Calcio assistito. Salah si ribella all’idolo delle due fasi, Sky e la serie A che non è credibile

Il Parma è tornato a giocare, e tutti dicono che si sapeva già da tempo che c’erano problemi economici, e che è vergognoso che nessuno lo abbia denunciato quando ancora si poteva fare qualcosa. Intanto è tutto un tirare i rigori a pallonetto. Siamo seri, il cucchiaio fatelo ai giardinetti

9 Marzo 2015 alle 20:27

Calcio assistito. Salah si ribella all’idolo delle due fasi, Sky e la serie A che non è credibile

Il principe William è andato a Shangai a ricordare che in Cina ci sarà pure Fabio Cannavaro e la banda Lippi al completo, ma il calcio lo abbiamo inventato noi inglesi (foto Xinhua/LaPresse)

Londra. Io li capisco, i ragazzi di Sky, che la scorsa settimana hanno preso su e scritto una bella lettera alla Lega Calcio di serie A: “Non possiamo non manifestare la nostra grave e crescente preoccupazione per quanto sta accadendo in relazione alla squadra del Parma e, di conseguenza, all’intero campionato, che ha già perso la sua regolarità”. Regolarità, giusto, perché la credibilità è già stata persa da tempo. Hanno ragione a incazzarsi (a parte per il finale della lettera, in cui parlano di “calcio migliore” che secondo loro meriterebbero tutti gli “appassionati di calcio”, che è come dire che tutti gli eterosessuali meriterebbero vagonate di patata a prescindere). Ora vedo che il Parma è tornato a giocare, e tutti – ma tutti – dicono che si sapeva già da tempo che c’erano problemi economici, che era il segreto di Pulcinella, che già dopo l’esclusione dall’Europa League si era capito che qualcosa non andava, che insomma è vergognoso che nessuno lo abbia denunciato quando ancora si poteva fare qualcosa. Secondo l’antico principio per cui io mi faccio i cazzi miei e poi mi indigno perché gli altri fanno lo stesso.

 


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Allegria. Il mondo si è commosso, le immagini hanno fatto il giro della rete, i social ne hanno parlato e il web si è fermato. Qualche giorno fa un tifoso belga del Brugge, Lorenzo Schoonbaert, ha chiesto di poter vedere dal vivo per l’ultima volta la sua squadra del cuore prima di morire di eutanasia (era malato di cancro). Ora qui non mi interessa la scelta del povero Lorenzo, quanto lo stucchevole e lacrimevole casino mediatico che, come prevedibile, si è alzato: tutti gramellinianamente commossi per la potenza emotiva che solo il calcio sa trasmettere, ammirati dal coraggio e dall’amore di quest’uomo. Invece di intonare “non mollare mai”, la curva gli cantava “You’ll never walk alone”, tragicomico paradosso per chi 48 ore dopo avrebbe affrontato la morte in solitudine. Dispiace per i commentatori che con ciglio umido ci hanno spiegato che quella di Lorenzo è una lezione di vita. Quelli che ci fanno la morale buonista ed eutanasica sulla storia di Lorenzo (“ah, in Belgio si può”, sospirano) sono gli stessi che ci fanno le pippe sul calcio come specchio della vita. Roba da farsi un goccio per dimenticare i nomi di quei figuri. E per ricordare che a me il calcio ha insegnato che fino a che l’arbitro non fischia la fine tutto è ancora possibile, e che se anche una squadra sta perdendo irrimediabilmente contro un avversario più forte non si metterebbe mai a segnare autogol nella propria porta, né abbandonerebbe il campo prima del 90’. Poiché “in Belgio si può”, Lorenzo era libero di fare quel che voleva, sia chiaro. Mi inquieta di più la pochezza di giudizio di chi trasforma una tragedia personale in lezione morale e sportiva. Certo, a Lorenzo poteva andare peggio. Il suo desiderio era di vedere la sua squadra vincere un’ultima volta, per poi sprofondare nel mistero di quello che c’è di là. Così è stato, 3-0. Se fosse stato della Roma probabilmente sarebbe morto di vecchiaia.

 

Salah meglio. Intendiamoci, la disciplina mi piace, voglio giocatori che sanno fare entrambe le fasi (da qualche anno a questa parte si dice così) e che aiutano la squadra anche nei ripiegamenti difensivi (da qualche anno a questa parte non si dice più così), però ci serve l’imprevedibilità, il colpo di genio, perché il talento mica lo puoi imbrigliare come un animale da soma: così, più o meno, parlò Vincenzo Montella a proposito di Salah (sorvolo sul fatto che in Italia è fortissimo mentre in Premier League una comparsa, e che la serie A per lui sarà quello che in Inghilterra normalmente è la squadra B, palestra per migliorarsi prima di giocare sul serio). I giornalisti, al solito, dicevano che il ragazzo ha talento ma non è molto disciplinato, la vecchia storia dello studente che ha qualità ma non s’impegna, e pure dopo la sgroppata di Torino qualcuno è riuscito a sottolineare quello che l’attaccante non ha fatto, i movimenti che ha sbagliato, la mano che non ha dato alla squadra, i chilometri che non ha corso senza palla. Montella dà invece l’impressione di sorvolare sul vitello d’oro delle due fasi e dello schema sulla lavagna, si tiene l’imprevedibilità di questo talento purissimo e se la gode, lavora per farla crescere ancora di più. Concentrarsi su quello che non c’è è forse lo sport più diffuso in Italia, quello che partorisce i ragazzi talentuosi e inconcludenti, genere Balotelli, e mette fuori dalla sua rosa mentale la punta che non sa fare la diagonale difensiva, la testa matta che ogni tanto torna tardi la sera, il fenomeno che non si sacrifica abbastanza.

 


Tabby Brown tira un sospiro di sollievo: la Lega calcio ha trovato un accordo e il Parma giocherà. La serie A è salva


 

Selfie. Luca Toni ha fatto un cucchiaino, una parabola bassa bassa, quasi dimessa; Mauro Icardi ha tirato fuori dal cassetto un cucchiaio da portata, una traiettoria lenta, interminabile, facilmente sopportabile soltanto dal tifoso interista, che ha le coronarie rinforzate. Entrambi i pallonetti sono stati efficaci – e di fronte all’efficacia m’inchino – ma fosse per me lo scavino andrebbe abolito. Non ne faccio una questione di rispetto, perché l’umiliazione calcistica dell’avversario è parte del gioco, ma di estetica e di cultura. Il cucchiaio è ottimo per una partita ai giardinetti, dove peraltro tende a riuscire meno perché il portiere non si tuffa di default, accompagnato dalla rabona e dall’elastico, che non servono quasi mai a nulla ma strappano applausi e accrescono il rispetto. E’ pur vero che la serie A è il grande giardinetto del calcio europeo, ma non esageriamo. Posso capire il pallonetto usato come arma psicologica in una partita che finisce ai rigori: non ricordo quanti bicchieri di brandy ho ingurgitato quando Pirlo ci ha infilato con quel tocco agli Europei, ma so che i nostri tiratori che sono venuti dopo sembravano anche più ubriachi di me. Ma nel rigore in mezzo alla partita il cucchiaio è una sbavatura, un selfie dagli undici metri di cui farei volentieri a meno.

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