L’ultimo C’mon! di Hewitt

All’Australian Open ha giocato il suo ultimo match il campione australiano, numero uno nel 2001 e 2002 (con la complicità di Sampras).
L’ultimo C’mon! di Hewitt

Hewitt durante il suo ultimo match perso contro Ferrer

È stato al posto giusto nel momento giusto. Ieri, l’australiano Lleyton Hewitt, perdendo in tre set contro lo spagnolo David Ferrer, ha dato l’addio al tennis proprio nei suoi Australian Open. Hewitt si è ritrovato nell’interregno fra Peter Sampras e Roger Federer e ne ha approfittato, diventando nel 2001 il più giovane numero uno da quando esiste la classifica Atp.

 

Ma non senza lo zampino di Sampras. Hewitt, chiamato amichevolmente Leutonio dai (neanche pochi) fan italiani o anche Rusty (nome datogli dal coach Darren Cahill per la rassomiglianza con Matt Dillon nel film di Francis Ford Coppola “Rusty il selvaggio”) si era già messo in luce vincendo il suo primo torneo a diciassette anni non ancora compiuti (è nato il 24 febbraio 1981) a Brisbane nel gennaio 1998, battendo Andre Agassi in semifinale. A Wimbledon, nel 1999, Hewitt era pure stato l’ultimo giocatore a essere sconfitto in carriera da Boris Becker.

 

Ma è allo US Open del 2001 che l'australiano arriva ai vertici della classifica mondiale, grazie a un sorteggio particolare. Il 'vecchio' Sampras (almeno per gli standard dell’epoca), dopo un’annata mediocre, incontra nei quarti Agassi. Affrontare il rivale di sempre, che lo aveva battuto nei ultimi tre confronti diretti, risveglia l’orgoglio di 'Pistol Pete' e i due danno vita a una splendida battaglia di tie-break (quattro set senza neppure un break), che si aggiudica Sampras, il quale doma anche il campione uscente degli US Open, Marat Safin, per poi crollare in finale dall’allora poco conosciuto Hewitt.
Agassi è da poco diventato papà e negli ultimi due mesi non ha visto il campo in partite ufficiali. La particolare congiuntura è perfetta per Hewitt: il rivale si presenta al Masters di Sidney scarsamente allenato, e Rusty (che vince anche il Masters, giocato in casa) chiude l’annata al primo posto della classifica Atp.

 

Nel 2002 sono Hewitt e Agassi i più forti giocatori del mondo. Safin gioca a sprazzi e il tennis di Federer non è ancora “l’esperienza religiosa” poi cantata da David Foster Wallace. Quello di Rusty è lontano dal classico serve and volley australiano, il cui ultimo esponente di spicco è stato Rafter, classe 1972, che si ritira a fine 2001. Il suo è invece un tennis di corsa e resistenza, di “garra”, ben esemplificato dal suo grido di battaglia “C’mon!” e che poi Rafa Nadal tradurrà in “Vamos!”. Tanta grinta, ma scarsa simpatia, il suo tennis accende pochi appassionati.

 

Per chi era cresciuto con Sampras, Edberg e Becker (e prima ancora con McEnroe), la sua finale di Wimbledon 2002 con l’argentino David Nalbandian (non ancora il giocatore che nel 2007 avrebbe dominato i tornei dell’autunno europeo mettendo in fila Federer, Nadal e Djokovic), non è da ricordare tra le più spettacolari.

 

Il tennis di Hewitt era adatto all’erba: certo non era un giocatore di serve and volley (anche se sapeva giocare a rete), ma lo slice da destra, il lob liftato, il dritto anomalo dal centro con attacco in controtempo erano armi pericolose sui prati.  Non a caso ha vinto ben otto dei suoi trenta titoli sull’erba, compreso l’ultimo del 2013 a Newport.

 

È però ancora grazie (o per colpa di) a Sampras se Hewitt termina la stagione al primo posto. Pistol Pete, in fase sempre più declinante, si risveglia allo US Open: batte il solito Agassi e si aggiudica il quattordicesimo (e ultimo) major della sua carriera. E consegna a Hewitt il primo posto nel ranking a fine anno, che l’australiano poi avrebbe suggellato vincendo di nuovo il Masters.

 

[**Video_box_2**]Nel 2003 esplode Federer, che batte facilmente Hewitt nella finale degli US Open 2004, mentre l’anno successivo l’australiano perde da Safin in finale nello Slam di casa (il russo aveva sconfitto Federer in semifinale in un match passato alla storia). Nell’ultimo decennio, causa anche vari problemi fisici (viene operato cinque volte). E così inizia la sua parabola discendente.

 

Nei primi anni Duemila lo detestavamo cordialmente, un po’ perché aveva tolto due probabili ultime annate da numero uno ad Agassi (Andre sarebbe comunque tornato per qualche settimana ai vertici del ranking nella primavera del 2003); un po’ per la desolante finale di Wimbledon, ma il tempo stempera le antipatie, come del resto era accaduto a Jimmy Connors (molto più antipatico di lui). Se il tempo, come scriveva Edmondo Berselli (lui sì, compianto) rende gli intellettuali Venerati Maestri, trasforma anche gli atleti in declino in Rimpianti Campioni.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi