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E fu cool Britannia

L’economia tira, una band inaugura una nuova, intensissima stagione musicale, un giovane leader cambia la politica. Anni 90, un momento magico per il Regno Unito. Boris Johnson era ancora solo un giornalista

9 Settembre 2019 alle 10:52

E fu cool Britannia

Noel e Liam Gallagher (Foto LaPresse)

Il gruppo si chiamava Oasis ed era nato attorno a due litigiosi fratelli, Noel e Liam Gallagher, chitarrista il primo, cantante l’altro

Alla fine di agosto del 1994, Boris Johnson faceva il giornalista, aveva trent’anni, era appena tornato in Inghilterra da Bruxelles dove aveva lavorato come corrispondente per il Daily Telegraph. In quei giorni di fine estate di 25 anni fa, la Brexit non era ancora nemmeno nella mente degli angeli, il Regno Unito viveva gli ultimi anni della lunghissima stagione di potere dei conservatori e una band di Manchester pubblicava un disco che avrebbe piantato il seme di una nuova, breve ma intensissima era della musica e del costume britannico. Il gruppo si chiamava Oasis ed era nato attorno a due litigiosi fratelli, Noel e Liam Gallagher, chitarrista e compositore il primo, cantante e frontman l’altro. Il disco si intitolava “Definitely Maybe” e piantò il seme del Britpop, il fenomeno musicale che avrebbe dominato la scena, britannica ma non solo, della musica dei Novanta di mezzo. Quegli anni che i media avrebbero definito della “Cool Britannia”, una sorta di golden age dell’orgoglio nazionale tutto in positivo, che un quarto di secolo dopo appare lontano e perduto nel Regno Unito smarrito e spaventato per la grande incognita Brexit.

 

Nell’estate del 1994 a Downing Street c’è John Major, che guida i Tories e ha raccolto quattro anni prima da Margaret Thatcher il testimone del governo. L’economia tira, Bill Clinton è approdato da poco alla Casa Bianca, la Guerra fredda è finita. I fratelli Gallagher, con un vissuto familiare problematico alle spalle, insieme con la loro band danno alle stampe in primavera i primi singoli, “Supersonic” e “Shakermaker”, con un discreto successo. L’8 agosto esce il terzo singolo, “Live forever”, che sbanca le classifiche volando nella top ten. E’ l’inizio del fenomeno Oasis ed è anche il primo seme della nuova stagione del Britpop, il pop fortissimamente made in Uk, che riscopre le sue radici storiche, beatlesiane anzi utto, che esploderà l’anno dopo.

 

Il blairismo, con le sue politiche centriste, vola anche sulle ali dell’entusiasmo giovanile esploso negli anni della Cool Britannia

Il 30 agosto esce il primo album della band, “Definitely maybe”. Il titolo (più o meno significa “senz’altro, forse”) è già tutto un programma. Il disco vola subito al numero uno delle classifiche. L’album vende 100.000 copie solo nei primi quattro giorni. Il 4 settembre è già primo nelle charts. Gli Oasis in men che non si dica diventano famosissimi. I tabloid popolari impazziscono per gli eccessi e gli screzi dei due fratelli Gallagher. La band sbarca anche in America, con discreto successo. L’album è potente e fresco, forse non ha la qualità del gioiello che il gruppo di Manchester pubblicherà l’anno dopo, “(What’s the Story) Morning Glory”, ma il suo sound pop rock entusiasma e il suo successo è travolgente: sette dischi di platino. In copertina appaiono una serie di icone che richiamano i gusti dei Gallagher, dal calciatore del Manchester City ai film western di Sergio Leone, passando per George Best e Burt Bacharah.

 

La critica esalta l’Lp. E qualcuno fa notare l’ottimismo luminoso che il disco trasuda, contrapposto all’attitudine cupa e sofferente di parte del grunge statunitense, che domina la scena dei primi Novanta soprattutto con i Nirvana. Gli inglesi rispondono al rock doloroso e disperato di Seattle con una cifra propria, rivendicando un’identità che affonda fin troppo chiaramente le radici nella musica dei Beatles, idolatrati da Noel Gallagher.

