All'Aprica vince Landa, ma l'impresa è di Contador. Perché nel Giro 2016 non ci saranno le Alpi

La maglia rosa sul Mortirolo rimonta e attacca dopo i problemi avuti nella discesa dal Passo dell'Aprica. Una rimonta simile a quella di Pantani a Oropa nel 1999. Aru in crisi perde quasi tre minuti, dopo che il suo anche il suo gregrario l'ha abbandonato per andare a vincere la sua seconda tappa.
All'Aprica vince Landa, ma l'impresa è di Contador. Perché nel Giro 2016 non ci saranno le Alpi

Alberto Contador tra Mikel Landa e Fabio Aru

La tappa: Pinzolo-Aprica, 174 km – E' mancata solo la vittoria ad Alberto Contador, è mancato solo il sigillo a un'impresa incredibile, di determinazione e potenza. Una rimonta di classe sul Mortirolo, quando sembrava tutto compromesso. E poco importa se è Mikel Landa a superare per primo il traguardo dell'Aprica. Il basco è l'unico a staccare la maglia rosa con uno scatto secco ai meno quattro chilometri, dopo una tappa passata prima a lavorare per l'ormai ex capitano, Fabio Aru, poi da ombra di Contador. Il sardo dell'Astana invece va in crisi sulle rampe del Mortirolo, rimane solo, dà (forse) il via libera al compagno, capisce di essere stato abbandonato dalla sua squadra, continua, dà quello che può e perde quasi tre minuti, limitando una disfatta che poteva essere peggiore. Secondo all'arrivo l'olandese Steven Kruijswijk, dopo una tappa sempre all'attacco, sempre primo, da macinatore di chilometri e sforzi.

 

Lo aspettavano tutti, era il momento e il luogo giusto dove attaccare, azzannare, un serpentone d’asfalto nel bosco, irto come totem, cattivo come un incubo, la salita regina. Il Mortirolo doveva essere spettacolo e discrimine, indietro i vinti, davanti i vincitori. Lo è stato. Dietro, a valle, era rimasta anche la maglia rosa, staccata in discesa. Davanti, a valle, c’erano gli altri, gli avversari, che provano l’azzardo, che non aspettano, giustamente, che accelerano subito. Dietro, quasi un minuto dopo, inizia la danza di Contador, sempre sui pedali, rimonta, sorpasso, uno dopo l’altro, a passo veloce. Ricorsa difficile, impossibile ai più, perché là davanti Landa fa ritmo per Aru, che sale bene prima, fatica poi, arranca infine. Ai sette dalla vetta il contatto, recupero avvenuto, ai sei l’affondo, di Contador questa volta, che saluta il sardo e lì lo lascia. Aru da solo, abbandonato pure dal compagno, solo in una smorfia di fatica, in una rincorsa che sa impossibile.

 

 

L’altro Giro di Maurizio Milani


 

Stamattina, nonostante il tappone con il Mortirolo, i ciclisti sono stati svegliati alle quattro di notte. Motivo? Gita obbligatoria con Mauro Corona nei boschi per sentire i rumori dei tagliatori di alberi abusivi. Si sono indignati tutti. Mauro si è fermato per dire loro "basta!", ma non l’hanno ascoltato. Per questo motivo gli organizzatori hanno deciso che il prossimo anno il Giro non passerà per le Alpi.

 


 

 

Amarcord – Sono 1.300 metri di dislivello in 12 chilometri. Non salita, scalata, non strada, parete, non ciclismo, arrampicata. Passo della Foppa, almeno sulla carta geografica, ma non rende l’idea, non è esemplificativo. Il nome è altro, un sussurro, perché l’ascesa è muta, apnea, Mortirolo, e basta questo per capire montagna e storia. Mortirolo perché non c’è speranza, nessuna via d’uscita, perché è sentenza, colpevolezza, non c’è redenzione, quando ci si inerpica su una lama almeno un taglio è inevitabile. Mortirolo, perché crudele, cattivo, perfido, perché non bastavano due versanti, ce ne volevano quattro e quattro infami, irti e interminabili, perché qui si moriva dopo aver combattuto. Storia di guerre mondiali, sia prima che seconda. Dal 1916, contro gli austriaci, da qui si saliva per difendere gli avamposti sul Monte Pagano, dal 1944, lotta partigiana, due battaglie, tra febbraio e maggio. Poi l’oblio, rimaneva il ricordo e una mulattiera che si arrampicava verso il valico, sterrata, sconosciuta, pacifica, solitaria. Inutile tagliare per raggiungere Bormio dalla val Camonica, meglio allungare per l’Aprica, più comoda e veloce.


