Il grande bluff della lotta al doping nel ciclismo

L'ultimo rapporto del Cycling Independent Reform Commission (Circ), che per la prima non accusa solo i corridori, ma punta il dito anche contro i vertici del ciclismo mondiale. Ora che fare? L'Unione ciclistica internazionale (Uci) si trova di fronte a un nuovo bivio: o lo si combatte seriemente oppure è ora di liberalizzarlo.

9 Marzo 2015 alle 18:44

Il grande bluff della lotta al doping nel ciclismo

Lance Armstrong

La stagione ciclistica è iniziata da poco, le prime gare importanti disputate, il calendario che entra nel vivo: due settimane alla Sanremo, meno di un mese all'inizio della campagna del nord, a quella litania di asfalto e pietre che fa Fiandre-Roubaix-Amstel-Freccia-Liegi. Ma non è la Strade Bianche - corsa sabato - a far notizia, l'attenzione è rapita ancora dalla parola magica che aizza tutti contro questo sport e che provoca sdegno tra gli sportivi: il doping. Nessun nuovo caso, ma un rapporto, quello del Cycling Independent Reform Commission (Circ), che per la prima non accusa solo i corridori, ma punta il dito anche contro i vertici del ciclismo mondiale. Sei mesi di lavoro e 174 testimoni ascoltati per una relazione di 274 pagine che accusa i dirigenti dell'Unione ciclistica internazionale (Uci), gli stessi che questo studio l'ha commissionato, di non aver combattuto il doping e anzi, di averlo coperto, evitando che i casi più eccitanti di positività venissero pubblicati e avvisando gli atleti più in vista dei controlli in arrivo.

 

A essere accusati di connivenza con il sistema doping sono stati gli ex presidenti Hein Verbruggen (1991-2006) e Pat McQuaid (2006-2013) colpevoli per la Circ - tra le altre cose - di aver coperto, il primo, il sistema dopante che ha permesso a Lance Armstrong di passare indenne all'antidoping durante i sette Tour de France vinti consecutivamente, e di aver aiutato Alberto Contador, il secondo, a elaborare una strategia difensiva prima che la notizia di positività al Tour del 2010 venisse resa pubblica. Il gruppo di ricerca ha inoltre sottolineato come sotto la presidenza dell'olandese (premiato da Armstrong con un assegno da 25 mila dollari "per la ricerca scientifica" e altri 100mila per l'acquisto di attrezzature mediche) e dell'irlandese non ci sia stata nessuna intenzione di sconfiggere le pratiche dopanti e che anzi i due presidenti abbiano agito in modo da non creare grossi danni d'immagine a questo sport.

 


L'ex presidente dell'Uci Hein Verbruggen con Lance Armstrong nel 2013


 

E così mentre la passione scema tra i tifosi e tra le grandi aziende disposte a investire per mandare avanti la disciplina, le strade sono un po' più vuote di un tempo, le dirette televisive sono in calo rispetto agli anni d'oro, nonostante non ci sia stato un'ecatombe di telespettatori, continuano quelle domande che rimbombano come una fastidiosa eco nella testa dei più a ogni grande azione: ma sarà vero? non è che poi lo beccano?

 

Ora che a essere sospettati non sono solo gli atleti, ma anche gli alti vertici, si capisce che c'è molto di occultato e che i minori casi di positività sono dovuti più che altro a un'evoluzione del sistema doping (il rapporto della Circ parla di Aicar, Xenon, ozono, Actovegin e molte altre sostanze non rintracciabili nei controlli).

 


Francesco Moser


 

Si è arrivati dunque a un nuovo punto di non ritorno, a un nuovo bivio, l'ennesimo, davanti al quale i vertici del ciclismo mondiale devono decidere dove andare. Ci sono le provocazioni di un tempo, anno 2006, che ritornano. Quelle di Francesco Moser: "Se riusciamo a trovare un modo per mettere tutti sullo stesso piano è bene fare i controlli, altrimenti forse per il professionismo, se non si riesce a garantire un'eguaglianza, allora la soluzione potrebbe essere quella di liberalizzare il doping. Anche se si lasciasse libero, sarà comunque meglio che i corridori si diano una regolata". Discorso ripreso dall'ex capo della procura antidoping del Coni, Ettore Torri, nel 2010, e recentemente dall'ex consulente della World anti-doping Agency, Chris Ellerby, che ha commentato il report: "Non mi stupisce, il doping esiste perché fa bene che esista, perché fa bene allo spettacolo e alla vendibili televisiva degli eventi. Il resto sono chiacchiere, come la lotta del resto. Se non cambia il modo di fare sport, non cambierà neppure la cultura sportiva e il doping continuerà ad esserci ovunque".

 

Da un lato c'è la lotta al doping, quella vera, che metta al muro corridori, squadre e vertici internazionali, che porti a squalifiche esemplari a tutti, con il rischio di colpire anche innocenti assieme ai colpevoli. Dall'altro la via della legalizzazione, la rinuncia al teatrino dell'antidoping, del mondo pulito e la consacrazione del ciclismo come gioco, come interazione tra capacità fisiche straordinarie e chimica farmaceutica, il ritorno al futurismo di questo sport, nato come espressione della velocità e dell'interazione tra uomo e mezzo, cresciuto con la chimica, con la bomba dichiarata pubblicamente e mai nascosta da campioni come Anquetil, Bartali e Coppi. Sarebbe il ritorno a un mondo meno candido, fatto di ben pensanti scandalizzati e prestazioni eccezionali, ma sicuramente più sincero, nel quale gli ordini d'arrivo si tornerebbero a fare sulle strade e non più sui banchi dei tribunali.

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