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La class action dei ricchi contro il sogno fallito di The Core a Milano
Il club esclusivo doveva aprire vicino a San Babila e offrire ristoranti, terrazze, eventi, mostre e una clinica per la longevità. Invece sono arrivati contenziosi, ritardi e carte bollate
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14 MAY 26

Piazza San Babila a Milano (Ansa)
Potremmo chiamarla la class action dei ricchi. Il teatro è Milano, territorio nel quale il salto di specie a global city viene testimoniato anche da casi come questi. A tirare in ballo lo strumento giuridico collettivo tipicamente usato dai movimenti di contestazione o comunque di opposizione stavolta è un pezzo significativo della borghesia milanese che, mostrando una certa ingenuità, si è fatta truffare da Jennie e Dangene Enterprise, due scaltre donne d’affari yankee – la prima per altro citata negli Epstein file – che avevano promesso di aprire nella città di Ambrogio l’esclusivo The Core, un private member’s club di quelli che in città sono diventati molto ricercati dai gentleman e dai manager.
Il club esiste già a New York e Milano ne avrebbe dovuto replicare i fasti, godendo addirittura di un’esclusiva europea. Almeno così hanno creduto 700 ambrosiani di successo che il Corriere di Milano ha classificato come “professionisti e membri delle famiglie più note della città”. E scorrendo i nomi non si può che concordare: Nino Tronchetti Provera, Giovanni Del Vecchio, Angelo Moratti, Marialuisa Gavazzeni Trussardi, Antonio Versace, Remo Ruffini, Andrea Recordati ed Emanuele Galtrucco. In tutto i milanesi coinvolti hanno tirato fuori 10 milioni per far partire The Core, che poi avrebbe aperto loro le porte per un corrispettivo tra i 18 e i 30 mila euro annuali ciascuno.
A motivare l’impegno profuso nel passaparola per raccogliere denari c’era la prospettiva di poter accedere a un ambiente esclusivo, di fare networking internazionale di prima qualità, di usufruire di un’atmosfera rarefatta, privacy assoluta e divieto di scattare foto. Più in concreto la promessa era di avere a disposizione ristoranti, terrazze, spettacoli, una galleria per mostre e – si dice – addirittura una clinica per la longevità. Ma non è andata così: nel tempo è nato un vivace contenzioso tra le due ideatrici, i proprietari dell’immobile vicino San Babila e l’impresa edile che doveva realizzare il club secondo gli standard newyorchesi. Sono seguite altre sventure – non esclusa la pubblicazione degli Esptein files – e così sono passati almeno sei anni prima di arrivare alle odierne carte bollate. E al ricorso alla class action messa in piedi dallo studio legale Lexia. Le altre azioni legali collettive tentate in Italia erano state promosse da Altroconsumo, dal Movimento Consumatori e dai pendolari di Trenord. Nessuno avrebbe pensato che un giorno sarebbe stata la borghesia milanese a imbracciare l’arco e a scoccare la freccia.
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