante della carriera, ma capace comunque di conquistare la Liegi-Bastogne-Liegi una settimana dopo. Anquetil percorre nemmeno centocinquanta chilometri, cade tre volte. Commenta alla stampa francese: “Torno a casa. Mai visto una cosa del genere. Non è una gara è una corsa a eliminazione. Le strade sono minuscole, il percorso è un groviglio. Ho curvato più volte oggi che in tutta la passata stagione. Sono storno come dopo un’ubriacatura”.

 

 

L’Amstel è un budello di curve, di strade che non raggiungono i due metri, di dossi artificiali, strettoie. E’ tensione nervosa, una lotta snervante per stare davanti, attenzione spasmodica. Staccare la spina è impossibile, distrarsi può voler dire addio alla corsa. Serve abitudine alla lotta. Chi non regge si ubriaca di curve.

 

La strada è questo, il resto è festa. Attorno ai corridori che animarono la prima edizione si schierano in trecentomila. Raddoppiarono l’anno dopo. Quadruplicarono nel 1968. Nel 1996 il giornalista francese Remy Proist rimase in Olanda oltre una settimana per raccontare la gara per il quotidiano belga Soir. Seguì la corsa con i tifosi. Non scrisse l’articolo che aveva concordato. Si riprese solo il giorno dopo. Iniziò così: “L’Amstel è un delirio mai visto. La non corsa più pazzesca che c’è. I corridori lottano. C’è chi scatta, chi va in crisi. C’è chi vince e chi perde come in tutte le corse al mondo. Lo spettacolo però è al di là delle transenne, nelle centinaia e centinaia di ritrovi nelle campagne limitrofi”. Quell’edizione la vinse il nostro Stefano Zanini (prima di sei vittorie italiane). Lo fece con un assolo cattivo e frizzante, alcolico. Al di fuori della corsa, mentre Proist si perdeva nei festeggiamenti, oltre un milione e mezzo di appassionati occupava le zone attorno a Maastricht. Due anni dopo la provincia del Limburgo stimò in 2,8 litri il consumo a persona di birra nel giorno della corsa. Un’ubriacatura collettiva, ciclistica. Perché al nord, in Olanda come in Belgio, le classiche sono giorno di festa nazionale: i ciclisti passano, i paesi si fermano, i tifosi festeggiano.

 

 

Proist nel suo racconto parla di un ritrovo diffuso, di griglie fumanti e litri e litri di birra. Tutto scorre tra chiacchiere e corridori. Anquetil nel 1970 racconta all’Equipe le sue campagne del nord: “Il Fiandre e liturgia, la Roubaix un massacro, la Liegi un banchetto, ma è all’Amstel, al di là della corsa, che i corridori scoprono un paese dei balocchi”. Il campione francese parla del dopo corsa, delle feste imbastite dagli organizzatori: “Entri in un mondo surreale dove non c’è più differenza tra ciclisti e tifosi: i racconti sono collettivi, come i brindisi”.

 

Gerrie Knetemann è olandese, ha nel futuro un Campionato del mondo, ma nel 1974 ha solamente ventitre anni e nessuna esperienza. Al primo anno di professionismo è facile non vincere, ancor più facile fare fatica; il ciclismo è uno sport da decantare, serve tempo per gustarlo. Gerrie però se ne frega del tempo e il 13 aprile si inventa uno scatto da lontanissimo, si inventa oltre centocinquanta chilometri di fuga prima con Hennie Kuiper e Wilfried David, poi da solo. Vince l’Amstel con oltre tre minuti sul secondo. E’ la nova edizione e una cosa del genere l’aveva fatta solo Eddy Merckx l’anno prima. Eddy è belga, cugino; Gerrie invece è autoctono, potenzialmente un campione. Si assiste a un impazzimento generale. Gerrie portato in trionfo e poi “rapito” dopo le premiazioni. Lo trovarono solo a notte davanti alla fabbrica dell’Amstel assieme al numero uno dell’azienda, il governatore della provincia del Limburgo e il sindaco di Maastricht e a un’altra cinquantina di persone, attorniati da oltre centocinquanta bottiglie di birra. “Una per chilometro di fuga”, disse il capo-sponsor: "D'ora in poi chi vince avrà diritto a un trattamento regale".

 

 

Forse è anche per questo che ormai da diversi anni i corridori aspettano il Cauberg, l’ultima ascesa per piazzare il colpo giusto, per provare a ottenere la corsa.

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