Wanda Nara, quest’anno anche in tv ogni domenica sera per “Tiki Taka”, il talk-show sportivo di Canale 5 in cui affianca il conduttore Pierluigi Pardo (foto LaPresse)

Nostra Wandissima

Simonetta Sciandivasci

“Mamma, agente, moglie, modella, artista”. La vita allegra e sfacciata della moglie di Icardi. Non le manca niente. Anzi, ha il doppio di tutto

Tra le prime delle poche fotografie diffuse del matrimonio di Wanda Nara e Mauro Icardi, ce n’è una in cui si vede il viso di lui riflesso nella lama di un coltello con cui sta per tagliare la torta nuziale. Il manico è avvolto in un nastro rosa, e non bianco, però niente coincide con quel verso di Lucio Battisti che fa “son giunto dentro casa con la mia cassa con il nastro rosa e non vorrei aver sbagliato la mia spesa o la mia sposa”. Sono passati cinque anni e moltissimi guai, da allora, e M e W sono ancora lì, innamorati, uniti, indissolubili, incastrati, uno il ribaltamento dell’altra, come le loro iniziali. Nessun dubbio, né sulla spesa, né sulla sposa. Lo scorso 20 febbraio, per il suo ventiseiesimo compleanno, Wanda ha regalato al suo Maurito un cucciolo di labrador e un coltello molto affilato con il manico in madreperla, naturalmente personalizzato con l’incisione MI9. Un’altra lama. Pochi giorni prima, il 13 febbraio, l’Inter aveva nominato Samir Handanovic nuovo capitano della squadra, togliendo la fascia a Icardi, che aveva reagito rifiutandosi di giocare a Vienna per l’Europa League, e pubblicando un suo primo piano, su Instagram, con sotto scritto “è meglio star zitti e sembrare stupidi che aprire la bocca e fugare ogni dubbio”. Gli avevano detto quello che gli hanno detto e gli diranno sempre, tutti, allenatori, società, compagni di squadra, tifosi interisti, tifosi juventini, tifosi di niente, giornalisti, calciatori in pensione, ex bomber con la panza, persino sua sorella: è tutta colpa di Wanda, ma perché non sta un po’ zitta, cosa ne capisce lei, ma cosa vuole, come si permette, non vedi che ti sta rovinando?

 

Sono passati cinque anni dal matrimonio, e M e W sono ancora lì, uniti, incastrati, uno il ribaltamento dell’altra come le loro iniziali

