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La morte di Gianni Cervetti e gli ultimi scampoli del Pci
Con la morte del politico finisce una generazione di dirigenti comunisti che ha segnato una lunga fase della vita politica italiana, grazie all’impegno e alla consapevolezza critica
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7 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:14 PM

Foto Olycom
E’ mancato nella sua Milano Gianni Cervetti, l’ultimo esponente di rilievo del Pci, la cui carriera politica inizia nella città ambrosiana. Segretario cittadino del Psi milanese, nella terribile notte successiva all’esplosione di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, propone l’organizzazione di una presenza popolare massiccia ai funerali delle vittime, tesi assai controversa, contrastata anche dal segretario provinciale della federazione milanese e da altri dirigenti che sostenevano che “il partito non è un’impresa di onoranze funebri”. Prevalse la proposta di Cervetti, che peraltro sfidava anche la proibizione di manifestazioni di massa emessa dalla questura. Com’è noto, quell’evento segnò la reazione democratica alla strategia della tensione, tema sul quale Cervetti insistette anche negli anni successivi. Quando, nel 1971, esponenti del centrodestra costruirono il movimento della “maggioranza silenziosa”, che organizzò in mezzo una imponente sfilata per le vie milanesi, Cervetti si adoperò per costruire il Comitato permanente antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano, insieme a socialisti e a un parte rilevante dei democristiani. Questa ispirazione unitaria, aperta a un rapporto paritario con la Dc, anticipava la stagione del compromesso storico, inaugurata dagli articoli di Enrico Berlinguer sulla lezione cilena, di due anni successivi. E’ proprio in quella stagione che Cervetti assume incarichi di altissimo livello nel Psi nazionale.
In piena sintonia con Berlinguer, assume il ruolo di responsabile dell’organizzazione nella segreteria nazionale del partito, fino al 1979. In quel periodo dovette occuparsi anche di rendere autonomo il Psi dai finanziamenti sovietici e lo fece anche capitalizzando le sue conoscenze con i funzionari russi, che risalivano a quando si era laureato a Mosca in Economia, e di rinnovare la sede delle Botteghe Oscure. A Milano aveva sempre evitato ai segretari di sezione di imbiancare le sedi che volevano dare il senso del rinnovamento (e far sparire alla chetichella qualche ritratto di Stalin e in qualche caso persino qualche deposito di armi partigiane non consegnate). Con la svolta di Berlinguer che abbandonò il compromesso storico per porre la questione morale nel 1980, si aprì la fase “migliorata” di Cervetti, che appoggiò, da segretario regionale lombardo del Pci, le posizioni di Giorgio Napolitano, col quale collaborò per tutti gli anni successivi. Oltre all’attività politica, Cervetto aveva varie passioni culturali: era un bibliofilo e raccolse una ragguardevole collezione di libri rari, amava la musica classica e anche in questi settori assunse ruoli organizzativi nelle varie istituzioni del settore. Ha lasciato testimonianze rilevanti delle sue attività in libri assai interessanti, tra i quali “L’oro di Mosca, la testimonianza di un protagonista”, e “Compagno del secolo scorso, una storia politica”, oltre ad altri testi. Con Cervetti finisce una generazione di dirigenti comunisti che ha segnato una lunga fase della vita italiana, grazie all’impegno e alla consapevolezza critica.