Pacheco e i suoi fratelli: perché continua la carneficina dei calciatori sudamericani

Il giocatore dell'El Salvador è stato ucciso a colpi di pistola, forse per una vicenda legata al calcioscommesse. Ma il suo è solo l'ultimo di una lunga serie di omicidi in cui le vittime sono calciatori dell'America latina.
Pacheco e i suoi fratelli: perché continua la carneficina dei calciatori sudamericani

Alfredo Alberto Pacheco in azione

Alfredo Alberto Pacheco aveva compiuto 33 anni il primo dicembre. Difensore mancino, aveva giocato dal 1999 al 2009 nella serie A salvadoregna con la maglia del C.D. Fas, un club della sua città natale di Santa Ana. Nel 2009 era poi andato negli Stati Uniti al New York Red Bulls, per poi tornare in patria, nel biennio 2009-2010 con il CD Águila, tra il 2010 e il 2014 con l’Isidro Metapán. Ma soprattutto era stato il calciatore che aveva giocato il maggior numero di partite con la nazionale dell’El Salvador: 72, medaglia d’oro ai Giochi centroamericani e del Caribe del 2002, che si aggiungeva ai sette scudetti che aveva vinto con squadre di club. Capitano dell’El Salvador alle eliminatorie per i mondiali del 2010, la fascia gli era stata però ritirata dopo che in una discussione per strada aveva preso a pugni un tifoso di appena 17 anni. Oltre che per le sue pettinature stravaganti e per i suoi tatuaggi, era famoso per il suo caratteraccio. Il 20 settembre 2013 la Federación Salvadoreña de Fútbol lo aveva squalificato a vita assieme ad altri 13 calciatori per una vicenda di calcioscommesse. Lui aveva continuato a giocare nelle serie minori californiane, con il Real Azacualpa. Il 27 dicembre si trovava a Santa Ana  quando è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco in una stazione di servizio. Era con degli amici quando alcuni killer sono arrivati in auto e hanno aperto il fuoco. Pacheco è stato ucciso, due altre persone sono rimaste ferite. Il movente è ignoto: difficile non pensare a collegamenti con la vicenda delle scommesse, ma un personaggio con una personalità come la sua poteva avere nemici per mille altre ragioni. Comunque, nell’El Salvador 2015 gli omicidi sono aumentati del 72,15 per cento quest’anno e si aspetta che il tasso a fine anno sarà di 103,14 omicidi ogni 100.000 abitanti. Basti pensare che oggi è pari a 18,09 omicidi al giorno, più del 17,36 dei tempi della guerra civile. Il livello di omicidi pro capite del paese è il più alto del mondo.

 

L’omicido di Pacheco avviene ad appena 17 giorni di distanza da quello di un altro calciatore, Arnold Fabián Peralta Sosa. Aveva 26 anni, era centrocampista  del Deportivo Olimpia, già da anni nel giro della nazionale dell’Honduras, titolare alle Olimpiadi del 2012, appena convocato per l’amichevole in programma contro Cuba. Reduce da una stagione trascorsa con la gloriosa maglia scozzese dei Rangers di Glasgow. Anche lui è stato ucciso nella città natale, La Ceiba e anche lui è stato vittima di un agguato: due uomini in motocicletta che gli hanno sparato mentre stava per risalire sulla sua auto nel parcheggio di un centro commerciale, dopo aver fatto la spesa.

 

Ma un po’ in tutta l’America latina ci sono susseguiti casi del genere. E non è necessario avere avuto una storia personale difficile come Pacheco per fare quella fine. Il caso più famoso, ad esempio, è quello del colombiano Andrés Escobar Saldarriaga, che chiamavano “el caballero del fútbol” per il suo fair play.  Nato a Medellín il 13 marzo 1967, difensore del Nacional di Medellín, giocava nella nazionale colombiana che si era presentata con grandissime speranze ai Mondiali negli Stati Uniti del 1994. Addirittura, Gabriel García Márquez l’aveva pronosticata come vincitrice. E già per Saldarriaga si parlava di un interessamento del Milan. Ma il 22 giugno, a Los Angeles, quella nazionale perse per 2-1 una partita decisiva con i padroni di casa, e il primo punto degli americani fu propiziato da un autogol di Escobar. Il 2 luglio successivo, si trovava con la fidanzata nel parcheggio di una discoteca di Medellín quando fu riconosciuto e aggredito verbalmente da due fratelli collegati ad ambienti di narcos e paramilitari. Mentre discutevano, arrivò l’autista dei due e gli sparò alla testa. Secondo la fidanzata, l’assassino avrebbe gridato “Goal!”, ma altri testimoni riferirono che l'assassino avesse detto: “Grazie per l'autogoal”. Figlio di un banchiere, i suoi famigliari gli hanno intitolato una scuola di calcio per bambini poveri.

 

Ma in Colombia c’è stata anche la storia di Elson Becerra, difensore 27enne della nazionale che era stato tesserato in Qatar, e che l’8 gennaio 2006 fu ucciso con quattro colpi di pistola mentre ballava in una discoteca della natia Cartagena. E quella di Albeiro Usuriaga “El Palomo”, un difensore che aveva giocato in Spagna, Argentina, Messico, Paraguay e Venezuela oltre che in Colombia, e che l’anno dopo il ritiro, l’11 febbraio 2004, in un bar fu ucciso a colpi d’arma da fuoco da un giovane sceso da una moto. Secondo gli inquirenti, Usuriaga fu ucciso perché era stato testimone di un altro omicidio. Il 19 ottobre 2011, a Cali, fu ucciso anche Edison Chará, difensore. Poco prima di partire per la Cina, dove era stato tesserato, fu vittima dell’agguato di un gruppo di incappucciati. Ad appena 22 anni, il 15 gennaio 2014, è stato ucciso Ferley Reyes, difensore della Unión Magdalena. Aggredito da sicari in motocicletta, da un parrucchiere a Santa Marta.   

 

[**Video_box_2**]Ecuadoriano era Freddy Castillo: assassinato a 34 anni da una pallottola che lo colpì al petto l’11 agosto 2013. Pedro “Chino” Coudannes era invece un centrocampista argentino che aveva iniziato la sua carriera nel San Lorenzo de Al magro, la squadra di cui è tifoso Papa Francesco, e giocava nell’Argentino Juniors quando il 17 giugno 1985, a 29 anni, fu ucciso in un tentativo di rapina sulla porta di casa sua. Era argentino pure Félix Orte “el Pampa”, difensore che era arrivato alla nazionale, ucciso a 33 anni anche lui sulla porta di casa il 19 novembre 1989 con un colpo di pistola in pieno volto. David Mendoza era un difensore messicano, ucciso a 30 anni il 31 ottobre 2008 mentre usciva dallo stadio della natia Guadalajara, dove assisteva a una partita poco dopo essersi ritirato. E guatemalteco era Carlos Mercedes Vásquez, difensore 28enne che il 26 novembre 2010 fu sequestrato per una questione di donne. Il suo cadavere mutilato fu ritrovato due giorni dopo.   

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