Lettere da Bruxelles. Che cambiano da un anno all'altro

Lorenzo Borga

La manovra e i rilievi della Commissione europea. Nel 2018 toni più duri e una lista di preoccupazioni ben più lunga

La letterina è partita, qualche giorno fa. No, Natale non è arrivato in anticipo: stiamo parlando della comunicazione della Commissione europea all’Italia successiva alla pubblicazione del piano di bilancio del governo per il 2020. La missiva, firmata come sempre dalla coppia Dombrovskis-Moscovici, ha richiesto alcune informazioni in più al governo italiano sulle scelte in vista della prossima manovra di bilancio ormai in dirittura d’arrivo anche in Parlamento. E, in più, ha sottolineato lo scostamento rispetto ad alcuni obiettivi come il deficit strutturale (la differenza tra entrate e spese, al netto dell’andamento dell’economia) e l’aumento della spesa pubblica.

 

Ovviamente, non appena si è venuti a conoscenza dell’invio della lettera il 22 ottobre, si è scatenata la classica polemica politica. Molti esponenti leghisti hanno colto l’occasione per criticare il governo, sottolineando come anche il nuovo esecutivo non sia stato graziato dalla Commissione e abbia ricevuto la comunicazione di approfondimento, e allo stesso tempo criticando le regole fiscali dell’Ue. Un colpo al cerchio e uno alla botte da parte dei leghisti, verrebbe da dire dall’alto della loro esperienza di scazzottate con la Commissione Juncker.

 

Due lettere uguali?

Ma poi: è giusto mettere sullo stesso piano le due lettere, quella ricevuta dal governo giallorosso per il 2020, e il testo consegnato al primo esecutivo Conte, il 18 ottobre 2018? Fortunatamente il carteggio è interamente online e ci possiamo quindi fare un’idea precisa. Se per l’anno prossimo, la Commissione europea ha espresso perplessità per il leggero peggioramento del deficit strutturale (che sarebbe invece dovuto migliorare di qualche decimale) e per l’aumento della spesa pubblica primaria dell’1,9 per cento, nel 2018 la lista delle preoccupazioni di Bruxelles era molto più lunga. Allora la spesa pubblica primaria cavalcava verso un aumento del 2,7 per cento, un terzo in più rispetto a oggi (e senza considerare i tassi di interesse alle stelle), e lo scostamento dall’obiettivo di deficit strutturale era pari a un punto e mezzo percentuale. In sostanza avremmo dovuto migliorare il bilancio dello -0,6 per cento, ma la prima bozza della manovra del governo gialloverde lo intendeva peggiorare di quasi la stessa percentuale, ma col segno opposto: +0,8. A questo si aggiungeva la stima della crescita del Pil per quest’anno, che nell’aggiornamento del Def 2018 il governo di allora aveva previsto sarebbe cresciuto dell’1,5 per cento, che non fu ritenuta credibile dall’Ufficio parlamentare di bilancio e quindi nemmeno dall’Unione europea (e sappiamo tutti come è andata a finire, purtroppo). E ancora il percorso del debito pubblico non era credibilmente indirizzato verso la discesa del macigno italiano sui conti pubblici.

 

Nel testo del 2018 anche i toni sono molto più duri rispetto alla lettera di alcuni giorni fa. Si scriveva di un “particolarmente serio mancato rispetto delle regole di bilancio del patto di stabilità e crescita”, e si usavano tre parole che nelle relazioni diplomatiche europee si dosano con cautela: la larghezza della deviazione rispetto agli obiettivi di bilancio “non aveva precedenti” nella storia degli ultimi anni, in tutta l’Unione europea. Toni che preludevano alla battaglia contabile che di lì a poco sarebbe scattata, terminata solo con il taglio del deficit di quattro punti decimali da parte del Conte 1. Tutto questo, fortunatamente, nella lettera ricevuta dal nuovo governo italiano non c’è.

 

A tutto ciò, possiamo aggiungere anche le parole di pochi giorni fa di Pierre Moscovici, commissario agli affari economici uscente: “La lettera che abbiamo inviato è completamente diversa da quella che era stata indirizzata al governo precedente”, e ancora “non ho dubbi che il governo italiano sarà in grado di rispondere serenamente, tranquillamente, precisamente, nelle scadenze previste”.

 

Due manovre uguali?