“Prima di lei Mauro aveva un rapporto totalmente diverso con la famiglia”, ha detto Ivana Icardi, sorella dell’ex capitano, al “Grande Fratello”. E ancora: “Si è dimenticato pure chi è sua madre, costretta a lavorare in una lavanderia”. E ancora: “Se mio fratello fosse stato un macellaio, lei non lo avrebbe neanche guardato”. L’accusa di impedire a un figlio di aiutare la propria madre, però, Wanda proprio non l’ha retta e così, pochi giorni fa, ha denunciato sua cognata per diffamazione. Ana Rosenfeld, la sua avvocatessa (che fa anche la scrittrice, l’imprenditrice e l’insegnante di ebraico), ha spiegato a una tv argentina che: “In Italia, ogni volta che Ivana va in tv riceve 4 mila euro, così inventa cose per essere chiamata di nuovo. Inventa tutto”. Su e giù da un tribunale. Solo a ottobre scorso, l’avvocato del suo ex marito, Maxi Lopez, aveva chiesto per Wanda quattro mesi di prigione. Era accusata di aver tentato di sabotare le trattative di lui durante la fase più delicata del calciomercato, pubblicando online il suo numero di telefono. Il tribunale di Milano, presso il quale il giorno dell’udienza W aveva accuratamente evitato di presenziare, l’aveva assolta per insufficienza di prove. Non che lei avesse qualche dubbio, o il minimo turbamento che chiunque, anche l’uomo più onesto e probo che abbia a che fare con la giustizia italiana, avrebbe avuto. Era tranquilla, così sfacciatamente tranquilla, che il giorno prima aveva servito ai paparazzi un pomeriggio di shopping, e quello prima ancora aveva esibito tutto il suo guardaroba su Instagram: una lunga teoria di borse, Louboutin, vestitini Hermès, sneakers personalizzate con dipinta sopra tutta la sua famiglia (una volta, era abbastanza innamorato, Andrea G. Pinketts regalò a una donna un ciondolo con una mappamondo e le disse: “Il mio mondo al tuo collo e mai ai tuoi piedi”; Wanda lo avrebbe mandato in bianco, perché Wanda si ama da stesi, da sopraffatti, altrimenti niente, ti fai biondo platino e sposi una noiosa modella ambientalista, come ha fatto il suo ex marito). L’ostensione del guardaroba si chiudeva poi con la frase “A Wanda non manca niente”, alla quale, ventiquattr’ore dopo, Lopez rispondeva, sempre su Instagram, filmando una scritta luminosa che diceva: “Non sperare di avere tutto per godere della vita: hai già la vita per godere di tutto”. Ma magari era soltanto una coincidenza. Una di quelle che conosciamo benissimo noialtri avvezzi alle corrispondenze preterintenzionali di Instagram e ai dialoghi subliminali cui ci istiga (non ti chiamo ma faccio una storia con quella canzone di Gino Paoli che abbiamo cantato mille volte in macchina; non ti vengo a cercare ma mi geolocalizzo a due passi da casa tua così magari puoi decidere di passare tu e fingeremo entrambi che sia stato un caso). Come che sia, non molto tempo dopo, Wanda ha detto che tra lei e Lopez s’era finalmente stabilito un equilibrio. Significa che lui s’è calmato e s’è rassegnato, come fanno tutti quelli che una volta nella vita hanno amato una persona eccedente, a doverla guardare, e fingere che la cosa non sia turbante, sperando che la pallottola (a proposito di Gino Paoli) con cui hanno provato ad assassinare quell’amore non si sposti e non li uccida.

 

Incapace di perdere, così come di indietreggiare. Il suo amore è fatto di possesso e irriverenza, non pensa al bene ma ai benefici

A Wanda non manca niente. Anzi. Lei ha il doppio di tutto, e il triplo, e il quadruplo, e il quintuplo. Due matrimoni. Tre figli dal primo marito, due dal secondo. Quattro squadre che la corteggiano per avere il suo Maurito. Cinque ruoli, che per lei sono lavori e pure vocazioni: “Mamma. Agente. Moglie. Modella. Artista”. Così, esattamente in quest’ordine, ha scritto nella sua bio su Instagram, dove la seguono in 5 milioni, mentre lei zero, non segue nessuno, perché non mancando di niente non ha bisogno di nessuno, al pari del suo collega Mino Raiola, che non segue nessuno neppure su Twitter e che non s’è mai sentito dire “Ti stiamo spiegando cosa succede negli spogliatoi”, anche se ne ha frequentati pochi, e nient’affatto prestigiosi; per lui solo elogi, sempre: “E’ il re del tavolo: si siede e alza il prezzo”, ha scritto di lui Beppe Di Corrado. Che la moglie di un calciatore, peraltro sempre poco vestita e allegra e appariscente e ambiziosa, gli facesse pure da procuratore non s’era mai visto, e non è piaciuto a nessuno, tanto che a gennaio scorso, quando la Fifa ha annunciato che dal 2020 tutti i rappresentanti dei giocatori dovranno sostenere un esame per iscriversi all’Albo della Federazione, molti giornali hanno scritto che si trattava di una mossa anti Wanda (si ritiene forse che Nara non sarebbe capace di sostenere un test?). Arginare Wanda è sembrato per molti mesi il solo modo per salvare Icardi, cioè l’Inter. “Troppa. Sin dall’aspetto”. Cominciava così un pezzo dell’Agi che, a febbraio, ricostruiva il prequel del declassamento dell’ex capitano e, naturalmente, attribuiva a W la responsabilità morale: aveva parlato troppo, aveva detto che lui avrebbe potuto, se solo avesse voluto, cacciare persone alzando un dito, che aveva rifiutato un’offerta della Juve per amore dell’Inter, che i compagni di squadra non gli erano solidali, persino che Perisic giocava male. Certe cose non si fanno, non si dicono, e Vieri e Cassano, a “Tiki Taka”, chiamandola Uanda, le avevano spiegato che quella sua esuberanza creava nervosismo negli spogliatoi, e quindi poi anche in campo, e che la decisione della dirigenza era stata un modo civile di mettere a posto le cose, ristabilire un ordine, punire i tracotanti: se lei non fosse stata una donna, Vieri aveva detto chiaramente che avrebbe risolto coi pugni – “prima al calciatore e poi al procuratore, e non ci sono cazzi”. Comprensibilmente, lei aveva riso. “Uanda, ti parliamo per esperienza di chi ha vissuto lo spogliatoio”, le aveva detto Cassano. E lei aveva riso di nuovo. Ride sempre, Wanda. Ride, balla il tango, si mette una figlia tra le tette, un po’ mamma e un po’ porca com’è, e si fa un selfie e si fa un video e si fa bella e si fa una cantata.

