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modelli estetici

Belle dentro. La banalizzazione della diversità

Chiara Lalli

Nella campagna inclusiva di Victoria’s Secret tutto è sexy, e quindi niente lo è più. Alla ricerca della ridefinizione dei confini per poter comprendere i fenomeni

Che cos’è sexy? Me lo chiedo leggendo il titolo di un articolo del New York Times sulla nuova identità di Victoria’s Secret: nuova identità di marchio, nuova campagna, nuove modelle. Insomma marketing, spogliato delle ali e dei tacchi a spillo e vestito da battaglia politica inclusiva. La nuova Victoria’s Secret sostituisce il vecchio modello estetico con uno fluido, perché siamo tutte belle, siamo tutte sexy.
In fondo ognuno può considerare sexy quello che vuole, no?
No. Ci sono certamente gusti estetici diversi e idee diverse rispetto a cosa sia sexy oppure no, ma se tutto è sexy niente lo è. E’ un vecchio problema, dalle vacche nere nella notte filosofica in cui non puoi distinguere una vacca da un albero o da un lupo – cioè non puoi distinguere una vacca da tutto quello che vacca non è – alla scomparsa delle gerarchie. Se tutto è molestia, niente lo è. Se uno stupro è uguale a una mano non desiderata sul ginocchio, il rischio è analogo al gridare al lupo, al lupo quando il lupo non c’è (la storia la conoscete tutti). Condannare queste equivalenze che distruggono i confini semantici e le differenze non significa considerare l’oggetto meno pesante privo di ingombro. E, rispetto alla falsa analogia di stupro e mano sul ginocchio, non significa giustificare la seconda e quelle mani tenetevele in tasca in assenza di consenso della proprietaria del ginocchio.

 

Se siamo troppo isterici per discutere delle questioni che riguardano le donne che sono tutte belle, le molestie che sono tutti stupri e le offese che sono tutte gravissime, possiamo spostarci sui reati contro la proprietà o su qualunque altro argomento. Oppure tornare alle vacche nere. Se una definizione è troppo inclusiva non serve più a niente, ci fa perdere l’orientamento in quella notte scura in cui è impossibile distinguere i profili e i confini. Se tutto è sexy niente lo è.
“We now know beauty was always yours to define” è la seconda frase della campagna della nuova Victoria’s Secret: siete voi che definite la bellezza. E’ sempre lo stesso problema: se sta a noi definire la bellezza, ha ancora senso? E quante sono le possibili definizioni di bellezza, tante quanti sono gli esseri umani viventi e pure morti se hanno lasciato una testimonianza di cosa intendevano per “bello”? Nell’articolo la risposta è affermativa: le definizioni di cosa è sexy sono tante quanti sono gli umani. Cioè miliardi – anche se vogliamo calcolare soltanto i vivi. Possibile? E che cosa rimane di miliardi di definizioni diverse? E vale per tutto? Come ci capiamo se ognuno definisce come vuole le parole? Come facciamo a non sbagliare strada? Al confronto la distruzione della Torre di Babele e la frammentazione della lingua umana sono storie rilassanti. Se ognuno di noi parla una lingua tutta sua, il risultato non è l’inclusione ma una monadica e inutile esistenza in cui passiamo ore a spiegare che cosa intendiamo per ogni parola, per poi rassegnarci al silenzio o passare alla rissa.

 

La campagna ha anche un obiettivo lodevole, come molte delle operazioni inclusive. Ma le buone intenzioni non bastano mai e sono spesso una risposta sbagliata a una questione giusta. Certo che nessuna persona dovrebbe essere discriminata, maltrattata e abusata. Ma forse se vendi mutande puoi permetterti di non impostare la tua nuova campagna sulle risposte che darebbe una candidata a Miss Italia sulla pace nel mondo.
Forse poi, in questa visione brutalmente semplificata di modelli (non solo estetici) ed effetti di esclusione, nella scomparsa di una gerarchia di pesi e di ingombri e di ingiustizie, ci dimentichiamo che al cospetto di alcune piccolezze possiamo – dovremmo – scrollare le spalle. Non siamo tutte belle e sexy? Viviamo bene lo stesso. Non importa. E come dice la mia nonna preferita alla nipote nella serie tv “You’re the worst”, è una walk of shame solo se sei capace di provare vergogna.

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