Sinisa sta sereno

Mihajlovic è diventato un numero uno. L’amico di Arkan che alla Samp cita JFK è pronto per le top. Ha imparato a mascherare e a gestire la pressione, la voglia di spaccare il campo e il mondo. Quasi spensierato.

19 Aprile 2015 alle 06:17

Sinisa sta sereno

Sinisa Mihajlovic (foto LaPresse)

Sembra persino diventato buono, Mihajlovic. Scherza, sorride, a volte ride pure. “Bel campo, amico”. Sta camminando verso la panchina dello stadio di Firenze con Montella accanto. Sul prato di Firenze ci sono cinque centimetri d’acqua. Lui, si gira di nuovo: “Sì sì, bel campo. Complimenti”. E ride. Serenamente agitato, perché è uno che non sa cosa sia la freddezza. Sorridere o ridere per lui è il contrario dell’essere spensierato. Una forma di concentrazione, di elusione della tensione. Ha imparato a mascherare e a gestire la pressione, la voglia di spaccare il campo e il mondo. Dicono che se andasse in una grande squadra non sarebbe così. Sicuri? Sinisa aspetta che accada. L’ha detto, l’ha annunciato. Lo desidera, lo dice. “E’ naturale essere ambiziosi”. Bologna, Catania, Fiorentina, nazionale serba, Sampdoria. Poi? Un po’ di tempo fa disse: “E’ diventata una moda fare il mio nome per l’Inter. Spero che la prossima volta non si faccia e che succeda”. Non ora, per l’amicizia con Mancini. Quindi s’è detto Milan. Possibile? Possibile. Mihajlovic è stato romanista e poi laziale, figurati se non può essere interista e poi milanista. Crede in molte cose: Dio, l’onore, la patria, la famiglia. Ma non nella sacralità della maglia. Si va dove si può lavorare, anche se è la rivale della squadra in cui hai giocato e cominciato a fare l’allenatore. E’ tradizionalmente moderno, Sinisa. Ha vissuto e vive nel calcio e nel mondo che l’hanno circondato. Sempre. In Jugoslavia, in Italia, nella nazionale serba. Il contesto conta, così come conta l’era nella quale ti muovi.

 

Questo è l’anno suo. Una faccia per una storia che nasce da una faccia e da una storia opposte. Perché Sinisa non avrebbe nulla in comune con Massimo Ferrero. Uno serio, severo, quasi maniacale. L’altro cazzeggione, barocco, quasi frivolo. “Un giorno, era un giovedì, mi chiama Edoardo Garrone per dirmi che aveva venduto a Ferrero. Io penso ‘vabbè, quello della Nutella…’ La prima telefonata? E’ stato esuberante, un romanaccio. Erano tutti un po’ perplessi, ma io non giudico una persona prima di conoscerla. Per lui il calcio è spettacolo, però quando si parla di lavoro sa il fatto suo. E qualsiasi cosa pensi la dice, mica si chiede se magari si può offendere. E’ trasparente”. Il ricordo fatto al Corriere della Sera non nega la loro diversità. Però si capiscono, si piacciono, si stimano. C’è quella mano di Ferrero appoggiata sulla spalla di Sinisa in un’immagine rubata del pre-derby non giocato. Anche quella sera, come domenica, pioveva a dirotto. Il campo di Genova era messo molto peggio di quello di Firenze: in attesa di sapere se si sarebbe giocato o no, erano tutti fermi negli spogliatoi. Preziosi, Gasperini, Ferrero, Mihajlovic. Il presidente aveva una mano sulla spalla di Sinisa, un gesto fraterno, spontaneo, sincero. Strano, perché non è così abituale vedere un presidente e un allenatore che si danno confidenza. Se c’è è noi non la vediamo. Loro li abbiamo visti, con tutte le differenze di atteggiamento, di carattere, di spirito, ma insieme. L’ambizione fa parte del pacchetto. Compresa da entrambi e accettata da Ferrero: “Mihajlovic può andare dove vuole”.

