Quello che Ibra dovrebbe rispondere davvero ai sottomessi e alla Le Pen

Chi paga me, chi compra voi e chi se ne deve andare

23 Marzo 2015 alle 13:19

Quello che Ibra dovrebbe rispondere davvero ai sottomessi e alla Le Pen

Zlatan Ibrahimovic (foto LaPresse)

Stavolta non si parla di calcio, nemmeno di calcio come metafora di chissà che belinata d’importante, come piace a quelli che scrivono sui giornali. Stavolta si parla di geopolitica. Punto. O forse, anche un po’ di estetica. Zlatan Ibrahimovic ha muscoli e tatuaggi spaventevoli, ed è notoriamente cattivo. E’ anche passabilmente intelligente, e la differenza, in un posto come la Francia, si nota a vista d’occhio. E con ogni evidenza irrita (i francesi).

 

Zlatan Ibrahimovic sa anche mentire come una vecchia zingara. Così ha finto il pentimento: “Volevo precisare che le mie frasi non erano di certo dirette alla Francia e ai francesi”. Non lo pensa assolutamente. E’ uno zingaro intelligente e continua a pensare esattamente quello che pensava prima: “Questo è un paese di merda. Questo paese non merita il Psg”. Non bisogna per forza essere Dieudonné M’bala M’bala per elaborare un giudizio così. Basta essere uno straniero giramondo e che guadagna montagne di soldi nel paese più disastrosamernte multietnico del pianeta e che però continua ad atteggiarsi e immaginarsi, dandosi il rossetto sulla sua bocca a culo di gallina nazionale davanti allo specchio dei desideri, come l’invincibile villaggio di Asterix il Gallo. Insomma, Ibra gli ha detto che sono un paese di merda, ed ecco che ti spunta, cotonata come una comare della Vandea, Marine Le Pen che strilla: “Quelli che pensano che la Francia sia un paese di merda se ne possono andare”. Punta a un esodo biblico? I giornali francesi non hanno perso l’occasione per informarci che, alla fine della fiera, noi colleghi non siamo messi poi così male, la coglionaggine professionale è transfrontaliera. Così l’Equipe ha titolato: “Questa volta Ibra è finito fuori strada!”. Il Figaro Blog ha osato l’inosabile, dovrebbero deferirlo all’Académie française: “Il regno di Ibrahimovic comincia a traballare. Parafrasando Talleyrand potremmo parlare dell’inizio della fine per lo svedese”.

 

Cacciarlo, insomma. Fine regno, addirittura. Forse farebbero meglio a riflettere che lo svedesone di padre bosgnacco musulmano e di madre croata cattolica da piccolo faceva a botte con i figli di re Gustavo sui campetti di Rosengård. E anzi, prima ancora, i suoi fratelloni maggiori avevano già fatto pulizia etnica di quegli slavati scandinavi, sui playground di Malmö, sotto gli occhi del caro vecchio ispettore Martin Beck che sgomento già allora contemplava il disastro del multikulti di stato, guardando i ragazzi musulmani giocare a calcio a Rosengård. Ed erano gli anni 70, quando la Francia era ancora Louis de Funès.

 

Chi dovrebbe andarsene, dunque? Ecco una breve traccia di quello che Zlatan Ibrahimovic, se non fosse un furbo mercante balcanico, potrebbe rispondere ai ranocchioni, ai francesi di paese e di città. Cari frogs, che zompettate nel vostro paese di palta, io sono straniero e con un Dna più complicato della Tour Eiffel. Ma sto qui, stella del vostro showbitz e mi pagano 15 milioni all’anno. Mi pagano gli sceicchi del Qatar, non voi. Quegli stessi sceicchi del Qatar che si stanno comprando pezzo a pezzo la vostra orgogliosa nazione. Il Psg e Vivendi, gli Champs-Elysees e i quartieri della finanza. E intanto, dei soldi che gli avanzano quando hanno finito di pagare me (le vie del denaro sono contraddittorie e infinite), è probabile che qualche rivolo arrivi pure ai Kulibaly che ammazzano i vostri sacri vignettisti. Chi se ne deve andare, da questo paese di merda, tra voi e me, tra noi e il vostro popolo di già sottomessi, come scrive il migliore dei vostri scrittori?

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