 

Passerà un anno per il secondo lavoro del gruppo. “(What’s the Story) Morning Glory” sarà il più grande successo della band e del Britpop, vendendo sedici milioni di dischi. E’ il disco di “Wonderwall” e “Don’t look back in anger”. E sarà l’apice del nuovo movimento musicale della Gran Bretagna che si riscopre “cool”. Quella Gran Bretagna in cui un giovane laburista scozzese, Tony Blair, assume nel 1994 la guida del partito e si prepara a portarlo fuori dal deserto con una svolta epocale anticipata a fine 1993 in un’intervista al periodico cristiano “Third Way”, dichiarando la necessità di coniugare il valore della eguaglianza, con quello della libertà responsabile presente nella tradizione cristiana.

 

E’ la stagione della celebrazione della cultura giovanile, dell’orgoglio nazionale ispirato soprattutto alla cultura pop dei favolosi Sessanta

Il Regno Unito entra in quella parte di mezzo dei Novanta nell’èra della Cool Britannia. Il termine è un gioco di parole ispirato alla canzone patriottica “Rule Britannia”. E’ la stagione della celebrazione della cultura giovanile, di un accresciuto orgoglio nazionale, ispirato soprattutto alla cultura pop dei favolosi Sessanta. Il Britpop è il principale pilastro di questo fenomeno di costume. E al suo interno, tra il 1995 e il 1996, la scena è dominata dalla “Battle of Britpop”, la rivalità pompata dai media tra Oasis e Blur, la band londinese capitanata da Damon Albarn. I due gruppi si sfideranno a suon di note per la gioa dei tabloid popolari, che cavalcheranno la sfida con fiumi di parole. Vengono fuori anche altre band: Suede, Pulp, Verve, Supergrass, ma il binomio Oasis-Blair oscura tutto il resto. Eccetto ovviamente per l’unica band inglese che brilla a quei livelli di luce, i Radiohead, outsider del Britpop, che però sfonderanno in pieno solo qualche anno più tardi.

 

L’èra della Cool Britannia sta tutta lì, tra il 1994 e il 1997. E’ una fiammata che si consumerà presto ma che scuoterà la nazione. E non solo nella musica. I sudditi di Sua Maestà riscoprono che British is cool anche altrove. Nel cinema, ad esempio. Il 1994 è l’anno di “Quattro matrimoni e un funerale”, commedia sofisticata, tripudio dello humour inglese, che consacra la stella di Hugh Grant e che fa da apripista ad altre commedie sentimentali di successo (tutte firmate dallo sceneggiatore inglese Richard Curtis). Il cinema made in Uk vive una stagione di grazia non solo per sorrisi e romanticherie. Il 1996 è l’anno del successo mondiale di “Trainspotting” di Danny Boyle, con un soundtrack di marca pesantemente Britpop.

 

Insomma, dopo i tumultuosi Settanta e i controversi Ottanta, il Regno Unito vive una stagione di ottimismo ed entusiasmo – soprattutto giovanile – che non si vedeva dai tempi dei Beatles. Che peraltro si inseriscono come una gemma nel bel mezzo del fenomeno con la loro reunion – i tre superstiti incidono due demo di John Lennon completandoli – che monopolizza l’attenzione mediatica alla fine del 1995 e per qualche giorno, ma solo qualche giorno, mette in secondo piano la battaglia tra Oasis e Blur sui giornali. E’ un momento magico. E questo anche grazie alla crescita economica che il paese vive a partire dal 1993. E così la Union Jack torna prepotentemente icona, appare sulla chitarra di Noel Gallagher e sul famoso vestitino corto di Geri Haliwell delle Spice Girls ai Brit award del 1997. “London swings! Again!”, titolerà nel 1997 Vanity Fair un numero speciale dedicato al fenomeno della Cool Britannia con in copertina la coppia del momento, Liam Gallagher e Patsy Kensit, la bellissima e biondissima cantante già “Ottava meraviglia”.

