La pace di Gesù non coincide con il silenzio delle armi

In uno scenario internazionale sempre più caratterizzato dalla guerra, è curioso e drammatico che la nostra élite politica, anziché prendere seriamente di petto il problema della difesa militare del paese, si limiti a esorcizzarlo, delegandolo, a seconda delle convenienze

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9 MAY 26
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Foto LaPresse

Sul Corriere della Sera di martedì 28 aprile Angelo Panebianco ha lanciato una sorta di appello a tutte le forze politiche italiane, affinché comprendano l’importanza di “difendersi per avere la pace”. In uno scenario internazionale sempre più caratterizzato dalla guerra, è curioso e drammatico che la nostra élite politica, anziché prendere seriamente di petto il problema della difesa militare del paese, si limiti a esorcizzarlo, delegandolo, a seconda delle convenienze, ora all’Onu, ora all’Europa, ora alla Nato, riservando cinicamente per sé stessa soltanto l’amore della pace, come se questo bastasse a difenderci da eventuali malintenzionati. Una pessima pedagogia civile che, pur ammantata di nobili ideali, alimenta di fatto la paura tra i cittadini e lascia il paese indifeso, non soltanto militarmente, ma anche culturalmente. E’ per via di questo spaesamento generale, credo, che nella parte finale del suo articolo, Panebianco si rivolge direttamente alla Chiesa. “La Chiesa – egli scrive – può fare molto per aiutare gli italiani, spaventati e confusi, a non nascondere la testa sotto la sabbia, ad acquisire una maggiore consapevolezza dei rischi che i tempi presenti fanno correre a tutti. E’ vero, viviamo in una società largamente secolarizzata. Ma ciò non toglie che la Chiesa resti, per tanti italiani, una guida morale importantissima. E’ essenziale che i vescovi italiani, mentre giustamente invocano la pace, aiutino gli italiani a comprendere che non c’è contraddizione fra volere la pace e difendersi dai potenziali pericoli, non c’è contraddizione fra mantenere una attitudine pacifica, per nulla aggressiva verso chicchessia, e, contemporaneamente, riconoscere non il diritto ma il dovere dei governi di fare tutto ciò che è in loro potere per difendere i loro paesi da possibili aggressioni altrui. Se è giusta la diagnosi di chi pensa che i pericoli siano destinati a crescere e non a diminuire occorre aiutare gli italiani a prenderne coscienza. Il che significa, prima di tutto, sbarazzarsi di alibi e di pericolose ideologie”.
Io credo che la Chiesa italiana dovrebbe accogliere senza indugi questo appello di Panebianco, non fosse altro perché le offre una splendida occasione per ribadire ciò che Papa Leone XIV ha ricordato il giorno stesso della sua elezione, e cioè che la pace di cui parla la Chiesa è quella di Gesù, non quella dei tanti pacifismi che, magari senza volerlo, contribuiscono a seminare paura e spesso anche odio nella società. Non si tratta, sia chiaro, di legittimare l’azione politica di chicchessia, né di ribadire semplicemente la validità della millenaria dottrina della guerra giusta. Come ha sottolineato Andrea Riccardi sul Corriere della Sera del 1° maggio, nulla vieta che questa dottrina venga aggiornata, in considerazione di ciò che sono diventate le guerre moderne. Ma non si tratta nemmeno di appiattire il magistero della Chiesa su posizioni che, in omaggio alla nonviolenza, finiscono per disconoscere il sacrosanto diritto a difendersi da parte di chi è aggredito (solitamente i più deboli). E’ precisamente questo diritto, e questo soltanto, che giustifica che si investano risorse in armamenti. E’ importante ribadirlo, specialmente se si vuol difendere la radicalità del messaggio evangelico, senza dissolverlo nell’irrealtà.
In un mondo in cui non sembrano esserci più limiti all’ingordigia dei prepotenti, la parola della Chiesa deve levarsi a maggior ragione in favore della pace e della giustizia, cosa che peraltro, non da oggi, fa con grande vigore, ma non può confondersi col pacifismo di chi, non riconoscendo nemmeno il diritto-dovere che gli stati hanno di difendere i propri cittadini quando il nemico è alle porte, grida a gran voce che è semplicemente immorale comprare armi e che bisognerebbe investire invece su sanità e istruzione. Chi non lo vorrebbe? Chi non vorrebbe che i conflitti venissero tutti risolti con le armi della diplomazia? La guerra è orrenda, per di più, come ha sottolineato Riccardi, le guerre di oggi non le vince più nessuno, ma questo non è un argomento per non investire in difesa e in sicurezza, semmai è il contrario. C’è infatti un solo modo per convincere i prepotenti dell’inutilità della guerra, ed è che il potenziale aggredito si mostri in grado di difendersi, vuoi perché dispone di un adeguato sistema di difesa, vuoi perché può contare su un’alleanza militare con altri. Proprio come dice Panebianco, sarebbe quindi oltremodo auspicabile che anche i vescovi “aiutino gli italiani a comprendere che non c’è contraddizione tra volere la pace e difendersi da potenziali pericoli”. La qual cosa contrasta invero con una certa aria pacifista che indubbiamente ha preso piede anche in ambienti cattolici, nonché nello stesso Riccardi. Ma proprio per questo bisognerebbe fare chiarezza. La pace di Gesù non coincide con il silenzio delle armi; ha a che fare soprattutto col nostro cuore e con la nostra capacità di testimoniarla nelle situazioni più disparate.
Nel suo messaggio rivolto ai lavoratori per il 1° maggio, l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, esorta giustamente a “non abituarsi agli orrori della guerra”. Quando però, riprendendo le parole di Papa Leone XIV, il cardinale ribadisce che non basta parlare di pace e che “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”, affinché Torino, “la città dell’auto”, non diventi “la città delle armi”, ho il timore che entri in un vero e proprio campo minato. Non ho nessuna simpatia per i “mercanti d’armi”, ma forse bisogna riconoscere che molto spesso sono l’unica speranza per chi le armi non le ha e si trova aggredito da chi invece ne ha prodotte in abbondanza.
So bene che per i cristiani, come ebbe a ribadire anche Benedetto XVI, “la nonviolenza non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”. Ma stiamo parlando appunto di “un modo d’essere della persona”, non della società. Il cristiano sa bene che la fedeltà a Gesù Cristo potrebbe imporgli di sacrificare la sua vita. Ma mai quella di un altro. Per questo sa anche riconoscere il diritto-dovere di ogni società a difendersi, se necessario anche con le armi, facendo di tutto affinché questo non accada. Ribadirlo, specialmente oggi, potrebbe valere senz’altro come un importante servizio reso alla pace.