Quest’Europa narcisista ha bisogno di un po’ di barbarie

Ripiegandoci su noi stessi, nel sogno edenico di un mondo perfetto si finisce per cadere nella fonte e affogare sé stessi

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1 MAY 26
Immagine di Quest’Europa narcisista ha bisogno di un po’ di barbarie

John William Waterhouse - Echo e Narciso. Foto Wikipedia Commons

Del mito di Narciso solitamente si ricorda soltanto che questo splendido giovinetto, innamoratosi della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua, finisce per essere così rapito da sé stesso da annegare cercando di afferrare la propria immagine. In altre versioni il giovane muore d’inedia, consumandosi per l’impossibilità di poter possedere la propria stessa immagine, l’oggetto assoluto del suo amore. Ciò che non si ricorda mai, però, è l’inizio, il presupposto narrativo per così dire. A tal fine, basta andare a una delle fonti principali, ossia le Metamorfosi di Ovidio per capire.
L’indovino Tiresia, interrogato un giorno dalla bellissima ninfa Liriope, madre del neonato Narciso, riguardo al futuro del bambino, e alla sua possibilità di avere una vita lunga e serena giungendo fino alla vecchiaia, le rispose che ciò sarebbe avvenuto solo se Narciso non fosse mai giunto a conoscere sé stesso. Purtroppo le cose andranno proprio così. Infatti, conoscendo un giorno sé stesso nel riflesso di uno specchio d’acqua, non potrà più staccare gli occhi dalla propria stupenda immagine. E ne morirà.
L’aspetto travolgente di una simile premessa del mito è che si tratta del perfetto ribaltamento di quella che è forse la massima più icastica e conosciuta dell’intera tradizione greca: quel “conosci te stesso” che stava come iscrizione all’ingresso del tempio di Apollo a Delfi. E non è un ribaltamento da poco. Significa andare al cuore di una intera tradizione, e rovesciarla.
Del resto, nello stesso orizzonte, si pone una celebre critica di Goethe alla medesima massima che il poeta dice essergli sempre parsa “un’astuzia di sacerdoti […] che vogliono confondere l’uomo con pretese irrealizzabili e deviarlo dall’attività verso il mondo esterno a una falsa contemplazione interiore. L’uomo conosce sé stesso solo in quanto conosce il mondo”. In tale ottica, il tentativo di conoscere sé stessi non è solo illusorio, ma diviene una sorta di condanna nei confronti della vita vera. Diviene la preferenza per la falsità di un riflesso rispetto al mondo reale. Diviene la preferenza per l’autoinganno di poter conoscere ciò che per sua natura, la vita, sfugge di continuo.
Raggiungere la conoscenza di sé è impossibile. La vita di ciascuno è, infatti, per sua natura proiettata in avanti, realizzandosi nel continuo sfuggire da sé gettandosi verso il futuro, agendo sul mondo. Pensare di poter dimorare nella conoscenza di sé è precisamente ciò che può generare la “sindrome di Narciso”, chiamiamola così per distinguerla dall’ormai usurata espressione “narcisismo”. Anche perché con sindrome di Narciso si vorrebbe qui fare riferimento a qualcosa di diverso, che ha essenzialmente a che fare con un comportamento “politico”. La sindrome di Narciso è infatti quella che sembra colpire l’Europa che si trova in trappola rispetto alla propria stessa identità. L’Europa si rispecchia nella propria bellezza. In nessun luogo al mondo, in nessuna altra epoca del mondo si è giunti a una fusione così perfetta di benessere, diritti, libertà, pace, fratellanza, come pure di bellezza artistica e ambientale. Esiste forse un luogo più bello del combinato disposto di tutti i luoghi europei? Ovviamente è impossibile trovare qualcosa di pareggiabile.
Tale bellezza, intesa nel senso più completo di questo termine, porta però a una stasi. Cos’altro fare se non conservare l’esistente? Cos’altro fare se non conservare, riflessivamente, ciò che abbiamo raggiunto? E ancora: come è possibile che il mondo non ci rispetti e non si uniformi alla nostra “way of life” semplicemente contemplando quanto siamo belli e buoni? Ecco, esattamente in questo consiste la sindrome di Narciso. Nella riflessività assoluta, intesa come incapacità dell’Europa di uscire da sé, di lanciarsi fuori di sé, ossia verso il futuro. Di abbandonare le certezze raggiunte. Di volere rendersi “sempre più bella” senza sporcarsi le mani, senza mettere le mani in pasta nel mondo, che è ciò che si fa inevitabilmente quando si esce da sé stessi: ci si sporca.
Nell’eccesso di riflessione senza azione, in questo voler essere sempre più belli a dispetto del mondo, si perde il senso della realtà, che è stare nel mondo secondo ciò che il mondo ci manda incontro. Ripiegandoci su noi stessi, nel sogno edenico di un mondo perfetto, fatto ad esempio di sempre più diritti, di mulini a vento, ossia di pale eoliche, e di universalismo senza confini, si finisce per cadere nella fonte e affogare sé stessi.
Servirebbe una piccola rottura barbarica, rispetto a tutta questa bellezza. Rompere lo specchio in cui ci riflettiamo e uscire dai confini di ciò che assumiamo come giusto e come buono, che se ha costituito il nostro trionfo passato, ma che oggi ci imprigiona.