Gli Usa vincono il Mondiale di calcio femminile, and it’s not about Lgbt

La Coppa del mondo di calcio femminile is not about the bra (traduciamo dall’inglese visto che, ultimamente, pare sia più conosciuto il greco: “non riguarda il reggiseno”). E, in tempi di sessismo percepito, la cosa ci arreca un sollievo equivalente alla gioia dell’esserci potute dileguare dalla maratona referendaria dell’Ellade.
Gli Usa vincono il Mondiale di calcio femminile, and it’s not about Lgbt

Mondiali di calcio femminile, il bacio saffico tra Wambach e la moglie

Roma. La Coppa del mondo di calcio femminile is not about the bra (traduciamo dall’inglese visto che, ultimamente, pare sia più conosciuto il greco: “non riguarda il reggiseno”). E, in tempi di sessismo percepito, la cosa ci arreca un sollievo equivalente alla gioia dell’esserci potute dileguare dalla maratona referendaria dell’Ellade, con la scusa perfetta: “Devo guardare Giappone-Stati Uniti, amore, scusa se ti lascio solo, spero che la diretta di Mentana ti sia lieve”. A parte i feticisti del ricorso al Tar, sapevamo perfettamente che nessun sano di mente avrebbe potuto azzardarsi a controbattere nel modo in cui, invece, noi signorine siamo legittimate a fare quando un maschietto antepone una qualsiasi partita a bisogni e/o obblighi culturali, familiari, fisiologici, cioè apparentarlo alla turpitudine dei genocidi. Questo perché il calcio femminile gode dell’immunità riservata alle conquiste di genere: è un avanzamento di costume, la prova più nazionalpopolare del fatto che non esistono cose da uomini e cose da donne – tranne l’eunuco: quello è solo maschio, quando Germaine Greer scrisse “L’eunuco femmina”, negli anni Settanta, si sbagliava. E persino di più: “Dove i maschi non riescono ad arrivare, ci pensano le donne”: inizia così l’articolo di Gazzetta.it, sull’impresa delle undici americane che domenica hanno battuto le giapponesi, a Vancouver, in Canada, conquistando il titolo mondiale per la terza volta nella storia della loro Nazionale, con un epico 5 a 2.

 

Quando gli Stati Uniti batterono la Cina, nel Mondiale rosa del 1999, la centrocampista Brandi Chastain si sfilò la maglietta per esultare. Il suo reggiseno sportivo è rimasto nella storia e, all’epoca, oscurò il resto, cioè che le donne possono arrivare dove gli uomini arrivano o non arrivano più, tanto che, per levare un po’ di quella nebbia folkloristica – e, diciamolo con un sospirone, sessista – qualche anno più tardi scrisse il libro “It’s not about the bra”, per dire che quel passaggio iconico era diventato una sosta e che ne aveva abbastanza delle interviste che iniziavano con “in quanto donna” e che le interessava lo sport (forse aveva paura che Madonna le chiedesse di girare un film sulla sua vita).

 

Niente tette, invece, nell’immagine simbolo della finale di Vancouver, ma il super bacio (Quartz ha scritto “groundbreaking kiss”) che Abby Wambach, anima della squadra statunitense, è corsa a vidimare tra le braccia di sua moglie, Sarah Huffman, a partita conclusa e vittoria proclamata. Un’occasione ottima, per buona parte dei giornali (quelli col nome che finisce in -Post, quasi tutti e anche, inappuntabilmente, quello nostrano che finisce in -pubblica), che onorano quotidianamente l’hashtag dell’amore che vince, per ricordare che la Corte Suprema Americana ha recentemente legalizzato le nozze gay (meglio dire, però, matrimoni egualitari: lo ha stabilito il “lessico del rispetto” apparso sul primo numero della nuova Unità).

 

[**Video_box_2**]Da quando l’arcobaleno ha preso a colorare il filo, originariamente rosso, con cui si uniscono fatti e questioni, la pertinenza, dopotutto, non conta. Eppure, il tentativo di fare di quel bacio la cifra del Mondiale femminile, è stato più timido di quanto ci si potesse aspettare. Sarà stato merito di Brandi Chastain, delle 53 mila persone che hanno seguito la finale per mero amore del calcio, della sconfitta di giudizi sciocchini (finalmente liquidati come tali e non additati come segno di una mentalità atavica e non sradicabile) come “il calcio femminile è roba per lesbiche” – che a Felice Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, qualche mese fa, erano però costate molto care – o della crisi greca, ma sul ponte hanno sventolato più bandiere di palloni che di arcobaleni. Addirittura, il tweet “siete belle e bravi” non sembra essere costato la vita al suo autore (a noi ha quasi provocato un innamoramento). Tuttavia, restiamo in allerta, confidando di non doverci ritrovare a leggere, tra qualche anno, “It’s not about LGBT”: sarebbe un tomone perdibilissimo, ma in quanto donne non potremmo esimerci dal leggerlo. Che fatica.

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