Il modello dell'aurea mediocritas toscana

Il destino della modesta speranza italiana: venire dal più rigoroso anonimato

Giuliano Ferrara

La terra etrusca è sempre sopravvissuta senza cambiare mai, assorbendo tutto e imponendo agli altri la sua legge. Consolazione per chi teme i conquistadores salviniani e ceccardisti 

    Chissà se i 70 anni di potere della sinistra in Toscana sono una “lunga durata”. Chissà se avranno un termine e se provvisorio o durevole, non lo sapremo fino a lunedì sera, segmento di durata breve, direi. Certo che Fernand Braudel, parlando degli Etruschi e oltre, dava in anticipo testimonianza, nelle sue Memorie del Mediterraneo (1969 è la data del manoscritto), della sensibilità analitica ex post del Sofri di ieri qui. La sfortuna dell’Etruria, conquistata nel Terzo secolo avanti Cristo, dipese, scrive Braudel, “dall’avere troppi nemici nello stesso tempo, e dall’essere divisa tra città gelose della loro indipendenza”, ché “l’Etruria ha sofferto dello stesso male che ha portato alla rovina le città greche”.

    “Ma come queste”, avverte di seguito lo storico, “è in un certo senso sopravvissuta: nel mondo italiano la Toscana è rimasta un universo a parte”. Ciò che consola di per sé chi tema l’omologazione alla cultura amministrativa e politica dei conquistadores salviniani e ceccardisti. Non è che arrivati loro, al posto delle legioni romane, la Toscana è destinata a scomparire. Li assorbirà, come è sempre successo. Ancora Braudel: “Oggi, nelle strade di Orvieto, di Tarquinia, di Firenze, ci si può divertire a ritrovare negli uomini e nelle donne che passeggiano i volti felici, dai tratti decisi, delle tombe etrusche”. La sopravvivenza è di lunga gittata, come si vede, e la conferma secondo Braudel è il ritratto di un grande etrusco scritto da Jacques Heurgon, parliamo di Mecenate, discendente del lucumone o re di Arezzo. “La sua noncuranza, la sua finezza, la sua libertà di costumi, il gusto baroccheggiante, la passione per la musica, il disprezzo per gli onori banali, il suo acuto senso degli uomini, l’ostinato desiderio di mettere tutti d’accordo: che tentazione di attribuire tutte queste qualità, lasciando da parte qualche ombra oscura, all’antica civiltà della Toscana, che si nasconde, senza perdersi, nella gloria di Roma!”.

     

    Nascondersi senza perdersi nella gloria di varesotti e cascinesi imbrancati dal leghismo è un’altra storia, e anche le qualità di Eugenio Giani, discendente del lucumone di Rignano, sembrano l’opposto simmetrico di quelle di Mecenate, né si stagliano ombre dove il sole è un po’ pallido. Ma è destino che la modesta speranza italiana debba venire ormai dall’anonimato più rigoroso, guarda tu quel Bisconte, e le sorprese amministrative e politiche dalla luce riflessa di problemi intricati da risolvere più che dall’esplosivo e blasfemo irrompere di grandi personalità incarnate da piccoli mestieranti. Stavolta il senatore Salvini l’ha presa bassa, non ha citofonato ad alcuno e non si è paracadutato in un campo dell’aretino, come previsto in un momento di vanità, sembra avere capito la lezione di Blasco rinunciando a una vita spericolata. Bene: la Toscana solida e un po’ greve ma civile del codice leopoldino ha imposto perfino a lui la sua legge, vinca chi vince. Spero tuttavia che l’aurea mediocritas prevalga alla fine sul vitalistico e puntuto sforzo leghista di sottomissione dell’Etruria moderna a legioni di commercialisti e di sbandieratori. In fin dei conti Mecenate era il protettore sommo del poeta Orazio, uno che non voleva noie.

     

    • Giuliano Ferrara Fondatore
    • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.