Il ritorno del contropiede ci consola, la pelata dell'Uefa ci sconforta

La fine del tiki taka e gli 0-0 col coltello fra i denti ci piacciono, l’ennesima anima morta della Uefa che vuole il posto di Blatter ci precipita in uno sconforto iberico. Il problema è darsele signori, meglio se di santa ragione.
Il ritorno del contropiede ci consola, la pelata dell'Uefa ci sconforta

I tifosi del Sunderland sono analogia dell’occidente: tanti smartphone. Solo uno sta pregando (foto LaPresse)

Liverpool. Il problema è darsele signori, meglio se di santa ragione. Avevo preparato la riserva di brandy per godermi al massimo il derby di Manchester tra United e City, partita che prometteva molto e ha mantenuto persino di più, nonostante il tabellino racconti uno 0-0 con pochi tiri in porta. Mi dicono che domenica su Fox un sobrio Fabio Capello continuava a esaltare ritmi, palleggio e azioni delle due squadre. E ne aveva ben donde, dato che si è visto più gioco in dieci minuti di derby di Manchester che in dieci partite di Juventus, Milan e Inter messe insieme. Si fotta il tiki taka, come ripetiamo su queste pagine da anni, e come ha saggiamente scritto ieri Tony Damascelli, facendo un elogio del contropiede che si sposa alla perfezione con il mio elogio dello 0-0 tra i due Manchester: se la Roma ha infatti potuto punire corporalmente la Fiorentina è perché la Fiorentina glielo ha permesso giocando in modo esemplare. Se il punto è darsele, meglio se di sanata ragione, succede che lo 0-0 è il risultato paradossalmente perfetto, ma succede anche che prima o poi qualcuno le prende. La Fiorentina le ha prese, per questa volta. Spero solo che a Roma la prendano con calma, a questo giro, anche se c’è chi giura che domenica sera Antonello Venditti fosse già al Circo Massimo per un soundcheck.

 

Il calcio è questa roba qua (sempre che  l’Oms non decida che fa male, molto meglio la pallamano o la danza classica, tutto può succedere), il resto è surrogato per fighette, supercazzola riottesca, o al massimo truffa per spagnoli, gente che da anni ha come passatempo preferito quello di affossare qualunque sport capiti loro sotto mano con comportamenti scorretti, aiutini sospetti e due palle così nei passaggi (e a proposito di spagnoli, ho un suggerimento al direttore Cerasa: faccia preparare un bel ritratto di Jorge Lorenzo sul Foglio di venerdì prossimo, non sia mai che cade e Valentino Rossi vince il Motomondiale lo stesso). Lo sa bene José Mourinho, che gli spagnoli non li può più vedere, e che oggi soffre (per quanto ancora?) sulla panchina del Chelsea. I ritorni sono un rischio anche per i migliori, e se fossi un interista ci penserei due volte prima di esultare dopo aver sentito dire dallo Special One: “Tornare all’Inter? Perché no…”.

 


Evangelina Anderson, moglie del centrocampista argentino Martin Demichelis, che gioca nel Manchester City, reagisce sorpresa a uno scatto che la immortala mentre segue con tensione il derby tra la squadra del marito e lo United. E’ già pronta ad esultare perché i Citizens allenati da Pellegrini non si sono fatti piegare dai Red Devils di Val Gaal


 

Sono un ingenuo, ora me ne rendo conto. Ho creduto in coscienza che i due principali problemi del calcio globale, Blatter e Platini, si fossero risolti da soli, cacciandosi reciprocamente fuori dalla burocrazia pallonara con mazzette e male parole. Che delizia vedere Platini sospeso, quindi sostanzialmente impossibilitato a raggiungere il più alto scranno, per un versamento di sterline ordinato da Blatter, e che l’ex giocatore non è riuscito a giustificare nemmeno in quattro conferenze stampa, roba che al confronto Marino è un revisore dei conti del M5s. Il burocrate svizzero in disgrazia ridacchia per il male procurato, il burocrate francese (che è uguale a un burocrate svizzero ma mangia le rane) si straccia le vesti per il Gran Biscotto preparato dal Grande Architetto.

 

Il collasso della mia felicità per questa caduta degli idoli è avvenuto d’improvviso ieri, quando nell’ultimo giorno utile la pelata del segretario Uefa, Gianni Infantino, ha annunciato la sua candidatura alla presidenza della Fifa, operazione chiaramente telecomandata dall’inibito e disinibito Platini, e goffamente mascherata da putsch. Infantino è un burocrate calabro-svizzero (che è uguale a un burocrate svizzero e a uno francese, ma conta meno) che si è girato un bel numero di incarichi, scalando ranghi del complicatissimo organigramma come il personaggio di un romanzo russo immerso nella faticosa ascesa della burocrazia zarista. In questa riedizione calcistica delle anime morte di Gogol’, Infantino interpreta il ruolo di protetto di Platini, che prima era toccato allo scozzese David Taylor, diventato sgradito per una certa indipendenza di pensiero e quindi silurato dal bizzoso signore del palazzo. Poi Tayolr è morto, ma in questo caso pare che Platini non c’entri nulla. Da allora è iniziata la diarchia Platini-Infantino, uno fa le comparsate, le interviste, i libri, le cene giuste, l’altro tiene in piedi la baracca e fa le cene giuste.

 

[**Video_box_2**]Dal palazzo glamour al palazzo grigio. Con la candidatura di Platini sospesa, forse temporaneamente o forse chissà, l’alternativa naturale è Infantino, e non a caso la Uefa lo sostiene compatta: “Crediamo che Gianni Infantino abbia tutte le qualità necessarie per affrontare le sfide più importanti e portare l’organizzazione su una strada di riforme per restaurare l’integrità e la credibilità della Fifa”. Platini da qualche parte se la ride, e magari finge indignazione per il suo delfino che punta al trono, tutti gli altri ridono molto meno.

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