 

Ecco, appunto. Dove. Sarà una delle domande ricorrenti da qui in avanti. Milan? Napoli? Perché Sinisa è sul mercato, il che fino a poco tempo fa contemplava ovviamente anche l’ipotesi che restasse dov’è, cioè alla Sampdoria. Se glielo chiedevi un mese fa ti rispondeva con una frase a metà tra la circostanza e la verità: “Ora penso soltanto alla Sampdoria”. Nel codice di Sinisa non era solo un modo per svicolare. Come detto è uno che non si fa problemi ad ammettere le sue aspirazioni, però è anche uno che ha imparato a gestire benissimo la comunicazione. Non dice mai una parola a caso. “Quando parlo con i giornali, parlo agli avversari, al pubblico, ai miei. Anche le conferenze fanno parte della strategia. Comunicare bene è fondamentale. Certo, se non arrivano i risultati non serve a niente, ma io devo essere completo. Questo è un lavoro da pazzi: devi allenare i giocatori, i tifosi, i giornalisti, il presidente e magari basta un palo e perdi”. Se dice che pensa alla Samp, quindi, con Mihajlovic non devi avere lo stesso atteggiamento di diffidenza che hai con gli altri. Credici, perché c’è una percentuale di verità molto superiore alla media a cui siamo abituati. Credici perché poi c’è tutto il suo modo di essere. Ha smesso di dirlo per ragioni molteplici. L’ha mostrato pubblicamente andando via dall’allenamento prima di Milan-Sampdoria: i suoi non si allenavano abbastanza, lui si è arrabbiato e li ha mollati lì. Sembra persino diventato buono, ma non abbastanza da tollerare tutto. E’ un tipo tradizionalmente moderno: lo devi sempre interpretare perché si sbilancia sulla tradizione e sulla modernità in maniera differente. La Samp, per esempio, lo sbilancia sulla prima. Affetto, amore, ricordi, legami, affinità con l’ambiente: quando arrivò da giocatore alla Doria era il 1994: veniva da un paio di stagioni nella Roma, che l’aveva comprato dalla Stella Rossa. A Genova trascorse quattro anni, passando da giocatore in prestito a punto di riferimento e cambiando ruolo: da esterno sinistro o da mediano, a difensore centrale. Un centrale diverso, fisicamente e d’approccio. Anomalo. Efficace. Fu Eriksson a metterlo lì, per necessità più che per un’idea precisa: s’era infortunato Franceschetti e non sapeva chi far giocare in quel ruolo contro il Cagliari in Coppa Italia. Vent’anni fa, era il 1995.

 

