Audrey Hepburn in una scena di Colazione da Tiffany 

La forza del rossetto

Ginevra Leganza

A ogni catastrofe planetaria corrisponde un boom di vendite. Il motivo? L’istinto

Il rossetto è un’arma. E insieme un’armatura. Perché quando l’umore è a pezzi arriva lui, tempestivo scudiero. Il re di tutti i cosmetici che ci dà forza e protegge. 

 
Sarà per questo che in tempi di magra ci si rimette al suo volere. Secondo i dati di settore riportati da ItaliaOggi, nel primo trimestre 2022 si è registrato un 48 per cento di vendite in più. Fatto assai curioso se già nel 2001 Leonard Lauder, presidente dell’omonimo brand americano, s’inventava il Lipstick Index: l’indice tinta-labbra usato per prevedere recessioni in arrivo. 

   
Il punto è che fu davvero così nel 2001, quando nel giro di qualche settimana, allo schianto delle Torri gemelle, Estée Lauder riuscì a vendere l’11 per cento di lipstick in più.

 

All’occidente esplodeva il cuore, e il terrore faceva a pugni con la voglia di vivere. Ma lo stesso fenomeno accadde già cent’anni fa, quando la Grande depressione, tingendo di nero un martedì d’ottobre, stimolava le labbra a pittarsi dei più svariati rossi previsti dal maquillage. Quasi per contrappasso cromatico. E qualcosa di molto simile avvenne ancora all’indomani del fallimento della Lehman Brothers, nel 2008. 

  
Ma cosa succede nella mente di chi oggi s’affida al signore del make-up? Al migliore amico delle donne, secondo (forse) solo al diamante (che è comunque un suo parente: entrambi rispondono alla logica della massima resa nel più piccolo spazio. Per il rossetto infatti non c’è bisogno della borsa, bastano le tasche per portarlo sempre con sé). Ebbene, quel che succede nella mente di chi s’impoverisce con stile è abbastanza chiaro. E’ l’istinto – innato in molte donne – di quella grace under pressure: dello stare in piedi fintanto che le torri crollano, le borse languono, le bombe esplodono. Fintanto che il mondo cede e il rossetto agevola nell’equilibrio e nella forza. Un po’ come quando – fra il cedi prima tu e il cedo prima io – si va a cena fuori, e si sa che il velo rosso sulle labbra all’altro fa un po’ paura ma a noi dà coraggio. Ed ecco che in questi giorni si va cercando lo stesso effetto: quello di non cedere prima noi. 

 
Oltretutto – è questa la sua magia – la cosmesi non è una cosa zetatiellina. Perché il rossetto è il superfluo a buon mercato. Sia pure nelle sue manifestazioni più alte. Ogni ragazza di provincia sogna un “Fascinante” di Chanel. E ogni ragazza di provincia – quasi sempre, prima o poi – se lo accaparra. 

  
Il rossetto, che di anni ne ha su per giù cinquemila, è vicino all’eternità. E vince di questi tempi avendo disattivato la sua funzione più antica. Non è un classificatore sociale, lui. E non siamo in un luminoso medioevo veneziano, noi, con l’alta società a tingersi la bocca di rosa e il popolo di rosso. E certo è tutt’altro che Serenissima la nostra epoca di drammi e psicodrammi. Eppure ci resta quel senso di sollievo interclassista. Quella forza e quel coraggio alla portata di tutte. Perché, cercando il buono nell’orrore, la dea della Bellezza non esclude nessuna. Vocate molte, anzi tutte. Elette poche (di solito). Ma di questi tempi neri, magari, qualcuna in più. 
 

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