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Una nuova umanità con un vocabolario obsoleto
Immediatamente respinta l’obiezione che siamo davanti a un normale ricambio: i padri con il giornale e i figli con il telefono. No, no. Siamo una popolazione proprio diversamente fabbricata, perderemo delle funzioni come nel passato ne abbiamo acquisite
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16 MAY 26

Foto LaPresse
Prima o poi doveva succedere. Non mi ricordo dove ma Stefano Benni aveva scritto: Siamo in una fase nuova, la fase in cui nessuno ci dice in quale fase siamo.
Ho pensato: che bellezza quando si poteva pensare che era solo una fase. La fase della guerra fredda, la fase tutte-vestite-come-Madonna-Veronica-Ciccone, la fase della crisi Lehman’s, la fase del virus. Quanto eravamo fortunati quando era solo una fase. Una fase è reversibile, intanto è passeggera, poi magari si rivela meglio di com’è. Non siamo più in nessuna fase, adesso è diverso. La diagnosi è che non siamo più chi eravamo. Meglio rassegnarsi, ci stiamo avviando verso un’evoluzione poco prevedibile e velocissima, per di più. Siamo un’umanità nuova di zecca, con altri pollici opponibili, ormai troppi dati scientifici ma pure percepibili dal quisque più fesso del popolo (io) convergono.
Immediatamente respinta anche l’obiezione che siamo davanti a un normale ricambio: i padri con il giornale e i figli con il telefono. No, no. Siamo un’umanità proprio diversamente fabbricata, perderemo delle funzioni come nel passato ne abbiamo acquisite. Abbiamo altri riflessi, altre vergogne (adulti professionisti sulla cinquantina che si mettono la telecamera in faccia e parlano per il loro pubblico, vi pare normale? Che avreste detto nel 1999?) e perfino un’altra razza di solitudine. Ci avviamo verso altri modi di innamorarci e di studiare. Il cambiamento è stato così rapido che continuiamo a parlarne con parole vecchie. Sbagliamo a dire “telefono”, perché ormai è un organo esterno al corpo. Nessuno sa campare nemmeno un giorno senza telefono senza sentirsi perduto. Diciamo internet, ma è l’acqua. Diciamo intelligenza artificiale, ed è la prossima acqua. Quindi deporre la domanda: che cosa ci è successo? Perché ormai è desueta anzi è ingenua.
L’amore
L’amore, chissà cosa diventerà l’amore in futuro. Si perderà la millenaria tradizione della sciagura sentimentale, dell’amore non corrisposto, e passeremo tutti all’amore immaginario. La differenza è che nel primo caso, amore non ricambiato novecentesco, chi ti piace esiste e non risponde, invece l’avatar AI risponde sempre però non esiste.
Ci prepariamo agli amori senza corpo? Entro quanto tempo sentiremo i primi “è normale”? “E’ normale” stanno diventando le due parole che comincio a temere di più di tutto il vocabolario. Pronto, servizio clienti, sposiamoci.
L’attenzione
Poi c’è l’attenzione. La grande parola triste del decennio, io l’attenzione e la memoria le sto perdendo un giorno dietro l’altro, come avere un taglio da qualche parte con un’emorragia invisibile e nessuno mi mette i punti. Presto, me lo sento, perderà la qualifica di qualità morale, l’attenzione. Chi legge un libro è virtuoso? Ci dispiace, non più. Il mondo governato da Lucignolo.
Dicono gli studi che siamo passati dall’attenzione profonda all’iperattenzione. Lo schema classico era: mi siedo (mi metto alla scrivania) e resto lì. Un film, un romanzo, una lezione perfino una noia. Oggi la mente procede a scatti: messaggio, email, notifica del giornale online, risposta, Whatsapp, Vinted. Siamo sempre interrotti.
Il dramma incredibile è che resistere costa quasi quanto cedere, anche rifiutarsi di essere schiavo del telefono impegna. Non controllare il telefono è una piccola prestazione, ignorare consuma forze tanto quanto pensare.
La scuola
La scuola è forse il luogo più evidente della mutazione. Perché lì le forme antiche sopravvivono nei nomi, ma non ce la fanno più nella sostanza. Dici: riassunto, tema, versione di greco e latino equazione di matematica. Tutte parole fossili, come “pellicola Kodak da sviluppare”.
I compiti a casa erano l’inizio della collezione di frustrazioni adulte, il minimo del brutale che si poteva dare ai ragazzini per abituarli alla serie di seccature che ci toccano poi da semi vecchi: tu, bambino, siediti e stai da solo davanti a una difficoltà. Guarda che non è così brutta e ti fa bene. Se sbagli poi cancelli, riprovi, telefoni l’amico e in casi disperati copi la lezione dal compagnuccio più bravo, vergognati e poi sforzati di capire qualcosa. Addio tutto: ora che la frustrazione è opzionale, ditemi chi se la deve pigliare, e con quale forza di volontà. Quanto durerà il sogno: l’AI è per farsi aiutare, non per delegare, se la cosa più bella del mondo è comandare, far fare ad altri? Dato un potere formidabile, esiste qualcuno che vuole scagliare la prima pietra e dire “no grazie”?