Quattro stagioni a Genova, quindi. Amata, compresa, vissuta. C’è tornato da allenatore mollando la panchina della nazionale serba, che non è esattamente una cosa fatta con leggerezza per uno con la testa di Sinisa. Firmò il 20 novembre 2013, con la squadra in zona retrocessione, con i tifosi inferociti. Il giorno dopo si presentò in sala stampa con un monologo. Vale la pena rivederlo, vale la pena ascoltarlo, vale la pena leggerlo: “Buongiorno a tutti è una gioia per me essere nuovamente qui e sentirmi a casa, nella Sampdoria. Vedo volti conosciuti e altri nuovi, ma li sento tutti familiari. Prima di cominciare la conferenza stampa, vorrei spiegare cosa mi ha spinto nuovamente a Genova. Per farlo mi farò aiutare da un grande personaggio della storia di cui in questi giorni si è parlato tanto. Nella giornata di domani di 50 anni fa, moriva John Fitzgerald Kennedy. Voglio prendere in prestito tre sue frasi che racchiudono perfettamente cosa chiederò alla squadra, cosa serve per rialzare la testa e come mi sento io oggi. Nel giorno del discorso dell’insediamento come presidente degli Stati Uniti Kennedy disse tra le altre cose: ‘Non chiedetevi cosa il vostro paese può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese’. Ecco ai miei giocatori dico la stessa cosa: ‘Non chiedetevi cosa può fare la Sampdoria per voi, ma cosa voi potete fare per la Sampdoria’. Abbiamo 30 giocatori in rosa ai quali questo club non ha mai fatto mancare niente. Ho allenato nella Serbia giocatori che non prendono stipendi, ma lavorano sperando un giorno in una grande chiamata. Da oggi allora qui basta personalismi, richieste, recriminazioni, non si pensa al mercato, ai contratti, al proprio passato o al proprio futuro. C’è solo il presente. C’è solo la Sampdoria, e il suo bene. C’è solo questa maglia e l’onore di indossarla. Io lo so, perché l’ho indossata per quattro anni. E me la porto ancora sulla pelle. Quando il presidente Garrone mi ha cercato io non ho pensato cosa potesse fare la Samp per me, ma io per lei. Avevo la proposta di un contratto lungo come ct della mia nazionale, ma ho accettato di venire qui per sei mesi legando il resto a un obiettivo minimo da raggiungere: la salvezza. Per ottenerla servirà giocare bene, certo, ma serve anche mettere in campo altro giorno per giorno, settimana dopo settimana, partita dopo partita. Parlo di grinta, coraggio, generosità, cuore e orgoglio di far parte di questo club. Giocare nella Sampdoria deve essere per tutti un onore. Questo è un club prestigioso, con 67 anni di storia. E se qualcuno dei miei giocatori questa storia non la conosce gliela ricorderò io. Ricorderò ai miei giocatori, che la maglia che indossano è stata vestita in passato da grandi giocatori e grandi uomini. Sono talmente tanti che me li sono dovuti scrivere per ricordarli tutti: potremmo partire dagli anni 50 e andare avanti e citare Suarez, Skoglund, Brighenti, o dire che qui ha giocato un ct mondiale come Lippi. Ma se vogliamo restare a epoche più recenti gli dirò che nella Sampdoria tra i pali ci sono stati grandi portieri come Bordon, Pagliuca, Zenga. E difensori come Vierchowood, Mannini, Pellegrini, Pari, Carboni, e un centrale serbo che dicevano tirasse molto bene le punizioni… Qui ci sono stati stranieri fantastici come Brady, Francis, Souness, Mikajlichenko, Cerezo, Platt, Jugovic, Gullit, Seedorf, Veron, Karembeu, Boghossian... Questa è stata la squadra di una coppia irripetibile, tra le più grandi della storia del calcio italiano, come Vialli e Mancini, di una freccia come Lombardo, di talenti come Dossena e Salsano, di attaccanti come Chiesa e Montella. Fino a Cassano e Pazzini. E ne dimentico tanti… In panchina si sono seduti miti come Fulvio Bernardini e Vujadin Boskov, e tecnici innovatori come Eriksson. Questo club negli ultimi 30 anni è stata gestito da due grandi famiglie: Mantovani e Garrone. E io ho avuto l’onore di conoscerle entrambe. Qui solo vent’anni fa si vinceva una Coppa delle Coppe, uno scudetto e si è persa ai supplementari una Coppa dei Campioni. E se alcuni dei miei giocatori allora erano appena nati, si ricorderanno però che solo tre anni fa la Sampdoria ha giocato i preliminari di Champions. Anche se poi è retrocessa. Ma l’anno dopo è subito tornata in A. Perché nella sua storia la Samp è anche caduta ma si è sempre rialzata. Quell’anno stranissimo deve essere di esempio: perché all’interno di una stessa stagione si possono vivere grandi gioie e tremende delusioni. Ma può anche accadere l’inverso, partire male e finire alla grande. Siamo artefici del nostro destino: possiamo ancora rendere bella questa stagione. Prendiamoci tutti le nostre responsabilità, io per primo. Non voglio alibi. Sempre Kennedy diceva: ‘Gli uomini vincenti trovano sempre una strada… i perdenti una scusa’. Noi non cercheremo scuse. Noi troveremo la strada”.