 

Alla fine degli anni Ottanta la riscoperta. La ghiaia diventa asfalto, le armi si archiviano definitivamente e si imbracciano i manubri. La lotta è a pedali. La guerra è ascensione, i fucili si trasformano in ruote e scatti. Una nuova pagina, un’altra storia che inizia il 3 giugno del 1990. Diciassettesima tappa, da Moena all’Aprica, 223 chilometri, prima il Costalunga, il Mendola, il Tonale. Il Mortirolo è l’attrazione principale, novità, scoperta, esplorazione. Il lato è quello sbagliato, meno duro, il più regolare. Su quelle rampe si invola un giovane sconosciuto, faccia da indio, fascetta tergisudore a contenere lunghi capelli neri, la leggerezza dello scalatore, l’incoscienza del primo Giro. Quello è il Giro di Gianni Bugno, che porterà la maglia rosa sulle spalle dalla prima all’ultima tappa. La sua superiorità è netta, indiscussa, gli avversari sfiduciati e il Mortirolo fa paura più a loro che al leader. La fuga parte dopo pochi chilometri dal via. Sierra è tra gli avanguardisti e sulle prime asperità non si risparmia. Sono in quindici, ma è lui a dare forza all’azione. Sulle rampe che salgono da Monno ai 1.852 metri del valico, accelera subito, attacca, rimane solo. La sua è ascesa veloce, sofferenza solitaria, applausi. E’ battistrada, esploratore, scollina con oltre tre minuti sul secondo, primo della storia ad arrivarci. Se la salita è esaltazione, la discesa martirio. Sierra, come gli scalatori sudamericani di allora, conosceva solo un lato della montagna, quella da affrontare a naso all’insù, a discendere è un pezzo di legno incapace a piegarsi. In sella è rigido, sbaglia curve, cade due volte. Perde oltre due minuti, riesce a conservare un minuto su Alberto Volpi, secondo, vince all’Aprica.

 

Quella discesa diventa salita l’anno dopo, quel vortice di curve e tornanti che portavano in Valtellina, diventa arrampicata, tortura, diventa palcoscenico per un unico protagonista, Franco Chioccioli, fatica e redenzione per un talento purissimo, mai davvero espresso, diventa legittimazione di un soprannome, Coppino. Il toscano sui quei 12 chilometri si invola, stacca i rivali di un Giro, si lancia in 50 chilometri di apnea, solo, vincente, giustificando così una corsa sempre in rosa ma senza successi.

 


Marco Pantani sul Mortirolo nel 1994


 

[**Video_box_2**]Quei tornanti tre anni dopo saranno ancora rivelatori, faranno sbocciare il talento di Marco Pantani, la sua capacità di stupire in salita, renderanno umano Miguel Indurain, sino allora extraterrestre, dominatore assoluto. Marco, elefantino, non ancora Pirata, su quel serpentone d’asfalto piega tutti scatto dopo scatto, quasi appiana la montagna, la fa diventare stadio, arena, un tripudio di vai, di dai, di ammirazione. Il suo zompettare sulla bici è spettacolo, il vuoto alle sue spalle sigillo di forza e classe. Perché questo fanno le grandi montagne, rivelano, esaltano, si fanno domare dai migliori, respingono gli altri, li gettano indietro, li trasformano in maschere di sforzo e sudore, li applaudono, perché sono loro, gli ultimi, che quando la strada sale stanno più tempo in sella, ne colgono la cattiveria, la grandezza.

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