Ricomincia Sanremo

Un Festival di rassicurante Baudismo

Stefano Pistolini

Carlo Conti storicizza lo stile della sua gestione all’insegna della tradizione morbida. Sanremo 2026 è il festival della restaurazione. Celebra un’Italia calma e malinconica, raccolta attorno a una raffica di brani che sembrano scritti in un limbo temporale

Pare proprio – magari i fatti ci smentiranno – che il protagonista assoluto del Festival di Sanremo 2026 sarà Pippo Baudo, o almeno la sua ombra, la sua eredità, la sua visione. Carlo Conti, direttore artistico alla seconda e ultima apparizione del secondo mandato, l’ha dichiarato chiaro e tondo: l’intera edizione di quest’anno è dedicata a Baudo, sigla compresa. Perciò, dopo il quinquennio di Amadeus col suo tentativo giovanilista, comanderà il Baudismo di ritorno, nella percezione della kermesse come grande rito collettivo che unisca musica e spettacolo. “Sanremo come le Olimpiadi della musica italiana” ha aggiunto Conti, proponendo un paragone in effetti congruo se si guarda alla generale atmosfera degli eventi, a quell’attenzione piuttosto maniacale all’estetica di facciata e alla cura del buon funzionamento del meccanismo spettacolare, per un Sanremo ripulito dalle scorie dell’imprevisto (non che prima sia stato Fort Alamo, ma insomma…), dove la musica sia patrimonio e non conflitto. Proposito nel quale Conti non figura tanto come direttore artistico nel senso demiurgico del termine, quanto piuttosto come un efficiente amministratore, che non persegue l’innovazione, ma la reiterazione. Il suo Sanremo dev’essere una rassicurante struttura circolare, nella quale tutto torna al punto di partenza, a dispetto delle asimmetrie del palcoscenico di quest’anno. 

 

Una manifestazione contraddistinta da una conduzione levigata e priva di spigoli, traduzione televisiva di quel desiderio di ordine che sembra attraversare, almeno come anelito, i palazzi del potere. E perciò, attraverso l’affidamento a un teorico del palinsesto, garante al tempo stesso di un sano positivismo applicato alle canzonette, una gestione improntata alla serenità, secondo gli auspici dei vertici Rai, dopo il “caos” creativo dell’era precedente, animata da un situazionismo oggi gradito assai poco alle nostre latitudini. Per una gestione in primo luogo “tecnica” di una manifestazione adesso difficilmente conciliabile col mondo che la circonda. Un’operazione nella quale – dal punto di vista dei contenuti e dei messaggi, non del rumore bianco dell’entusiasmo popolare e degli indici d’ascolto – Carlo Conti interpreta il liquidatore, non il creativo. Se Sanremo è il Superbowl televisivo italiano, ovvero l’evento che raduna un enorme campione rappresentativo della popolazione, la volontà appare quella di bonificarne la proposta, anestetizzarla, porla in gestione controllata. Dunque un Festival del “meno peggio”, rimpinzato di canzoni-prodotto che non disturbino i manovratori e non cerchino di essere motivo di confronto. Del resto Conti chiude qui la sua corsa, passa la mano, storicizza lo stile della sua gestione all’insegna della tradizione morbida. Intanto si preoccupa di ribadire d’aver operato con “assoluta carta bianca”, difende l’autonomia delle proprie scelte, sia musicali che d’intrattenimento, nega ogni interferenza, liquida come minore anche il possibile inciampo provocato dall’apparizione, poi cancellata, del comico Pucci, con le polemiche che hanno risposto al suo annuncio: Conti dice che non pensava che si sarebbe sollevato un polverone simile, che Pucci era già stato suo ospite in altre trasmissioni senza che la cosa destasse problemi, che condivide la scelta (“del tutto personale”) del comico di restarsene a casa, dal momento che in quei giorni l’importante è evitare rischi e grane. Invece srotola con entusiasmo e devozione l’elenco degli ospiti vip grazie ai quali proprio il concetto basilare del prestigio rassicurante prenderà forma: Laura Pausini, presenza fissa al suo fianco, ultima incarnazione di un dignitoso classicismo da esportazione, e poi gli indiscutibili Eros Ramazzotti e Tiziano Ferro, i Pooh trentasei anni dopo il loro antico trionfo e l’Achille Lauro “rinato”, quello purificato e rivestito di una seconda pelle nazionale e popolare attraverso il lungo servizio di normalizzazione al tavolo dei giudici di “X-Factor”. 


