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Gli allarmi sul clima dell’Onu sono sempre più catastrofici, e c’è una ragione

L’emergenza è funzionale alla sopravvivenza dell’istituzione

8 Agosto 2019 alle 19:48

Gli allarmi sul clima dell’Onu sono sempre più catastrofici, e c’è una ragione

La manifestazione Fridays for future in Piazza del Popolo, a Roma, lo scorso aprile (foto LaPresse)

Sta diventando uno stress compulsivo. Quello dell’Ipcc intendo. Era nato, come consulente tecnico-scientifico, a supporto di due commissioni delle Nazioni Unite – l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omn) e il programma dell’Onu per l’Ambiente (Unep) – nello studio del clima. A differenza di quello che si fa credere, l’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, non è affatto l’autorità deputata a formulare sentenze sul clima. Questa è una barzelletta, creata ad arte, dal climatismo religioso, per dare ai report del comitato una veste, improbabile, di oracolo indiscusso del futuro del pianeta. Per norma istitutiva, invece, esso avrebbe un compito ben più dimesso, sobrio e molto limitato: dovrebbe formulare “una review della letteratura mondiale e degli studi sul clima”. E basta. Una funzione ovviamente utile e necessaria. Ma che niente ha a che vedere con il ruolo che l’Ipcc si è assunto: formulare sentenze (tutte immancabilmente apocalittiche) su ogni aspetto dell’ambiente e dei problemi, sociali ed economici, della Terra. Una sorta di sinedrio sul nostro destino!

  

L’impressione è che il gruppo Onu, debordando clamorosamente dai suoi compiti ed erigendosi a giudice dello stato del pianeta, si sia infilato in una sorta di “trappola”: per tenere il passo della pretesa oracolare e vaticinante è costretto a elevare il tasso di allarme sul mondo. Questo va a detrimento della reperibilità, concretezza e sostenibilità di soluzioni indicate per mitigare le sventure. Ormai i report dell’Ipcc sono un crescendo di annunci apocalittici su condizioni sempre più estreme del pianeta, cui non corrispondono realistiche risposte di adattamento. Di qui lo stress o, al contrario, la crescente indifferenza. Insomma: un cattivo servizio. Prendiamo l’ultimo report (definito a sbafo dai giornali “comitato scientifico dell’Onu sul clima”). Si titola: “Cambiamento climatico e Territorio”. Il report sceglie ad arte le peggiori secolari tragedie della terra (fame, guerre locali, disoccupazione, deforestazione, siccità, incendi, terre agricole, ecc.), ci aggiunge ovviamente la piaga delle migrazioni e, incurante dei progressi enormi (e della quasi soluzione) compiuti negli anni della globalizzazione su molti di quei problemi, dichiara: “Si aggraveranno tutti a causa del riscaldamento globale”. La gente fuggirà dall’Africa non per il lavoro ma per il caldo. L’Ipcc, inoltre, preso da ansia da prestazione “sciamanica” e sacerdozio azteco, si smentisce in modo pacchiano: denuncia l’eccesso di Co2 antropica (trattata come un inquinante) ma poi, giustamente, denuncia la deforestazione come causa dell’eccesso; e rinnega i suoi modelli ufficiali sul global warming che davano l’aumento di due gradi entro fine secolo come quella più gestibile e sostenibile (con accorte politiche di adattamento). Ora, in questo rapporto, anche questa ipotesi minima viene invece presentata come l’apocalisse. Infine la nuova questione: il cibo. In trent’anni di denunce del gruppo dell’Onu sul riscaldamento globale ci era stato risparmiato? Ora entra di prepotenza negli allarmi sul cambiamento climatico. Nel messianesimo espiatorio delle colpe antropiche, l’Ipcc varca l’ultima frontiera: dettarci la dieta. In linea, forse, col sentire degli occidentali, consumatori fobici, igienisti e salutisti ossessionati, annoiati e appisolati, l’Ipcc descrive uno scenario malthusiano di contaminazione, rarefazione e distruzione del cibo (i rifiuti crescenti), degrado sanitario delle risorse cibarie, che procureranno fame e malattie. Tutto dovuto (sic) a un grado di aumento delle temperature.

 

La soluzione? Rivoluzionare le abitudini dietetiche. Oltre che quelle energetiche e dei consumi. Insomma una rieducazione da “rivoluzione culturale” globale. E il tutto a una condizione, ovviamente: o l’uomo, moderno Prometeo, riuscirà nell’impresa (che è solo di un Dio) di imporre al sistema solare 1,5 gradi massimi di aumento della temperatura del pianeta “entro i prossimi trent’anni” (è più facile che, nel frattempo, la Juve vinca la Champion League) o “saremo tutti morti”. E poi dicono che la gente diventa indifferente (o in qualche caso, vedi i gilet gialli, si arrabbia pure) alle sentenze dell’Ipcc.

Umberto Minopoli

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    09 Agosto 2019 - 11:11

    Vero .Dopo la denuncia di Greta sono terrorizzato e così vivo accuattato e chiuso in casa aspettando il giorno del giudizio.Una cosa non mi convince : perchè i suoi sostenitori pare non la credano e contuano a gozzovigliare quanto e più di prima invece di gettare condizionatorm industrie inquinanti auto al macero?

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