Come restare democratici

Luciana Grosso

L’antropologo delle epidemie Lynteris ci spiega come le società possono resistere alle emergenze sanitarie. Prima cosa: no alle false speranze 

“Abbiamo due missioni: sopravvivere e restare democratici. Non sono una più importante dell’altra, non in ordine: sono uguali, parallele e contemporanee”: è così che ci spiega il mondo delle prossime settimane Christos Lynteris, antropologo dell’università di St.Andrews, che nella vita studia e insegna antropologia delle epidemie, ossia il modo in cui le epidemie influenzano e cambiano le società colpiscono.

 

“Le epidemie, più di tutto e con una forza dirompente, riescono in un’operazione assai difficile: cambiano quello che l’uomo pensa di sé: siamo abituati a considerarci signori e padroni dell’universo e del creato. Ma una malattia è in grado di farci sapere che non è vero: non abbiamo il controllo di tutto. Anzi, praticamente non ce lo abbiamo di niente, o quasi”. Siamo in balia delle cose, del vento e dei virus, come fossimo alberi o piante. “Questo manda in crisi il nostro intero sistema di riferimento. E per questo, secoli di epidemie di ogni tipo ci hanno insegnato due cose: la prima è che questo sconvolgimento morale e filosofico, sommato allo sconquasso economico e sociale che le epidemie portano con sé, conduce a disordine, paura, caos e povertà. E la povertà porta violenza, ruberie, e, inevitabilmente altra paura. E la paura, più di tutto, disgrega il tessuto sociale, le comunità”. Ok, e la seconda lezione? “La seconda lezione è che non sta scritto da nessuna parte che le cose finiscano per forza così. Anzi. Dopo la Peste del ‘300 in Italia è arrivato il Rinascimento. Tutta la paura, la morte, l’orrore, portati dalla Peste avevano lasciato nelle persone una voglia di ripartire, di essere di nuovo comunità che, forse, senza la Peste non avrebbero mai provato”. Dunque? Dunque sta a noi decidere cosa fare di questa epidemia, scegliere dove ci porterà. “Tutto dipende da quanto terribile sarà la pandemia di CoVid, da quanto durerà e da come sapranno reagire i governi e le persone”. Già i governi. Il boccino (o almeno parte di esso) è nelle loro mani. Spetta a chi governa la responsabilità di evitare che una catastrofe sanitaria si trasformi in una catastrofe sociale e nella fine della democrazia. Servono sì ordine, disciplina e autorità, ma in nessun caso (nemmeno in Ungheria) l’idea di sospendere la democrazia può essere considerata una buona idea: “In Cina, il regime ha dato una risposta draconiana al contagio. Ha funzionato certo, ma nelle democrazie, che vanno custodite come un bene prezioso anche in condizioni straordinarie, non si può fare così. Occorre trovare un modo democratico di contenere il contagio”. Già, ma come si fa a tenere la gente in casa per mesi e a restare democratici? “Quello che un buon governo democratico deve avere a cuore è di essere credibile, autorevole e riconosciuto come tale. Solo questo può evitare che chi vuole sovvertire uno stato trovi pane i suoi denti e approfitti della situazione per sconvolgere l’ordine sociale”. Già, essere riconosciuti come credibili e autorevoli, vero Giuseppi?

  

Un’ altra cosa che il governo deve fare è non dare false speranze. “Se un governo dice ai suoi cittadini: “Tranquilli, fra due settimane ne saremo fuori, e poi, invece dopo due settimane non succede niente, anzi, le cose peggiorano, allora il governo perde di credibilità e soprattutto dà l’idea che al timone o non ci sia nessuno o ci sia qualcuno che non ha la minima idea di quel che fa e gioca con la vita delle persone. E in quel caso le rivolte sono quasi inevitabili”.

 

Ma non ci sono solo i governi in campo. Ci sono anche le persone: i cittadini, le donne e gli uomini che, ogni giorno, devono decidere se restare democratici o no: “Tutti noi, quando abbiamo paura, tendiamo a pensare alla nostra sopravvivenza. E pazienza se questa sopravvivenza coincide con la non sopravvivenza degli altri. Basti pensare a quello che è successo in tutto il mondo con le provviste e le scorte di carta igienica. Se ci si pensa un attimo, comprare decine di rotoli di carta igienica è un gesto profondamente antidemocratico. Può essere scambiato per un piccolo gesto, una banalità, ma in realtà è una reazione violenta, non diversa dalla sinofobia o alla stigmatizzazione di chiunque fosse considerato, a torto e a caso, untore”.

