Il coronavirus è il grande imprevisto nella storia che mette in crisi l'occidente

Uno spettacolare ritorno dell’idea di nazione. La paura millenaria delle epidemie permette di misurare le illusioni della modernità 

Con la crisi del Covid-19, la Francia è entrata da due settimane in uno di quei rari periodi che possono essere definiti eventi storici” scrive Maxime Tandonnet. “E’ la prima grande scossa mondiale direttamente prodotta dall’accelerazione della globalizzazione. La crisi in corso è diversa da tutto ciò che i francesi hanno conosciuto nel passato, perché combina una catastrofe sanitaria planetaria con un crollo finanziario ed economico e con forti tensioni diplomatiche tra alleati sulla questione della chiusura delle frontiere. Unisce il ritorno ancestrale dell’incubo delle grandi epidemie da peste (quella del 1340 aveva ucciso un terzo della popolazione europea), anche se il bilancio del coronavirus non ha naturalmente nulla a che vedere con questo flagello, e l’immagine del ‘villaggio globale’, profetizzato da Marshall McLuhan all’inizio degli anni Settanta, come conseguenza ultima del progresso tecnologico spinto fino al suo parossismo. Questo strano incontro tra una paura millenaria e una presa di coscienza delle incertezze della modernità conferisce a questa crisi un carattere particolarmente angosciante.

 

Nel suo discorso alla nazione del 12 marzo, il presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha utilizzato il termine ‘union sacrée’. Il suo appello alla solidarietà nazionale è un classico riflesso delle alte autorità del paese nei periodi tragici. Di recente, è accaduto in occasione degli attentati del 13 novembre 2015, che hanno fatto 130 morti, molti dei quali nel massacro del Bataclan. Dopo quattro anni e mezzo, il paese è nuovamente con le spalle al muro, anche se la natura degli eventi non ha il minimo rapporto con quanto accaduto nel 2015.

 

 

La crisi del Covid-19, rispetto a tutte le altre conosciute fino a oggi, ha come particolarità il fatto di colpire direttamente e individualmente ogni francese, tanto nella sua vita professionale quanto nella sua vita privata. Nessun settore della vita quotidiana è risparmiato: trasporti, negozi, scuola, lavoro… Questa crisi non è solamente una questione di stato e di decisione pubblica. La soluzione non dipende solamente dalle politiche nazionali, ma da una disciplina individuale e collettiva che riguarda ogni minimo gesto quotidiano. In una situazione di questo genere, l’idea di nazione acquista un senso. Si presenta come una comunità unita dalla minaccia e dove ogni membro è chiamato ad assumersi la propria parte di responsabilità dinanzi al pericolo. La salvezza non verrà da altrove. Alla luce delle politiche applicate dai partner e alleati della Francia, gli Stati Uniti, la Germania, l’Italia, il Regno Unito – molti dei quali hanno preso misure drastiche di chiusura o di controllo delle frontiere – la regola è ognuno pensa per sé. In tali circostanze, la nazione esercita il suo ruolo più classico, quello di protettrice e di rifugio all’immagine di una grande famiglia.

 

La tragedia del Covid-19 è all’origine di uno spettacolare ritorno dell’idea di nazione come valore supremo.

 

Nel suo discorso, il capo dello stato ha annunciato due decisioni, quella di mantenere le elezioni comunali e quella della chiusura degli istituti scolastici e universitari per una durata indeterminata. Poche ora prima, circolava sui social network la voce dell’entrata in vigore dello stato di emergenza o dell’articolo 16 della Costituzione sui ‘pieni poteri’. In questo genere di circostanze, i responsabili pubblici sono confrontati a un vertiginoso esercizio di equilibrismo. Se fanno troppo, saranno accusati di drammatizzazione eccessiva. Se non fanno abbastanza, si esporranno all’accusa di irresponsabilità. Dal momento in cui la nozione di solidarietà nazionale è chiamata in causa, deve essere applicata una tregua nella battaglia elettorale e politica. Il principio di responsabilità ordina di astenersi, in tali circostanze, da polemiche inutili o eccessive. Ogni iniziativa di sfruttamento o strumentalizzazione di una crisi che rischia di trasformarsi in una tragedia sarà considerata demagogica. Il tempo del bilancio, delle critiche, dello stabilire di chi è responsabilità e delle eventuali sanzioni politiche verrà dopo.

 

Dopo questa crisi, nulla sarà più come prima. Perché questa crisi apre il campo a una messa in discussione drammatica di un modello ideologico dominante nel mondo occidentale annunciato da Francis Fukuyama nel 1992 ne ‘ La fine della storia’ e l’ultimo uomo, fondato sull’immagine benefattrice di un mondo uniformato dai mercati, depurato da ogni ostacolo alla comunicazione, una fiducia esasperata nelle virtù del libero-scambio senza frontiere. Questa crisi solleva delle questioni fondamentali sulla fragilità di un mondo post-frontiere e iperconnesso. Quali precauzioni avremmo dovuto prendere? Quali comportamenti hanno favorito il crollo della finanza e dell’economia mondiale come un castello di carta?

 

Il coronavirus è anche un’immensa lezione di modestia per l’uomo moderno, convinto di avere il controllo sulle incertezze della natura e sul suo destino. Questa crisi planetaria prova fino a che punto, nonostante i folgoranti progressi tecnologici, la storia resti incontrollabile (…). L’imprevisto avrà sempre un ruolo cruciale nella storia. 

(Traduzione di Mauro Zanon)

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