Non basta vincere una guerriglia per governare un paese

Da quando ho scovato quello scatto di Che Guevara dopo la cattura, non smetto di guardarlo per quanto sintetizza il destino di un eroe, di un martire per eccellenza del Novecento. E che dire delle sorti della Cuba odierna?

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12 MAY 26
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Foto Olycom

Esiste una foto in primo piano di Che Guevara – quella che gli aveva scattato il 4 marzo 1960 il fotografo cubano Alex Korda – di cui non credo ci sia qualcuno della mia generazione che non la ricordi e non ne sia a tutt’oggi commosso. Un sedicenne catanese (la città in cui vivevo allora) da quella foto aveva tratto un suo disegno del volto di Guevara che io utilizzai quale immagine di copertina del numero 18 di Giovane critica, la rivista trimestrale di cultura politica che avevo fondato nei miei vent’anni e che è stata la cosa più importante della mia vita. Era il numero datato inverno-primavera 1968, e dunque pubblicato pochi mesi dopo la morte del Che, assassinato in Bolivia il 9 ottobre 1967. Quella di Korda era la foto di un eroe che stava sfidando il mondo.
C’è una foto del Che ben diversa anzi evocativamente opposta, che io non smetto di guardare su Instagram. Una foto di lui a mezzo busto, quando lo avevano appena catturato mentre il Che, alla testa di una cinquantina di uomini, cercava di ripetere in Bolivia quel che a lui e a Fidel Castro era riuscito a Cuba. Ha le mani legate l’una all’altra davanti a sé, lo sguardo come schiantato di chi quella sfida l’ha persa, non so se siano i minuti successivi alla cattura o quelli che il giorno dopo immediatamente precedettero il momento in cui i suoi aguzzini lo stesero su una lastra di marmo e lo fucilarono a freddo. Da quando l’ho scovata, quella foto non smetto di guardarla da quanto sintetizza il destino di un eroe, di un martire per eccellenza del Novecento. (Tra parentesi, nella foto di lui cadavere il Che ha tutt’e due gli occhi aperti, segno che volle vedere sino all’ultimo quello che gli stavano facendo.) Da quanto quella foto sintetizza l’inanità della via guerrigliera che il Che aveva scelto ancora una volta e che a tanti di noi studenti europei pareva allora una via maestra. Quanto eravamo imberbi. Quanto scambiavamo per realtà le nostre scombiccherate fantasie di poco più che adolescenti. Del resto, lo sapete benissimo di che cosa sto parlando. Piuttosto sorprende quanto odio nei confronti del Che ci fosse in molti dei commenti alla foto pubblicati su Instagram. Ha avuto quello che si meritava, ragliano in molti. Su ogni sponda politica è rarissima l’arte di rispettare gli avversari e l’eventuale loro sacrificio.
E che dire delle sorti della Cuba odierna a più di mezzo secolo degli avvenimenti di cui ho detto? Mi pare che sia ridotto a un Paese letteralmente alla fame. Di certo c’è di mezzo l’embargo statunitense, la morsa d’acciaio che su Cuba esercita l’America di Trump. Ma non è solo quello. Il punto centrale di quanto sta accadendo a Cuba (e non è detto che con uno come Trump il peggio non debba ancora venire) è che non basta vincere una guerriglia per poi riuscire a governare un paese, a sanare le sue debolezze strutturali. A pareggiare la situazione umana di chi ha con quella di chi non ha.