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Inefficienti ma felici. Tim Parks racconta cosa rende unica la società italiana
La fedeltà al gruppo e il tradimento, valore e peccato supremi dell'"italian life", nel romanzo dello scrittore inglese
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17 APR 21
Ultimo aggiornamento: 07:00 AM

Ogni volta che leggo un libro di Tim Parks arrivo alla fine senza sapere perché. C’è qualcosa nella calma con cui la sua scrittura procede e divaga che mi ammalia anche se il mio interesse di partenza per i temi affrontati era pari a zero. Mi è capitato anni fa con “Insegnaci la quiete”, 342 pagine di riflessioni su uropatie e meditazione, e mi è ricapitato con le 427 pagine del suo ultimo romanzo, “Italian life. Una fiaba moderna di amori, tradimenti, speranze e baroni universitari”, appena pubblicato da Rizzoli. Tim Parks, per chi non lo sapesse, è uno scrittore e traduttore inglese che vive in Italia dal 1981, prima a Verona, dove ha frequentato gli ultras della curva, poi a Milano, dove ha insegnato alla Iulm. Parks scrive di letteratura sul New Yorker e sulla New York Review of Books e ha tradotto in inglese, tra gli altri, Calvino, Svevo, Moravia, Calasso, Tabucchi e Machiavelli. Ora che ci ripenso, credo che il motivo per cui non riesco a smettere è il suo sguardo da entomologo.
La trama di “Italian life” (tradotto in italiano da Eleonora Gallitelli) è piuttosto semplice, un dichiarato espediente per parlare d’altro. Ci sono due personaggi principali: Valeria, una ragazza che dalla Basilicata si trasferisce a Milano per studiare all’università, e James, un inglese che è finito a insegnare proprio in quell’università. Intorno a loro gravitano molti altri personaggi, che Parks racconta osservandoli da vicino, al microscopio, ma mette in scena da lontano, come pesci rossi che nuotano ignari in un acquario. A legare le vicende, tutto sommato banali, dei personaggi, sono divagazioni su Cesare Pavese, Primo Levi, Natalia Ginzburg, Giuseppe e Anita Garibaldi, sui preti cattolici e le loro omelie ai funerali, Dante, i Guelfi e i Ghibellini, le fiabe di Giambattista Basile. Il libro è costruito, cioè, come un percorso a zigzag, come una incasinatissima mappa sul famoso carattere degli italiani.
“Ci sentiamo ripetere in continuazione”, scrive Parks all’inizio, “che nella sostanza l’esperienza umana è la stessa in ogni parte del mondo. Si è felici e si soffre. Ebbene, non è così. O lo è solo in parte. Non serve essere in Italia da molto tempo per capire, cercando un lavoro, richiedendo i documenti, interagendo con i parenti acquisiti, i colleghi, i cassieri di banca, i camerieri, i controllori, che qui la gente si comporta diversamente e si aspetta dagli altri un comportamento diverso. Ci vogliono invece molti anni per capire che qui anche l’allegria e la tristezza sono diverse, e a suscitarle sono circostanze diverse”. Il “qui la gente” indica, ovviamente, che Parks scrive per gli inglesi ed esercita sugli italiani quello sguardo scandalizzato e divertito, ma lievemente colonialista, che hanno spesso gli inglesi all’estero. Uno sguardo, però, che può diventare uno specchio.
Al centro del romanzo – che descrive nel dettaglio come funziona un’università privata italiana – c’è il potere, il suo esercizio, le logiche con cui in Italia si condensa e si perde, le strutture sociali, tribali, religiose su cui si basa. La conclusione di Parks è che noi italiani formiamo la nostra identità individuale in rapporto al gruppo o ai gruppi di cui facciamo parte, e che questo abbia ricadute concrete e decisive sul modo in cui funziona la nostra società e sulla politica, oltre che sulla nostra vita concreta. L’appartenenza al gruppo sarebbe, cioè, alla radice dell’inefficienza, dell’eccesso di burocrazia, della corruzione e perfino della mafia. Ma sarebbe anche all’origine della nostra felicità, paura e sofferenza individuale.
L’argomentazione è convincente – anche se viene da chiedersi com’è che si soffra e corrompa anche all’estero – soprattutto quando indica nella fedeltà al gruppo il valore sociale e nel tradimento il peccato supremi in Italia, e quando mostra che la paura di essere espulsi è il meccanismo di controllo individuale che rende immutabile il sistema. In Italia appartenenza e lealtà, dice Tim Parks, sostituiscono il Bene. Non è un caso che la nostra letteratura parli di questo: “‘Il deserto dei Tartari’. ‘Il sentiero dei nidi di ragno’. ‘Il bell’Antonio’, ‘I promessi sposi’. ‘Caro Michele’. ‘Menzogna e sortilegio’. ‘Il conformista’. ‘La luna e i falò’. ‘Fontamara’. Tutte storie di esclusione e tradimento”. E’ per questo che in italiano non esiste una traduzione per “whistleblower”: il “segnalatore di illeciti” diventa subito “traditore”. Di fronte al Male le uniche alternative sono tradire o rassegnarsi. “Se il mondo è immancabilmente malvagio”, scrive l’inglese Parks in questa invettiva che è anche un atto d’amore, “sei esonerato da ogni tentativo di fare qualcosa per migliorarlo”. Molti italiani concluderebbero, invece: sei autorizzato a fare qualsiasi cosa per migliorarlo, per te e per i tuoi.
P.s. Nel marzo 2017 Tim Parks ha presentato domanda per la cittadinanza italiana. E’ stata accolta pochi mesi fa, dopo quattro anni.