Please: liberiamo le first lady dai G7 e accontentiamoci di Angela e Ursula  

Ritanna Armeni

Sono libere di accompagnare i mariti ai summit internazionali, eppure deturpano ogni idea di libertà femminile. E non sono protagoniste, come si vorrebbe, di nessuna diplomazia informale. Ecco perché nei vertici dei grandi le uniche a non mettere tristezza sono solo Angela, Ursula ed Elisabetta

Liberiamo le first lady. Costruiamo un movimento che le aiuti a non accompagnare i mariti nel summit mondiali. E’ proprio necessario che siano lì – in Cornovaglia l’ultima volta al G7 – mentre si discute di Cina, di sicurezza mondiale, di Nato, di risorse? Che debbano mostrare pubblicamente la loro inutilità? 


Non sono antipatiche le mogli dei potenti di oggi, le loro biografie sono spesso interessanti, i loro matrimoni potrebbero rivelare sul carattere del potente di turno molto più di tante analisi e trattati. Possiedono sicuramente cultura e professionalità. Il punto è che in quel ruolo non servono a niente e non sono attraenti. Non sono “sexy”. Anche se i vestiti sono sempre all’ultima moda, adatti al paese che rappresentano o che visitano (Melania Trump era un genio dell’outfit politico), anche se le mise sono studiate con cura e l’aspetto curato fino all’ultimo dettaglio. Anche se le mani intrecciate a quelle dei mariti nelle foto ufficiali, i sorrisi al bambino di turno, l’aria incantata in un museo o in parco dovrebbero mandare messaggi di rassicurante serenità, l’operazione non riesce. Ad ogni vertice appaiono sempre più come non dovrebbero apparire. Antiquate come una spilla d’argento, sorpassate come un centrino all’uncinetto, anacronistiche come una stola di visone, fuori tempo come il sorriso tirato con gli spilli di una casalinga degli anni Cinquanta. E questo semplicemente perché sono “superflue”. E allora perché non liberarle, consentendo loro di stare a casa a fare quello che preferiscono?


Mi si dirà che esagero. Che cosa c’è di male in una moglie che accompagna il marito? Oppure mi si informerà che non sono inutili. Sono le attrici principali di una diplomazia informale, mi dice qualcuno. Quella che si fonda sull’empatia, sui sorrisi e su una buona tazza di tè più che sui tanti discorsi politici.

Sulla prima obiezione potrei essere d’accordo. Non c’è niente di male che una moglie accompagni il marito (e viceversa) e ne approfitti per una piccola vacanza. Assolutamente normale se non ci fosse il non piccolo particolare che l’uomo in questione è un potente che si riunisce con altri potenti e che le mogli, tutte le mogli, sono di contorno. Se la loro presenza non facesse parte di un rito planetario in cui le dolci signore rinviano l’immagine di subalternità, sottomissione femminile ruoli di secondo e di terzo piano che altre donne in altrettante parti del mondo cercano di combattere. E anche se personalmente sono libere – non c’è alcun motivo di dubitarne – tutte insieme deturpano ogni idea di libertà femminile. E trasmettono tristezza.


Quanto alla seconda obiezione secondo cui sono attrici di una diplomazia informale – scusate – ma mi fa ridere. La questione dei diritti umani in Cina acquietata da una tazza di tè fra la signora Biden e la signora Peng Liyuan moglie di Xi Jinping? Una mediazione sui diritti delle donne dopo un’amichevole passeggiata di Brigitte Macron con Emine Erdogan? Quanti romanzi rosa ha letto chi pensa che situazioni simili siano possibili? E aggiungo: auspicabili? Insisto: liberiamo le first lady. E, per il momento, nei vertici mondiali accontentiamoci di Angela, Ursula e, naturalmente, dell’ineffabile Elisabetta.