Grigi sì, ma di carattere. La missione (forse) impossibile dell'Alessandria contro il Milan e l'epopea di una rinascita

Calcio e amministrazione locale vanno di pari passo, nel bene e nel male, ad Alessandria. La società come il comune sono passati per un fallimento e provano ora a risalire. La squadra è arrivata alla semifinale di Coppa Italia e tenta l'impresa a discapito dei rossoneri.

26 Gennaio 2016 alle 17:00

Grigi sì, ma di carattere. La missione (forse) impossibile dell'Alessandria contro il Milan e l'epopea di una rinascita

I giocatori dell'Alessandria festeggiano la vittoria contro il Cuneo in campionato (foto LaPresse)

Un cammino parallelo, con la voglia comune di rinascere. Calcio e amministrazione locale vanno di pari passo, nel bene e nel male, ad Alessandria. Il fondo lo tocca prima il pallone, con un il fallimento della società nell'agosto 2003 e la discesa tra i Dilettanti. Quindi il governo della cosa pubblica, con il dissesto dichiarato ufficialmente a fine giugno 2012, pietra tombale della Corte dei Conti sulla giunta di centrodestra, da poco travolta alle elezioni. La città riparte con un'alleanza di sinistra, guidata da Rita Rossa, e con un piano lacrime e sangue. Un percorso lungo, ma che prova a scuotere una città in cui la Borsalino è una gloria del passato e una nuova identità è ancora da trovare. Un percorso comunque complicato, soprattutto impopolare. Rossa lo scopre sulla propria pelle visto che, da due anni, si trova all'ultimo posto nella classifica di gradimento dei sindaci stilata da Il Sole-24 Ore.

 

Una classifica che invece si ribalta nel calcio. Ripartita dall'Eccellenza, passata attraverso una retrocessione a tavolino nel 2011 per i magheggi dell'allora presidente Giorgio Veltroni, oggi l'Alessandria è tornata agli onori del mondo, inteso come mondo del pallone. Da Gianni Rivera in poi, non era più successo nulla. O quasi. Nel 1960 saluta, per andare al Milan, quello che sarebbe diventato il Golden Boy del calcio italiano. Nel 1960 l'Alessandria saluta la serie A per non farvi più ritorno e dopo aver regalato ottimi giocatori. Su tutti Giovanni Ferrari, campione del mondo 1934 e 1938 e otto volte scudettato con Juventus, Ambrosiana Inter e Bologna. C'è voluta una Coppa Italia per far riscoprire l'esistenza di una squadra dall'insolita maglia grigia, grigia come la nebbia che – immancabilmente – segna ogni inverno della città e descritta con amore da Umberto Eco, altra gloria locale. L'Alessandria ha raggiunto una semifinale, come non avveniva dal 1984 per una squadra di serie C (era il Bari di Bruno Bolchi) o di Lega Pro, come si dice oggi. Un cammino che ha lasciato sul terreno vittime illustri (Palermo e Genoa battute in trasferta) e che ha posto la città sotto i riflettori di Bbc ed Equipe, sempre alla ricerca di nuove storie da raccontare.

 

Quella dell'Alessandria ripartita dalle proprie ceneri è molto semplice. Porta il nome e cognome di un presidente giovane e appassionato. Luca Di Masi compra la società nel febbraio 2013, quando non ha ancora 37 anni. In città è un illustre Signor Nessuno, arriva da Torino (sponda granata), dove la famiglia è conosciuta per un negozio di alta moda gestito nel salotto buono di piazza San Carlo. Ha scoperto l'Alessandria attraverso comuni amici, è andato a tifare in curva in serie D, si è ripromesso di acquistare il club. Quando ci riesce, lo rivolta da cima a fondo, dandogli pochi ma chiari obiettivi: collaborazione con le forze produttive, attenzione al merchandising, recupero del senso di appartenenza. Oggi l'Alessandria è un “modello”, definizione di Gabriele Gravina, neopresidente della Lega Pro, per capacità di attrarre sponsor e di promuovere interesse. Come avviene per la partita di oggi, organizzata all'Olimpico di Torino per l'inadeguatezza del vecchio Moccagatta, affascinante ma buono per accogliere poco più di 5.000 spettatori e girare film storici sul calcio.

 

[**Video_box_2**]Un appuntamento capace di muovere quasi 20.000 persone, perché è una semifinale di Coppa Italia e perché l'avversaria è il Milan, squadra che ha sempre goduto di buon tifo, e non soltanto per via di Rivera. Sulla panchina siede Angelo Gregucci, nato difensore centrale ad Alessandria e una solida carriera alla Lazio. E' tornato in città per riprendere un percorso ammaccato da troppi esoneri. Ha plasmato in corsa (subentrando a fine settembre a Beppe Scienza) una squadra costruita per salire in serie B, guidata dal bomber di provincia Riccardo Bocalon (un passato all'Inter, giustiziere di Genoa e Spezia), con un gruppo compatto di italiani e molto carattere sudamericano (il brasiliano Mezavilla, l'argentino Morero e l'uruguaiano Sosa). Il doppio confronto con i rossoneri appare impossibile, pur se le controparte è malconcia. Ma i dilettanti del Calais, finalisti nella Coppa di Francia 2000, hanno già ricordato come Davide avesse buona mira...

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