Perché la sospensione del fair play finanziario è un duro colpo a Platini

Un tribunale di Bruxelles ha rimandato alla Corte di giustizia europea di Lussemburgo il vaglio delle nuove norme che imponevano ai club calcistici bilanci più rigidi. Regole giuste solo in linea di principio, ma male applicate. Allargando così il divario tra le società più forti e quelle più deboli.
Perché la sospensione del fair play finanziario è un duro colpo a Platini

Michel Platini (foto LaPresse)

Il Tribunal de Première Instance de Bruxelles ha parzialmente accolto il ricorso presentato dall’avvocato Jean-Louis Dupont contro la normativa che regola il fair play finanziario (Ffp), deferendolo alla Corte di giustizia dell’Unione europea per quanto riguarda le limitazioni al deficit complessivo che i club possono registrare in un determinato periodo d’osservazione, limite che è stato di 45 milioni di euro per le ultime due stagioni e che diventa di 30 per le prossime tre. La causa è stata promossa da un agente di calciatori, il belga Daniel Striani, e da alcune associazioni di tifosi del Manchester City e del Psg (club già sanzionati dall’Uefa per l’Ffp) per valutare la compatibilità del regolamento con i principi di libera concorrenza, circolazione dei capitali e libertà d’investimento. Il tribunale ne ha deciso l’immediata sospensione fino al momento in cui la Corte di giustizia si sarà pronunciata. L’Uefa ha già annunciato ricorso contro la sentenza confermando di voler proseguire verso la riforma del’fpf, che dovrebbe prendere il via il prossimo 1 luglio.

 

“Questa sentenza è una battuta d’arresto per l’Uefa che stava cercando d’imporre limiti al capitalismo sfrenato del football. Un messaggio politico prima che sportivo, perché viene messo in discussione il ruolo del governo del calcio europeo non soltanto come regolatore delle manifestazioni sportive ma anche del mercato, che è la cosa più importante”, ha detto al Foglio Pippo Russo, autore del libro Gol di rapina, in cui ha raccontato e smascherato il ruolo dei fondi d’investimento nel football mondiale. Una sorta di “tana libera tutti” che potrebbe riportare i club indietro nel tempo, quando spendevano in modo spensierato senza lo spauracchio dell’Uefa sulla regolamentazione dei movimenti di mercato. Nel contempo è un indebolimento della figura di Michel Platini, che sul Ffp ha scommesso gran parte del suo mandato, presentandolo come la rivoluzione copernicana che avrebbe salvato il calcio europeo dal default, avendo raggiunto inaccettabili livelli d’indebitamento. Un Platini che è uscito di fatto sconfitto anche dalla battaglia contro Blatter che, con dimissioni ancora tutte da confermare, è stato rieletto presidente Fifa con il voto, tra gli altri, del numero uno della federcalcio francese.

 

Jean-Louis Dupont è un avvocato belga, nato a Liegi nel 1965, specializzato in diritto comunitario, divenuto famoso grazie alla cosiddetta “sentenza Bosman” (che il 15 dicembre compirà vent’anni), che ha consentito ai calciatori professionisti, cittadini dell’Unione europea, di trasferirsi gratuitamente a un altro club alla scadenza del contratto. È lo stesso che per conto del G14 (associazione delle società di calcio europee più importanti, oggi trasformatasi nell’Eca, European Club Association) raggiunse un accordo con Uefa e Fifa per un compenso da corrispondere per ogni convocazione del giocatore in Nazionale, così come per un potere di codecisione sul formato sportivo ed economico di Champions ed Europa League. Ha contestato il voto che assegnò i Mondiali alla Germania nel 2006 instaurando il principio di rotazione tra i continenti e aprendo di fatto a Sudafrica 2010. È consulente legale della lega spagnola e di quella portoghese contro la Fifa per le Tpo (Third-party ownership), ovvero la presenza dei fondi d’investimento che il governo del calcio mondiale ha messo al bando dal 1° maggio.