Le lettere europee sono quindi diverse, perché differenti sono le manovre di bilancio (anche se per il 2020 abbiamo visto solo il quadro complessivo). A prima vista non sembrerebbe: entrambe infatti fissano il livello di deficit nominale al 2,2 per cento (la prima versione per il 2019 era al 2,4, poi ridotta). Ma l’importante non è tanto il livello del deficit nominale, tenuto in scarsa considerazione anche dai regolatori europei, quanto cosa ci sta sotto. Come ha fatto notare l’economista Roberto Perotti, al netto della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, il governo precedente aumentava il disavanzo di circa otto miliardi, questo governo lo riduce di sette miliardi. Eh sì, perché l’anno prossimo a complicare il quadro ci sono le più alte clausole di salvaguardia di sempre, ritoccate al rialzo da 19 a 23 miliardi proprio dal governo precedente. Nell’autunno 2018 i soldi da trovare per evitare l’aumento dell’Iva erano 12,5 miliardi di euro, quest’anno sono stati 23, quasi il doppio. L’anno prossimo dunque gran parte del disavanzo previsto nella legge di bilancio servirà a scongiurare l’aumento delle imposte indirette, mentre poco altro avanzerà per il resto delle misure, a differenza del 2019 quando in deficit sono stati finanziati quota 100 e reddito di cittadinanza.

 

È interessante analizzare però anche cosa c’è, oltre alle clausole di salvaguardia, nelle leggi di bilancio 2019 e 2020. Un comportamento diverso da parte dell’Unione europea potrebbe infatti essere giustificato anche dalle ricette economiche differenti. Tutti gli anni l’esecutivo europeo, assieme al Consiglio, predispone un documento in cui raccomanda a ogni paese membro le migliori – a suo dire – politiche economiche da introdurre per l’anno in corso. È qui che Bruxelles da anni consiglia all’Italia di tagliare il cuneo fiscale sul lavoro e contrastare l’evasione fiscale potenziando i pagamenti elettronici. Due obiettivi che non a caso ritroviamo centrali nella legge di bilancio per il 2020. Con una manovra così, è improbabile che l’Ue si metta di traverso. Ci ricordiamo invece la manovra approvata a dicembre dell’anno scorso, che oltre a spendere miliardi sull’acerbo reddito di cittadinanza (ma almeno il contrasto alla povertà è un obiettivo che l’Unione ha sempre raccomandato ai propri stati) ne destinava altrettanti al prepensionamento di alcune centinaia di migliaia di 62enni con quota 100. Mentre la Commissione da anni ci invita a contenere la nostra spesa pensionistica (la seconda dell’area Ocse) per concentrarci piuttosto sugli aiuti alle famiglie (su cui siamo invece 21esimi), per ridurne la povertà che colpisce in particolare le giovani famiglie e aiutare la natalità.

 

La contronarrazione

Tante critiche si possono fare alla manovra di bilancio che tra pochi giorni inizierà il suo percorso in Parlamento. Anche alle opposizioni di destra, Lega e Fratelli d’Italia, non mancano certi gli appigli critici, tra i numerosi piccoli balzelli di tasse in aumento e la scarsa capacità comunicativa di una legge di bilancio che per tre quarti evita l’aumento di un’imposta e rischia dunque di non essere riconoscibile agli occhi degli elettori. Mentre la manovra dell’anno scorso (purtroppo) ce la ricordiamo nitidamente tutti.

 

La differenza di trattamento da parte della Commissione europea guidata da Juncker è giustificata nei fatti da un diverso atteggiamento e differenti decisioni di politica economica da parte del rinnovato governo italiano, come abbiamo mostrato. Tuttavia nelle decisioni è molto probabile che rientrino anche l’affinità politica e personale che la Commissione uscente condivide con il secondo governo di Giuseppe Conte. Il premier, si sa, ha sempre ricoperto il ruolo della colomba nei negoziati con Bruxelles, e la sua posizione più centrale nell’esecutivo non può che piacere in Europa. E l’ingresso del Partito democratico, non più a guida renziana, offre solidità agli occhi europei e spazza via dal tavolo ogni possibilità che l’Italia abbia la velleitaria tentazione di uscire dall’Euro. C’è dunque una maggiore aspettativa, professionale e personale, nei confronti del nostro paese, che ha pagato nelle negoziazioni come è normale che sia in politica. Una dimostrazione in più, se ancora servisse, che la fiducia – quando qualcuno ti presta i soldi (i mercati) o condivide i suoi soldi con i tuoi (gli stati europei) – è la ricchezza più preziosa che abbiamo, e che allo stesso tempo possiamo (ri)perdere più velocemente di quanto ci immaginiamo.