Serena, Roger e gli altri. Perché a Wimbledon la rivoluzione continua a essere rimandata

Nel tempio dell'Immobilità la rivoluzione è ancora una volta rimandata. Il tennis è cambiato tanto, cambierà ancora. A Londra splende addirittura il sole, da quando hanno montato il tetto sul centrale la pioggia non fa più paura. La seconda settimana è cominciata con i prati perfetti dalle parti della rete, per forza, perché in terra incognita ormai ci vanno in pochi.
Serena, Roger e gli altri. Perché a Wimbledon la rivoluzione continua a essere rimandata

Roger Federer ha vinto a Wimbledon per la prima volta nel 2003. Dodici anni dopo è ancora tra i favoriti (LaPresse)

Nel tempio dell'Immobilità la rivoluzione è ancora una volta rimandata. I rottamatori devono attendere. Eppure avevano cominciato togliendo l’inchino, siamo nel terzo millennio si sono detti e a qualcuno è venuto un mancamento. Si era nel 2003. Adesso i giocatori, prima di cominciare l’incontro, hanno l’obbligo di inchinarsi solo davanti a sua maestà, ma la regina a Wimbledon non viene mai. La sua ultima apparizione risale al 2010, quella precedente al 1977. Intanto, nelle Academy del tennis ricchi manager con la racchetta in mano inchiodano i campioni del futuro sulla linea di fondo a colpire palline su palline fino a quando il corpo non si ribella. Sempre lo stesso colpo, sempre più forte. Basta mandarla dall’altra parte della rete una volta in più del tuo avversario. Il tennis, giurano, è tutto qui. Qualcuno gli vuole dimostrare che sbagliano.

 

Nel monologo iniziale di "Match Point", il film di Woody Allen del 2005, una voce fuori campo si domanda se sia meglio avere fortuna oppure talento. Sullo sfondo una pallina viaggia da una parte all’altra della rete fino a quando si ferma sul nastro per qualche frazione di secondo. E’ meglio avere fortuna, conclude. Non a Wimbledon. Qui, dove il tennis è reale, per più di qualche motivo, sembra essere tutta una questione di Resistenza. C'è un torneo nel torneo. I vecchi leoni contro i cuccioli affamati di territorio. Ma un colpo in più del tuo avversario può non bastare. Il tennis è cambiato tanto, cambierà ancora. A Londra splende addirittura il sole, da quando hanno montato il tetto sul centrale la pioggia non fa più paura. La seconda settimana è cominciata con i prati perfetti dalle parti della rete, per forza, perché in terra incognita ormai ci vanno in pochi.

 

Eppure da qualche parte dentro l’All England Club di Londra più di qualcosa continua a  guardare al passato, a incitare alla Resistenza. L’obbligo del bianco è una regola vecchia quanto il torneo, risale al 1877. I giocatori hanno provato a ribellarsi. "A noi piacciono i colori”. Alla fine si sono dovuti arrendere. Per poter giocare sui campi di Wimbledon bisogna essere vestiti quasi interamente di bianco, con una piccola eccezione di cinque centimetri quadrati. Miss Eugenie Bouchard, numero 12 del ranking mondiale, è stata a lungo guardata male dal giudice di sedia perché indossava un reggiseno nero sotto il suo vestitino da vergine. Siamo tornati agli anni Cinquanta, si è lamentato Roger Federer, difettando in storia. Gli organizzatori gli hanno risposto multandolo per la suola arancione delle sue scarpe. Gli sponsor non hanno gradito, ma Wimbledon non ha bisogno di altri se non di se stesso: niente pubblicità sui teloni di fondo, solo un silenzio quasi irreale e il sudore.


Serena Williams durante il match contro Heather Watson (foto LaPresse)


Serena Williams ha le spalle larghe degli uomini potenti e l’emotività delle donne sensibili. Ha vinto Wimbledon per la prima volta quando ancora ci si doveva inchinare ai reali. Era il 2002. E’ la tennista più forte del mondo da una vita, eppure entra sul centrale fissando l’erba sotto ai suoi piedi quasi la volesse mangiare, come se fosse la prima volta e quando fa un punto si piega su se stessa e urla con tutto il fiato che ha in corpo: come on. A 34 anni piange ancora Serena, soffre ed è costretta un'altra volta a versare il sangue di famiglia contro la sorella Venus, splendida trentacinquenne. Vincere a Wimbledon è difficile, ma è ancora più difficile perdere o peggio ancora, abbandonare. Accettare di essere vecchi.

 

[**Video_box_2**]In una finale di pochi anni fa, era il 2009 ma sembrano passati secoli, la regia indugiava su un quadretto della tribuna dei campioni dove sedevano uno accanto all'altro Rod Laver, Manolo Santana, Bjorn Borg, Ilie Nastase e Pete Sampras. Tre generazioni di tennisti che si erano succedute in tempi naturali, fisiologici. La quarta stava un po' più in alto, dietro il vetro di un box tv ed era rappresentata da John McEnroe. Quel pomeriggio sul Central Court da oltre quattro ore si sfidavano a colpi di aces Roger Federer e un ragazzo del Nebraska, Andy Roddick. Avrebbe vinto, come quasi sempre, il primo: 16 a 14 nel quinto set. Oggi la natura vorrebbe che Federer, 34 anni tra un mese, tenesse compagnia a quel leggendario quintetto più uno e invece lo svizzero è il Principe dei Resistenti, il giardiniere gentile di Wimbledon, che come il Chance di Peter Sellers, nasconde dietro la leggerezza quasi estranea con la quale si libra sul campo la sua geniale ferocia. Dall’altra parte della rete i nuovi mostri affilano le racchette. Si chiamano Nishikori, Raonic, Dimitrov, Kyrgios, Pospisil, Goffin, Kokkinakis, Thiem, Coric, Belinda Bencic, Karolina Pliskowa, Elina Svitolina, Garbine Muguruza, Madison Keys. Sono i rivoluzionari in sala d'attesa. A Roger e a Serena e alla banda dei trentenni che presidiano la foresta da un tempo lunghissimo di oltre quindici anni devono ancora inchinarsi. Sono ancora loro i leoni. La nostra era finirà, dicono come disse Martina Navratilova, quando noi decideremo che è finita. Rottamatori attendere, please.

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