 

“Platini e il suo staff non hanno saputo condurre una battaglia sacrosanta, intendiamoci, non hanno saputo a mio avviso tarare bene lo strumento del fair play finanziario, molto complesso, difficile da applicare e complicato da far capire. Sicuramente necessita di essere più snello in modo da non lasciare dubbi quando si sanziona”, ha ribadito Pippo Russo. Venerdì 19 giugno la Camera aggiudicatoria dell’organo di Controllo finanziario per club (Cfcb) ha squalificato la Dinamo Mosca dalle competizioni europee per le prossime quattro stagioni (fino al 2019), per non aver rispettato i requisiti inerenti al pareggio di bilancio stabiliti dagli articoli 58-63 dei regolamenti Uefa sulle licenze per Club e sul fair play finanziario: “Non posso dire che sia stata una sorpresa. Le discussioni riguardo il nostro rispetto dell’Ffp non sono iniziate né oggi né ieri, per questa ragione non abbiamo acquistato nessuno in inverno. Presteremo maggiore attenzione al settore giovanile”, ha commentato il presidente del club, Boris Rotenberg, in una nota apparsa sul sito ufficiale della Dinamo. Evidentemente la situazione dei russi era tale da non meritare ricorsi e polemiche, ma se l’intento del Ffp doveva essere quello di strumento d’aiuto le società a raggiungere il pareggio di bilancio e non punitivo, rispetto alle precedenti sanzioni contro Manchester City, Psg, Inter e Roma, per esempio, i quattro anni di squalifica appaiono abnormi e rischiano di minare pesantemente il futuro economico e sportivo della squadra di Mosca.

 

L’Eca aveva già chiesto alcune modifiche al Ffp: Welcome Package, i nuovi investitori beneficerebbero di soglie diverse d’indebitamento, partendo da 50 milioni il primo anno, scalando di 10 per ogni stagione fino ad arrivare a 20, con la garanzia del 50 per cento delle perdite previste dal business plan; tetto salariale di 200 milioni di euro per le squadre che partecipano alla Champions, di 125 per quelle che prendono parte all’Europa League; il 5 per cento dei ricavi obbligatoriamente destinato ai settori giovanili; l’indebitamento finanziario netto non deve superare tre volte il patrimonio netto della società; equiparare i club appartenenti a regimi fiscali diversi; stop definitivo alle Tpo. L’Uefa, conscia di queste richieste e consapevole della causa aperta al tribunale di Bruxelles, aveva già in mente di modificare il meccanismo del fair play finanziario, come anticipato alcuni mesi fa dal sito calcioefinanza.it. I club che vogliono investire potranno evitare il freno del Ffp con un voluntary agreement, presentando un piano con investimenti, ricavi e perdite previste, solo cose certe: non si potrà iscrivere, per esempio, la futura partecipazione alla Champions League. L’investimento potrà essere spalmato su più anni con il primo scontato dall’Uefa, escludendo dai calcoli il deficit iniziale. Chi vorrà seguire questa strada dovrà garantire le perdite con una fideiussione e se al termine del periodo di osservazione i conti non tornano il club sarà processato e sanzionato.

 

[**Video_box_2**]Il Ffp, secondo Platini, avrebbe dovuto proteggere il calcio europeo dall’indebitamento e nel contempo premiare i club maggiormente virtuosi; nella realtà ha cristallizzato le ricchezze presenti, allargando la forbice tra quelli potenti e gli altri, facendo diventare la Champions League un circolo esclusivo nel quale la vittoria finale si gioca sempre o quasi tra le solite note. Lo confermano anche le varie classifiche dei ricavi e del valore del brand che nelle prime posizioni confermano anno dopo anno lo strapotere delle squadre più importanti e famose. La sentenza Bosman nel 1995 certificò la debolezza dell’Uefa rispetto ai club e se la Corte di giustizia dovesse dare ragione, non sappiamo con quali tempi, all’avvocato Dupont si riproporrebbe uno scenario simile. Joaquín Almunia, Commissario europeo per la Concorrenza, aveva salutato con piacere l’avvento del fair play finanziario, endorsement che non gli ha fatto guadagnare simpatia presso le società e le lobby del calcio continentale. Le modifiche che saranno apportate, comunque, non prevedono stravolgimenti per quanto riguarda richiami e sanzioni, difendendo il meccanismo del Ffp, sul quale si dovrà esprimere la Corte di giustizia dell’Unione europea.

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