 

Dunque cosa sceglieranno le democrazie occidentali al bivio tra reazione caos e rinascimento? Le vicende ungheresi non lasciano ben sperare. Ma Lynteris è ottimista. “Alla fine, secondo me, la democrazia vincerà. Le lezioni della storia del XX secolo ci hanno insegnato che l’idea di affidarsi a un uomo forte non è mai vincente. Può sembrarlo ma, alla fine, il prezzo che si paga è troppo alto. I fatti del XX secolo ce lo hanno insegnato in modo decisamente chiaro”. Certo la pandemia da CoVid è una completa novità. Non solo perché gli organismi umani non hanno gli anticorpi per fermarla, ma anche perché diversa da tutte le pestilenze avvenute sino ad ora nella storia dell’uomo. E anche di quelle immaginate da libri e film: “La Peste, il Colera o i ‘virus letali’ della fantasia, sono mortali. Il Covid non lo è quasi mai. Ma è abbastanza grave e rapido nel contagio da mandare in crash i sistemi sanitari di paesi avanzati come l’Italia o gli Stati Uniti. E dunque, per conseguenza, da diventare mortale. Non solo. Ma il mondo di questi anni è completamente diverso dal passato: mai come ora un luogo è stato collegato a un altro, mai come ora quello che succede in Cina può avere conseguenze tanto rapide in America, Africa o Europa. Anche il lockdown è una novità assoluta: nessuno fino a poche settimane fa avrebbe immaginato una cosa simile. E questo aprirà inevitabilmente una nuova fase sociologica. La democrazia vincerà, alla fine, ma molte cose, da adesso in poi, saranno diverse”.

 

Prendi una società fragile e una democrazia ammaccata (‘illiberale’ dicono quelli bravi) e trattala male, buttando nell’agone anche una malattia nuova e, sovente, mortale. Quel che ne avrai sarà il caos. “Non è infrequente che di fronte al caos, al disordine, alla paura e alla povertà innescati da una epidemia, la tensione sociale sfoci in disordini, rivolte, e in sovvertimenti dell’ordine democratico- ci spiega Christos Lynteris, antropologo delle epidemie all’università di St.Andrews-. Per certi aspetti è comprensibile: siamo abituati a considerarci signori e padroni dell’universo e del creato e la malattia sovverte completamente questa idea che abbiamo di noi stessi. Inoltre la storia ci ha insegnato che lo sconquasso economico e sociale che le epidemie portano con sé conducono a disordine, paura, caos, spesso povertà. E la povertà porta violenza, ruberie, e, inevitabilmente altra paura. E la paura, più di tutto, disgrega il tessuto sociale, le comunità”. E così, ognuno reagisce come sa e come può. “Il pericolo di un sovvertimento dell’ordine democratico, in queste condizioni è assai concreto. Le persone spaventate fanno cose spaventose”. Ok, tutto è perduto dunque? Il commiato dalle democrazie di mezzo mondo è solo questione di tempo? Come fosse un effetto della malattia stessa, da considerare al pari di tosse e febbre? “No, per fortuna. Non è affatto detto che finisca così. La Peste del ‘300 in Italia, dopo aver potato morte e povertà, ha condotto al Rinascimento. La scelta tra il buio di una dittatura e la luce della democrazia è nelle nostre mani di cittadini, prima ancora che in quelle dei governi. La storia ci ha insegnato che la scelta di affidarsi a un uomo forte, chiunque sia, non è mai giusta. Il bilancio di morte e miseria, alla fine, è se possibile peggiore. La mia idea è che, a differenza di quanto successo nel XX secolo, ora siamo abbastanza maturi da non farci abbindolare dalle promesse di un solo leader carismatico e con i superpoteri. Non funziona, lo sappiamo, lo abbiamo già visto. La democrazia, alla fine vincerà”. Il che però non significa che non le tocchi combattere, prima.

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