Un po' di Italia al Giro (vince Formolo), ma la cosa più bella è Cristina Chiabotto

A La Spezia vince il giovane corridore della Cannondale, alla prima partecipazione alla corsa. Michael Matthews perde quasi un quarto d'ora e lascia la maglia rosa al compagno di squadra Simon Clarke. Maurizio Milani scrive (innamorato) alla madrina del Giro d'Italia.

12 Maggio 2015 alle 17:29

Un po' di Italia al Giro (vince Formolo), ma la cosa più bella è Cristina Chiabotto

Davide Formolo vince sul traguardo di La Spezia (foto LaPresse)

Ogni giorno, in esclusiva per il Foglio online, Maurizio Milani racconta il Giro d'Italia tra cronaca, gag e amarcord. Il viaggio della corsa rosa come non l'avete mai letto.


 

La tappa: Chiavari – LaSpezia, 150 km – La Spezia è porto, Liguria che si fa Toscana, soprattutto incubatrice, di navi e di corridori. Come Davide Formolo, 22 anni, primo Giro d’Italia, prima vittoria in carriera. Vittoria eccezionale, da vecchio volpone della bicicletta, con uno scatto potente, intelligente, determinato prima dell’inizio dell’ultima salita, quella di Biassa, a 14 chilometri dall’arrivo. Quattordici chilometri da solo, con Visconti e Moinard dietro a inseguire, il gruppo a ringhiare tirato dall’Astana di Fabio Aru a velocità folle. Quattordici chilometri dopo un centinaio passati in fuga con altre venti persone.

 

Classifica stravolta, la maglia rosa Matthews a quasi un quarto d’ora lascia il simbolo del primato al compagno di squadra Simon Clarke, Fabio Aru, Alberto Contador, Ritchie Porte e Jurgen Van den Broeck, staccano gli altri favoriti. E domani il primo arrivo in salita, quello dell’Abetone.

 

L’altro Giro di Milani


Lettera d’amore a Cristina Chiabotto, madrina del Giro d’Italia, del Tour de France, della Liegi-Bastogne-Liegi e del SuperBowl.

Inizio: Gentile Cristina, sono un cittadino comunitario di 62 anni (li compio oggi), ho sempre seguito tutte le tappe dal 1980 sino a ieri. Oggi no, non posso, devo versare l’Iva. Amore, ti amo tanto. Vediamoci, già domani. Come lavoro sono perito filatelico del tribunale di Venezia. Le collezioni di francobolli sequestrati dalla Dia ai mafiosi devono venire valutate per poi andare all’asta. Bene, chi valuta sono io. Sono anche perito numismatico per il tribunale di Bologna. Tutte le monete (sterline d’oro, marengo ecc) che vengono sequestrate dall’attività investigativa, infatti devono essere valutate. Bene, quel lavoro lo faccio io. Sono perito anche navale. Se sequestrano un panfilo lungo dai 35 metri in su, dico io quanto vale ai magistrati. Come lavoro mi piace.

Amore, vorrei piantare lì tutto e fuggire con te sulle colline di Montecatini terme. Qui ho una magnifica villa; mi sento solo.

Recentemente ho periziato un cane. Era un cane sequestrato a una banda di narcos. Non essendo perito cinofilo ho dato tale incarico a un mio collega (senza dirlo al magistrato; non si può subappaltare una perizia giudiziaria), lui ha detto che il cane vale sui 100 euro, ma se trovi l’amatore ti da anche 150 euro, ma è difficile. Penso perciò di tenerlo io.

Adesso amore devo salutarti devo periziare una doccia con rubinetterie in oro sequestrata a un boss della mafia. Come perizia è facile, smonti i rubinetti, li pesi, guardi sul giornale quanto vale l’oro e ok, la doccia è periziata. Di solito la valuto 200 euro, a meno che non abbia lo scarico di platino. Allora la smonto, lo peso e lo imbosco. Anche perché, amore, facendo il perito a titolo onorifico qualcosa per me deve avanzare.

Un bacio, tuo Maurizione, 170 chili.