Un progetto complessivo che ha anticipato le proprie forme e intenzioni al Quirinale, nell’incontro dello scorso 13 febbraio tra la delegazione degli artisti sanremesi al gran completo e il presidente Mattarella. L’intento di sancire il Festival come vanto della nazione e non come sede polemica è apparso in tutta la sua evidenza: “E’ stata la più grande soddisfazione della mia carriera. Lui grandioso, ha detto parole meravigliose sulla discografia italiana, e questo mi riempie di gioia”, ha dichiarato nell’occasione un Conti raggiante e commosso. E Mattarella nell’occasione è diventato lo sponsor di una ricollocazione di questo evento in una chiave di sana ufficialità e legittimazione istituzionale: “L’attività discografica italiana è fiorente, rappresenta un ambito significativo e di rilievo dell’economia del Paese. Il Festival, quindi, è un appuntamento la cui importanza travalica l’apparenza che lo circonda” ha detto il Presidente, facendosi testimone di un ottimismo spericolato e non del tutto veritiero (delle debolezze, sia finanziarie che organizzative, prim’ancora che qualitative del nostro sistema della musica, si è scritto a profusione di recente), schierandosi a sostegno della linea incarnata da Conti: Sanremo come patrimonio celebrativo, prima che come show, un po’ nei dintorni della parata del 2 giugno. 

 

 

Se Sanremo è il Superbowl televisivo italiano, ovvero l’evento che raduna un enorme campione rappresentativo della popolazione, la volontà appare quella di bonificarne la proposta, anestetizzarla. Dunque un Festival del “meno peggio”. Sanremo come patrimonio celebrativo, prima che come show

 

Vengono i brividi a pensare quanto sia lunga la strada percorsa da questo evento che traversa la storia d’Italia come un treno in corsa, transitando per l’edizione del ‘67, quella del suicidio di Tenco in cui l’Italia del boom economico si trovò a sbattere con la crudezza della realtà, mentre sul palco dell’Ariston andava in scena lo scontro tra la canzonetta rassicurante e le nuove inquietudini esistenziali – vecchi divi da una parte, giovani capelloni dall’altra. O per le innumerevoli edizioni del Festival di Pippo negli anni Ottanta, trionfo delle apparenze, in cui la musica contava pochissimo, rispetto all’immagine, allo scalone da discendere trionfalmente, all’esposizione di uno sfarzo da vetrina del centro. E poi la rottura degli argini negli anni Novanta, mentre esplodeva Tangentopoli, l’Italia dei partiti andava giù e al Festival s’apriva la strada alla satira, alla denuncia, alla terra dei cachi. Il nuovo millennio s’annuncia come un rompicapo per una manifestazione così palesemente novecentesca, se non a tratti addirittura ottocentesca. La tv generalista traballa sotto i colpi di internet e dei reality. Sanremo 2004, quello di Simona Ventura, è l’acme del panico: le case discografiche boicottano la gara, il cast è debolissimo, si cerca di salvare il salvabile con gli ospiti stranieri. Ma Sanremo dimostra una forza interiore sostenuta da un fattore: l’abitudine del pubblico italiano, il gusto di tornare nel luogo del piacere, della prima scoperta, del satòri adolescenziale. E così con Baglioni e Amadeus, Sanremo trova insperate energie e un inatteso coraggio di osare, di sfiorare perfino l’illusione della rottura, la capacità di espandersi nei territori dove è sempre stato visto con sospetto, se non con disprezzo per le atmosfere festivaliere: Amadeus osa, nasce il Fantafestival, deflagra il boom sui social segno di un’apparente contemporaneità, si celebra un matrimonio inaspettato ma fruttuoso con Spotify.  Non si può capire il Sanremo 2026 senza mettere le mani nei rivolgimenti delle edizioni che l’hanno preceduto, misurando le dimensioni di una restaurazione: niente più scontro, niente ricerca, forme suadenti, zero satira, solo ossequio – punto d’arrivo d’una parabola discendente e fine dell’immaginario.