 

I campionati europei di calcio del 1996, proprio come era successo per i Mondiali del 1966, accendono ancor di più il patriottismo, soprattutto in Inghilterra. Dirà in quell’anno il primo ministro conservatore John Major: “La nostra moda, musica e cultura sono l’invidia dei nostri vicini europei. Questa abbondanza di talento, insieme con il nostro ricco retaggio, fa della ‘Cool Britannia’ una scelta obbligata per i visitatori di tutto il mondo”.

 

Il 1994 è anche l’anno di “Quattro matrimoni e un funerale”, commedia sofisticata, tripudio dello humour inglese

Ma la retorica della Cool Britannia declinata in politica aiuterà piuttosto la fine dell’era dei Tories. La Gran Bretagna cool e giovane vuole un nuovo leader, cool e giovane. E’ così che si spalancano le porte dell’èra di Tony Blair. Nel suo speech al congresso del Labour del 1996, un anno prima di vincere le elezioni, il politico di Edimburgo prenderà in prestito il testo di “Three Lion”, la canzone dedicata alla nazionale inglese di calcio all’Euro 96, in cui si parla di “trent’anni alla caccia” (trent’anni dalla vittoria del Mondiale del 1966): “Diciassette anni alla caccia non ci hanno mai fatto smettere di sognare. Il Labour sta tornando a casa”, promette Blair. E sarà di parola. Il primo maggio del 1997 il New Labour del 44enne Blair vince 418 collegi contro i 165 dei Tories: è la più schiacciante vittoria della storia politica inglese del dopoguerra.

 

Il blairismo, con le sue politiche centriste gemelle di quelle clintoniane, vola anche sulle ali dell’entusiasmo giovanile esploso negli anni della Cool Britannia. Tra i giovani gli analisti calcolano che il Partito laburista abbia raccolto nel 1997 poco meno del 50 per cento dei voti. L’aria di cambiamento si vede anche nel numero di donne elette alla Camera, 120 di cui 101 laburiste. Non per niente sono gli anni del “girl power”, incarnato nella musica dalle Spice girls.

 

Oggi, un quarto di secolo dopo quel disco, quella stagione appare quanto mai lontana. La Gran Bretagna positiva e ottimista è uno sbiadito ricordo nei giorni confusi della Brexit. Quell’euroscetticismo che nel 1994 faceva sentire i suoi primi vagiti proprio negli articoli di Boris Johnson, e che pian piano prendeva piede nell’ala destra del Partito conservatore, si è diffuso soprattutto nelle aree rurali e più povere fino allo scioccante referendum. Il sogno è finito, come per gli Oasis, dei quali sono rimasti le hit e le infinite liti tra i fratelli coltelli. Che negli anni se ne sono dette di cotte e di crude, mantenendo le loro pose da ragazzacci di Manchester. Quella Manchester dove, il giorno dopo l’attentato suicida del 2017 che fece 23 morti al concerto di Ariana Grande, scese in piazza per esprimere dolore e solidarietà. Durante il minuto di silenzio una ragazza intonò “Don’t look back in anger” (“non guardarti indietro con rabbia”) degli Oasis, seguita subito da tutta la folla. E la canzone di Noel Gallagher divenne così una sorta di inno della città.

Il frontman degli americani Foo Fighters, Dave Grohl, nei Novanta membro dei Nirvana, il 25 agosto scorso in concerto a Reading in Inghilterra ha detto di voler sottoscrivere una petizione per chiedere a Noel e Liam Gallagher di sotterrare l’ascia di guerra e rimettere insieme la band. Il batterista dei Foos, Taylor Hawkins, ha persino adornato la grancassa con una foto dei fratelli Gallagher, dicendo: “Uno di questi giorni riavremo gli Oasis. Uno di questi giorni”. Noel Gallagher, ha risposto da par suo a stretto giro di posta, durante un concerto a San Diego, in California: “Vorrei far partire una petizione per far sciogliere i Foo Fighters”.

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