Il cuore spezzato tra la vendetta di David e lo scontento saggio di Mou

It’s not after a bad macht that I kick tables and doors. It’s time to be calm and analyse”. Ci sono momenti in cui ti aggrapperesti a tutto, persinio alla pelata di Arrigo Sacchi.

Il cuore spezzato tra la vendetta di David e lo scontento saggio di Mou

Josè Mourinho e David Luiz durante il match tra Chelsea e Paris Saint Germain (foto LaPresse)

"It’s not after a bad macht that I kick tables and doors. It’s time to be calm and analyse”. Ci sono momenti in cui ti aggrapperesti a tutto, persinio alla pelata di Arrigo Sacchi (“Carecaaaa!”, gli urlò quella volta David Luiz, sbronzo e felice) quando fa i complimenti a José Mourinho perché nel dopopartita è stato onesto, riconoscendo la superiorità dell’avversario: “In Italia non succede mai”, ha detto il Careca di Mediaset. “It’s no use kick tables and doors”. Al Filosofo sconfitto nelle brume di Stamford Bridge non ci si aggrappa come a una pelata di salvezza. Al Filosofo si guarda con ammirazione per il suo Alto Magistero. Il tempo che nevica sui capelli dona calma e saldezza d’animo, un tempo Mou avrebbe regalato uno dei suoi show ad alto contenuto di sarcasmo, paradosso e clangore di nemici.  Aveva punzecchiato, in conferenza stampa: “Lo scorso anno li abbiamo eliminati. Non eravamo più forti di loro e siamo passati”. Per Laurent Blanc era il giro sull’ottovolante della morte, “per noi è solo un’altra notte di Champions”. Ci sono momenti in cui ti aggrapperesti alla saggezza con cui il Filosofo ha ammesso, soprattutto, paura e cattiva psicologia in campo dei suoi. Anche se vedere una squadra di Mou che ha paura in campo, nervi tesi e cattivo approccio alla partita, è come ammettere l’inesorabilità del Tempo. Non può essere la squadra di Mou, pensi sbocconcellando coockies sul divano, “bring back our real Mou”.

 

Ci sono momenti. Ma quanto ti si squarcia il cuore, e non sai più da che parte stare? Da una parte c’è Mou, dall’altra c’è il tuo gigante bambino, coi riccioli lunghi e la spavalda follia. Que reste-t-il de nos amours? “Sono la stessa squadra di allora, ma con un David Luiz in più”. Aveva detto il Filosofo. O meglio, è stato profeta. Lui che David Luiz l’aveva fatto partire per trenta denari, o cinquanta milioni. Lui che lo bastonava, lo metteva ogni tanto in panchina. Che lo ammirava tanto quanto lo detestava. La sua anarchia in campo, soprattutto. E David che scalpitava, che lo chiamava “ugly”, orrendo. Ed eccolo lì, il mio bambino di Dio preferito, coperto dai fischi dei tifosi blues, a fare a spinte e attaccar briga tutta la partita con Diego Costa. David Luiz che all’andata aveva inventato un nuovo tipo di fallo, la cancellazione dello spray dell’arbitro per le punizioni, perché i bambini vogliono vincere sempre ma più che altro sono matti. E tu sei lì che guardi e per la prima volta senti il cuore vacillare, ti dispiacerebbe proprio, se il Psg andasse fuori, e poi giocano pure meglio (Meglio di Mou? Gesù, è sentirsi come Giuda). Poi a quattro dalla morte David Luiz è salito in cielo e ha infilato una zuccata come una testata nucleare, e ha pregato sotto il blu nemico di Londra. E hai capito che Thiago Silva sarebbe andato in cielo anche lui, perché il dio del calcio è brasiliano e poi basta. E Mou ha dovuto arrendersi alla sua nemesi, come sparare nello specchio. E tu lì, a spararti anche tu nello specchio.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi