Ansa 

Saverio ma giusto

Parole, non fatti. Alla politica non resta che giocare a Nomi Cose Città Animali

Saverio Raimondo

Finalmente la destra, con il ministro Sangiuliano contro l’uso improprio di parole straniere, si associa alla sinistra nella inutile fissazione per la lingua. Lo scenario che si prospetta? Il dizionario e la grammatica saranno lottizzati come nemmeno la Rai

Fa molto ridere che il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, nel promuovere l’idea di “inserire la lingua italiana nella Costituzione”, abbia detto che l’uso improprio di parole straniere “è snobismo radical chic”, cioè abbia usato un’infilata di anglicismi e francesismi che, se venisse accolta la sua proposta di dare potere giuridico all’Accademia della Crusca, il ministro verrebbe condannato con la legge marziale al plotone d’esecuzione per alto tradimento linguistico e giustiziato all’alba. Ma fa ancora più ridere la tendenza generale, da parte della politica e delle sue espressioni dal basso e dall’alto, a voler intervenire sul dizionario, sulla lingua scritta e parlata, sulle parole dette o anche solo pensate. Credevamo fosse una battaglia “di sinistra”: in principio era Nanni Moretti, che in “Palombella rossa” schiaffeggiava una giornalista per espressioni come “matrimonio a pezzi” o parole come “kitsch” e “cheap”; in tempi più recenti invece la militanza linguistica a sinistra si è tradotta in una meno manesca ma assai più irritante pioggia di asterischi, desinenze in -u, utilizzo di lettere indoeuropee. O tutt’al più fino a ora l’assalto alla lingua era stata una battaglia genericamente populista, con la militanza 5 stelle contro l’uso corretto del congiuntivo e, più in generale, lo sdoganamento dello strafalcione linguistico e dell’analfabetismo.

Ora invece scopriamo che la lingua è un terreno di scontro comune e trasversale, sul quale anche la destra sovranista ha schierato le sue truppe. Pensavamo che con Giorgia Meloni avremmo avuto un governo di estrema destra; e invece questi non sono nazi, semmai grammar nazi. Del resto assistiamo da anni a una politica al ribasso; la quale, incapace di governare o anche solo interpretare il mondo, decide di concentrare i suoi sforzi sulla rappresentazione della realtà. Della serie: siccome a calcio non tocca palla, dei giochi da tavola non capisce le regole, e ai giochi d’azzardo non la fanno più giocare per manifesta ludopatia, alla politica non resta che giocare a Nomi Cose Città Animali.

Lo scenario è questo: il mondo futuro sarà uguale, con le stesse disuguaglianze, ingiustizie, problemi di oggi; ma li chiameremo in modo diverso. Anzi: ciascuno darà alle cose un nome in base alla propria appartenenza politico-linguistica; che al confronto Babele era una città dove la gente si capiva al volo. Il dizionario e la grammatica saranno lottizzati come nemmeno la Rai: l’articolo determinativo “il” sarà un fortino esclusivo della destra; mentre “la” sarà identitario della sinistra – ovviamente anche su questo nel Pd si formeranno delle correnti, di cui “l*” e “l#” saranno le principali. L’uso di anglicismi sarà da progressisti-riformisti; il recupero del dialetto da sovranisti autonomisti; parlare in corsivo da anarco-insurrezionalisti. L’uso corretto del “piuttosto che” farà molto Terzo polo; “qual’è” con l’apostrofo sarà invece una battaglia di Giuseppe Conte (l’apostrofo di cittadinanza, per chi non ce la fa a scrivere in italiano). Dici “combattere”? Sei fascista. Dici “alimentazione”? Sei un comunista. Dici “resilienza”? Sei un cretino. In politica siamo passati da “fatti, non parole” a “parole, soltanto parole, parole fra noi”.

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