Lavoro minorile

Saverio Raimondo

Se non riapriranno le scuole, con il loro autentico infantilismo i bambini potrebbero fare i virologi

Quanta malinconia suscita in questo paese il dibattito sulle scuole chiuse da mesi, che chissà se e chissà come riapriranno a settembre – con la mascherina, senza la mascherina; con il plexiglas, senza il plexiglas; sicuramente senza la carta igienica. La didattica a distanza ha fallito: non è arrivata a tutti, dal punto di vista formativo è stata un’esperienza molto limitante, e l’ultimo giorno di scuola non si sono nemmeno potuti fare i gavettoni. Tutti a puntare l’indice contro il governo o contro il ministro, e nessuno (nemmeno gli imputati) che abbiano il coraggio di dire quale sia il vero problema: i bambini. Se non ci fossero i bambini, non ci sarebbe il problema delle scuole chiuse. I bambini in questi mesi si sono rivelati per quello che sono realmente: non solo e non tanto degli esseri altamente contagiosi (in una scala da uno a dieci: pangolino) che se vedono un nonno basta che gli sorridano per attaccargli il virus; ma sopratutto un peso – specie quando li prendi in braccio. Non tanto i ragazzini delle medie, che alla fine se la sanno cavare anche da soli e con un telefono e un paio di cuffie non li vedi e non li senti anche per delle ore. Il problema sono quelli più piccoli: bambini delle elementari, della scuola d’infanzia, se non neonati – come nella grafica dell’app Immuni finita nella bufera: se non ci fosse stato quel bambino in fasce in braccio alla donna, nessun* avrebbe avuto niente da obiettare che lei se ne stesse alla finestra mentre lui al computer; tanto che tutti si sono sdegnati per l’equazione sessista “donna = mamma”, ma nessuno si è preoccupato del fatto che lei stesse palesemente per gettare il figlio di sotto.

    

In questi mesi milioni di donne sono state impossibilitate a lavorare del tutto o a farlo decentemente a causa dei loro marmocchi attaccati al collo o ai calcagni -perché nella realtà non c’è un grafico che ti sposta il bambino in braccio a tuo marito; non hanno potuto ricorrere ai nonni, né rivolgersi alle baby-sitter: prima perché confinate a loro volta in casa, ora perché in cambio vogliono i soldi esattamente come prima – ma non dovevamo uscirne migliori? E’ un miracolo se durante il lockdown non sia stato organizzato veramente un flashmob durante il quale buttare i figli giù dal balcone. L’orizzonte è settembre, la riapertura delle scuole; ma se non aprono? O se riaprono e poi richiudono? Urge evitare che i figli siano nuovamente di peso ai genitori e al paese; ma purtroppo non c’è nessun piano Colao per l’infanzia, né sono stati convocati gli Stati Generali fra scuole, asili, centri estivi, youtuber e Rai Yoyo. Immeritatamente, e con tutta la modestia del caso, mi faccio avanti io; e propongo la legalizzazione del lavoro minorile. Lavoro in smart working, sia chiaro: dall’età di un anno, o comunque da quando i bambini sviluppano sufficienti abilità (fra le quali il camminare autonomamente, l’uso del pollice opponibile, il controllo degli sfinteri e la comprensione di ciò che uno gli dice), i figli possono lavorare da casa. Con le loro manine sarebbero più che idonei per cucire mascherine, o assemblare le componenti più piccole di biciclette e monopattini elettrici, o imbottigliare gel igienizzante. Se in grado di leggere e scrivere, possono rispondere alle email; se sottoposti a una debita cura ormonale che li faccia sviluppare anzitempo, potrebbero anche apparire nelle call di lavoro al posto vostro: di certo sono più abili degli adulti a usare Zoom o simili, ed è capace che un ragazzino pratico di videogiochi sarebbe stato in grado persino di far funzionare il sito dell’Inps.

    

Così facendo non solo i bambini non sarebbero più un problema sociale pur nella sospensione del diritto allo studio, ma si rivelerebbero anzi un beneficio per la collettività. Potrebbero anche essere impiegati come cavie per testare il vaccino contro il coronavirus. Con il loro autentico infantilismo potrebbero fare i virologi, o quantomeno prenderne il posto durante i loro battibecchi sulla stampa o in tv. Poi certo, potremmo anche mangiarceli.

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