Dalla solitudine ci salva l’amore, non la libertà. Parola di Candace Bushnell
Torna in libreria l’autrice di Sex and the city
di
2 AUG 19
Ultimo aggiornamento: 08:12 PM

Sarah Jessica Parker, Kristin Davis, Kim Cattrall e Cynthia Nixon (Foto LaPresse)
Roma. Is there still sex in the city? C’è ancora sesso in città? Fatevi la domanda e datevi la risposta che, in caso fosse molto avvilente, cioè non semplicemente e seccamente negativa, non deve preoccuparvi troppo, sia che sesso lo intendiate in senso stretto, sia che lo intendiate in senso largo, e cioè come spasso, vita, brio, sorpresa, avventura, avventurieri disponibili sempre, soprattutto dietro l’angolo, quando si cambia strada dopo aver voltato le spalle a qualcuno di importante.
Insomma, il sesso come era in “Sex and The City” (SATC), la serie tv che ha liberato un paio (di più?) di generazioni di ragazze, adesso signore, e che raccontava una vita così splendente o facilmente recuperabile quando si smerigliava, che a un certo punto è stata dichiarata nociva, e ha avuto una sua controserie, “Girls” (di Lena Dunham, capostipite millennial), dove le ragazze erano tutte sfacelo, disagio e nevrosi. Candace Bushnell, la scrittrice dai cui libri SATC è stato tratto, ne ha appena scritto un altro, perché è tornata a New York dopo un matrimonio fallito, il peggior lutto di tutti (la morte di sua madre), e molti anni vissuti in provincia. E l’ha intitolato proprio così “Is there still sex in the city?”. E l’ha cominciato raccontando che stava rientrando, in macchina, con la sola compagnia di due cagnolini, e molte aspettative nel portabagagli, e il peso degli anni addosso.
La sua risposta è sì: a New York (quindi nel mondo), c’è ancora sesso, ma ce n’è soprattutto nel senso stretto, che ha ristretto uomini e donne e allargato le loro solitudini, e ingrigito l’allegria che vent’anni fa a Carrie e le sue amiche faceva sembrare che tutto fosse possibile (oggi Miley Cyrus viene fuori con un disco in cui dice che se sei femmina puoi fare tutto, e lo dice indossando una tutina di latex con una vagina dentata disegnata sopra, insomma lo dice come dichiarazione di guerra).
E ora cosa ne è di quegli avventurieri, che hanno sperimentato, bevuto, conquistato, proceduto sempre in avanti in vista del migliore o della migliore, credendo che la vita sarebbe stata sempre party e bellezza e avvicendarsi di possibilità? Il doversi accontentare. “Di tutte le grandi e piccole aggressioni dell’invecchiamento, la peggiore è che ti fa scoprire di aver attraversato il ponte dal volere una relazione, con tutto ciò che comporta, al doverti accontentare del cugino minore: la compagnia”.
E le amiche? Non ci avrebbero salvato comunque le amiche? Non ci sarebbero state sempre loro, comunque loro, alla fine di storie disastrose o impossibili o faticose, alla fine di divorzi interminabili ma necessari, alla fine delle liste dei single disponibili, ormai tutti spuntati? Non proprio.
E’ come nella “Canzone delle osterie di fuori porta”: qualcuna va per età, qualcuna perché già dottoressa, qualcuna perché sposata e in carriera (e diceva Guccini che quella era la morte peggiore) e qualcun’ altra rimane a leccarsi le ferite inferte dall’ennesimo giovane amante, appassionato ma fugace. E quindi Sex and The City finisce non come quegli orripilanti sequel cinematografici in cui le quattro splendide, anche se molto cascanti e molto acciaccate, provavano a illuderci che si sarebbero comunque per sempre prese cura l’una dell’altra, e che l’amore sarebbe sempre arrivato, in molte nuove forme, milioni di milioni, ma con la sua creatrice che si domanda chi le pagherà il funerale.
Forse è giusto così, in fondo: ammettere che la vita smeralda a un certo punto finisce, e le smanie invecchiano e soprattutto fanno invecchiare e pentire, e che mai, neanche mentre le soddisfiamo, dobbiamo lasciare che ci convincano che non serva impegno per amare, vivere, godere, essere felici, e che non ci si debba a un certo punto fermare e accettare che quello che abbiamo accanto, per quanto un po’ insostenibile (o anche molto insostenibile), sia giusto perché lo abbiamo lì, semplicemente accanto a noi.
Meglio un insostenibile oggi che un “vissero infelici perché costava meno” domani.