 

Amarcord – Sei volte il Giro ha fatto tappa a La Spezia. La prima nel 1929, vittoria di Alfredo Dinale allo sprint su Domenico Piemontesi e Alfredo Binda, che quell’edizione la vinse proprio su Piemontesi. L’ultima nel 1989, vittoria Laurent Fignon, che porterà la maglia rosa sino a Firenze, in una tappa confusa e senza sosta, un saliscendi continuo che frazionò il gruppo, ma produsse solo lievi distacchi. In mezzo le affermazioni di Giorgio Zancanaro (1963), dello spagnolo Antonio Gòmez del Moran (1967), e di Beppe Saronni (1978). Fu soprattutto teatro della seconda vittoria di tappa al Giro di Giovanni Valetti nel 1938.

 

Strano quel Giro, senza favoriti ne fenomeni, i migliori a casa per scelta del Duce, perché la squadra italiana (in quegli anni la corsa francese veniva corsa dalle squadre nazionali) doveva essere la più forte possibile: al regime serviva un’affermazione di primo livello e servivano i migliori nella migliore condizione (il Tour lo vinse Gino Bartali, sesto arrivò Mario Vicini). Quindi Ginettaccio a casa, assieme a Mollo e gran parte dei migliori atleti in circolazione.

 

E’ la quarta tappa di quel Giro, due semitappe, la prima da Santa Margherita Ligure a La Spezia, 81 chilometri. Tra partenza e arrivo la scalata del Passo del Bracco. E’ lì che Giùanin scatta, anzi allunga, incrementa il ritmo, una pedalata dopo l’altra stacca tutti, nessuno riesce a reggere la sua andatura, spariscono alle sue spalle. Scollina con circa un minuto sul gruppo, in discesa è una furia, incrementa il distacco, così come in pianura e arriva mani alzate il traguardo con 1’45” di vantaggio  tutti. Si riavvicina ai primi dopo la crisi della seconda tappa, salendo all’ottavo posto della generale. Un’azione rabbiosa e determinata da campione. Perché campione era Valetti, tra i più forti di quegli anni. Quell’edizione la vinse, stracciando tutti prima nella cronoscalata del Terminillo, poi nel tappone Dolomitico da Belluno a Recoaro Terme. Un successo lindo, mai messo in discussione, ma la stampa sminuì: senza Bartali e gli altri, vincere non era impossibile. Giùanin non risponde alle provocazioni, è uomo di fatti e fatica, di parole ne usa poche, preferisce dimostrare in corsa il suo valore. Ginettaccio vince il Tour, è lui l’uomo più amato e temuto, Valetti uno degli altri, forte certo, ma quasi ignorato. Non è uno scalatore, non scatta in salita, accelera, non dà spettacolo. Non come Gino.

 

[**Video_box_2**]I due si ritrovano avversari l’anno dopo. Bartali il grande favorito, ha vinto in primavera Milano-Sanremo e Giro di Toscana e tutti sono già pronti a tessergli lodi e ricoprirlo di applausi. Prende la maglia alla seconda tappa, vince la nona, ma la maglia va a Valetti, che la conserva sino alla quindicesima, Cortina d’Ampezzo-Trento, 256 chilometri. Bartali lo batte, gli rifila quasi otto minuti. Sembra finita, ma Giùanin è tipo tosto, coriaceo, che non molla mai, testardo come un mulo. Due giorni dopo (a Trento hanno riposato) altra tappa di montagna, Trento-Sondrio, 166 chilometri. Piove e fa un freddo cane. Sul Taio Valetti alunga, Bartali gli è dietro, non molla. Poi Gino fora prima del Tonale, Valetti non aspetta, rilancia, inizia a scalare il Passo del Tonale a una velocità impressionante, Bartali continua a perdere, inizia a nevicare, in cima è a oltre cinque minuti, in discesa perde ancora, aspetta il gruppo, ma non basta, nonostante siano in una dozzina continuano a perdere dal piemontese che giunge a Sondrio con 6’48” da tutti. Il secondo Giro di fila è suo.

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