Perché è arrivato il momento di dare un’occhiata al nutritissimo cast di trenta “big” (più quattro nuove proposte) che compone quello che lo stesso Conti ha definito con orgoglio “un Festival tuttifrutti”. Prima però è utile per gettare uno sguardo sull’hardware di questo carrozzone, ovvero sulle firme autoriali delle canzoni in gara: si scopre una giungla di addirittura 107 nomi – alla faccia dei vecchi cantautori – con brani che non si vergognano a esporre sette o otto responsabili, ma con l’inquietante ricorrenza di certi nomi (Davide Petrella, Davide Simonetta, Jacopo Ettorre, Edwyn Roberts…) che spuntano dappertutto, saltabeccando da un genere all’altro. Come dire che la canzone sanremese è un definito prodotto di laboratorio, un’alchimia con regole note e specialisti dedicati alla confezione del prodotto, a prescindere dal destinatario. Di qui in poi, mescolare nomi come Patty Pravo e Raf con prodotti da TikTok come Aka 7even e Samurai Jay si rivela la strategia di contenimento firmata Conti, in una raffica di brani che sembrano scritti in un limbo temporale. L’obbiettivo è accontentare ogni “segmento di mercato”, trasformando l’Ariston in un centro commerciale della melodia, per un pubblico il più ampio possibile. Allora sotto coi senatori della melodia, pilastri del progetto-Conti, come Renga, Nek e Arisa, buoni per tranquillizzare il pubblico tradizionale. Poi spazio ai bad boys iper-normalizzati, tra cui spicca un logoro Fedez, in coppia col sempre scontento Masini e poi J-Ax, alfiere della ribellione addomesticata. E ancora ci sono i rassicuranti, come Tommaso Paradiso, o i cinici che fanno finta d’aver capito tutto e che non si può più cambiare nulla, e allora tanto vale prenderci in giro: Dargen D’Amico, che cazzeggia sull’intelligenza artificiale, o Ditonellapiaga che celebra il micro-fastidio, spostando l’asse del conflitto dalle battaglie civili alle minuscole nevrosi urbane. Infine quelli che possiamo chiamare i coraggiosi a metà, quelli della denuncia educata, che appena solleticano la gabbia di Conti: Ermal Meta, l’unico che porta Gaza sul palco sanremese, ma lo fa con tale delicatezza da confondersi con una favola triste. O Gazzelle, che prova a racconta la periferia dei bar aperti alle sei, ma alla fine risolve tutto in un mare di tristezza. Stipendi da fame, diritti civili calpestati, l’Europa che scricchiola? Nessuno s’azzarda a parlarne. Solo ballad sentimentali, storie d’amore finite male, ossessioni, la crisi personale come trampolino per la rinascita, il bisogno di connessione e le distanze che s’allargano nell’era digitale: sentimenti, fragilità, speranze. Niente temi scottanti, come si diceva una volta, che pure nel pop, ad esempio nell’halftime show di Bad Bunny, possono trovare posto.

 

Non si può capire il Sanremo 2026 senza mettere le mani nei rivolgimenti delle edizioni che l’hanno preceduto, misurando le dimensioni di una restaurazione: niente più scontro, niente ricerca, forme suadenti, zero satira, solo ossequio – punto d’arrivo d’una parabola discendente e fine dell’immaginario

 

Ogni polemica è disinnescata, non si esce dal salottino di casa e il nemico di Ditonellapiaga pare sia la pizza con l’ananas. Quando non puoi cambiare il mondo, ti lamenti del vicino di casa. Perché la realtà è troppo complessa. E allora una squadriglia di canzoni per la confusione di massa, che Conti sparerà, secondo la sua filosofia, a un ritmo insostenibile sulla ribalta del Festival, con la finta ossessione di chiudere in orario, tanto comunque sarà notte fonda. Ma lui rivendica la rapidità del ritmo televisivo. la velocità che impedisce la sedimentazione del pensiero. Il trionfo della forma sul contenuto, in vista della mattina dopo, quando verranno sbandierati gli indici d’ascolto come prova della salute nazionale. Intanto tutto passa in fretta, nulla lascia il segno, la macchina tv è oliata, e Conti è il maestro dei tempi e quest’anno punta sui co-conduttori a rotazione, Lillo, Can Yaman, Irina Shayk, per un Festival adatto a un’Italia stanca. Tecnicamente impeccabile, commercialmente solido, culturalmente innocuo, politicamente morto: le nuove clausole contrattuali che scaricano sugli artisti tutta la responsabilità dei messaggi politici sono l’atto finale del distacco dalla realtà. La Rai, nel caso, se ne lava le mani. E Sanremo diventa il ministero della Distrazione, lo scudo spaziale di chi ha bisogno di silenzio o tutto al più di propaganda della normalità. Se dici qualcosa di “politico”, la multa la paghi tu: altro che Grammys dove le star urlano il dissenso. Sanremo sceglie la strada della neutralizzazione, celebra un’Italia calma e malinconica, raccolta attorno a brani che parlano di piccoli amori. Se l’epoca precedente aveva tentato, con le sue contraddizioni, di forzare i limiti del perimetro, aprendo a linguaggi fluidi e provocazioni, la gestione Conti allestisce il ritorno al perbenismo e al decoro. Sperando che, tra una canzonetta e l’altra, il mondo fuori smetta di fare così tanto rumore.
 

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