 

In 16 minuti e 48 secondi c’è molto di Mihajlovic. C’è quello che ha scelto la Sampdoria e quello che probabilmente la lascerà. Sono la stessa persona e la conosci: grinta, rabbia, forza. Lì c’è quello che si traduce nel cerchio che i giocatori della Samp fanno prima di cominciare ogni partita, con uno di loro che a turno prende la parola per motivare sé e gli altri. Perché lui ha spiegato a tutti una cosa: “Se una squadra come la mia vuole combinare qualcosa deve essere organizzata, avere i suoi principi di gioco, una mentalità vincente che significa giocare per vincere e non per non perdere, allenarsi duramente. Non siamo forti come gli altri, ma se una squadra ci vuole battere deve essere non solo più forte tecnicamente ma anche caratterialmente. Io sono sicuro che se dico ai miei di buttarsi dal tetto loro lo fanno e poi mi chiedono perché. L’allenatore deve trasmettere coraggio e serenità assieme. Bastano 2-3 giocatori non al 120 per cento e possiamo perdere con chiunque, ma se tutti fanno il massimo possiamo giocare alla pari con chiunque”.

 

[**Video_box_2**]Mihajlovic ama il suo lavoro. Lo capisci in quei 16 minuti e in ogni altra circostanza. Il calcio, punto. Lo ama perché l’ha salvato, dice. “Se non avessi giocato a pallone avrei fatto il ladro, o il pugile, niente di buono. Io sono cresciuto per strada”. Lo ama perché gli piace. Ne parlerebbe sempre, anzi probabilmente ne parla sempre. Dice: “Su 24 ore un giocatore 10 dorme, 3-4 si allena, le altre 10 che fa? Io gli do una partita da vedere”. Lui ne vede di continuo. Prende appunti, segna, studia. La fase difensiva è la cosa che gli interessa di più. All’Inter, quando era il vice di Mancini, Sinisa si occupava proprio di questo. Delega pressoché totale. Oggi la cura direttamente. La sua Sampdoria ha la quarta miglior difesa del campionato (dopo Juventus, Roma e Lazio) e ha subito solo 5 sconfitte (meglio hanno fatto solo la Juventus e la Roma). Il campo parla. Quindi la preparazione e l’organizzazione, più tutto il resto: carattere, coraggio, grinta. Cioè lui, ovvero Mihajlovic che per troppo tempo è stato giornalisticamente due cose: il miglior calciatore di punizioni della storia del campionato italiano e l’amico di Arkan. Entrambe sono rimaste: nessuno ha ancora battuto il suo record di gol su punizione (Pirlo lo ha avvicinato, ma non l’ha ancora superato) e il ricordo di Arkan e delle polemiche sul necrologio di Sinisa alla morte del comandante paramilitare serbo non si è spento: “Era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.

 

Sinisa, pero, è molto altro. Lo è stato da giocatore: ha vinto due scudetti italiani, tre campionati jugolslavi, quattro Coppa Italia, tre Supercoppa italiana, una Champions League, una Supercoppa Uefa, una Coppa delle coppe, una Intercontinentale. Lo è da allenatore. Il calcio lo fa godere. La riunione con lo staff, l’analisi della partite, lo schema, sul calcio d’angolo, l’allenamento, la fatica, l’ansia del risultato, l’ambizione di vincere, il rischio di perdere: “Questo è un lavoro da pazzi: devi allenare i giocatori, i tifosi, i giornalisti, il presidente e magari basta un palo e perdi”. Ha lasciato la panchina della nazionale serba per la Samp e perché gli mancava l’adrenalina, la tensione. Lo stress, ha detto, gli piace. Si vede.

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