 

Sotto processo a Milano, il giorno prima aveva servito ai paparazzi un pomeriggio di shopping ed esibito il guardaroba su Instagram

Gli spogliatoi, e quell’atmosfera da ratto delle Sabine che vi si respira dentro, li conosce più di quanto Cassano e Vieri immaginino. Conosce anche la fierezza del porcile ma, siccome è una Circe (lo ha scritto Daniele Manusia su L’Ultimo Uomo e ha ragione), sa usarla a suo vantaggio, come tutto. Non molti mesi fa, poco prima di Halloween, ci portò i suoi bambini e li esortò a cantare cori da stadio che inneggiavano a gol e fica (proprio così). In quei giorni era travolta da un’altra indignazione: aveva avviato, da perfetta momager, la figlia treenne alla carriera di modella e ne aveva fatto bella mostra su Instagram. Ha sempre reagito con la strafottenza: ci ha messo il culo sotto al naso tutte le volte che è stata aggredita o invitata alla morigeratezza, che è un’aggressione un po’ peggiore. E’ Wanda Nara, mica Honorine di Honorè de Balzac, che era rimasta strozzata in un matrimonio con un uomo gentile, una unione di “due anime nobili” che però avevano finito col trovarsi ripugnanti senza capacitarsene, sebbene tra loro tutto fosse equo, alto, educato e lui dicesse di lei “oh, ella è il mio angelo custode”, e più lui lo diceva e più lei faceva la diavolessa in tutti i letti tranne che in quello di casa sua. Wanda, invece, ha tutti i difetti del mondo, tranne il peggiore: non è passivo-aggressiva. Non è Mia Farrow in “Hannah e le sue sorelle”. Non è Mia Farrow in niente. Non è nessuna di noi che sappiamo di poterci aggrappare sempre a un’accusa di sessismo per avere ragione, perché il sessismo c’è sempre, un po’, anche contro di lei, che ha scampato per poco una sassaiola contro la sua macchina – i tifosi dell’Inter si sono affrettati a scrivere che loro non c’entravano niente, che era stato un incidente, e già che c’erano hanno approfittato per effigiare Wanda con qualche virgoletta sulle sue qualifiche, lasciando sottotraccia ma in grande evidenza il loro disprezzo per lei, che ha lasciato correre. Non un battito di ciglia, non una chiappa coperta. Anzi.

 

E’ ancora la ragazza capace di dire in un microfono: “Abbiamo fatto l’amore 15 volte in 28 ore”. E di andare in tv a fare l‘opinionista sportiva e dire, quasi sempre e quasi solo, quant’è bravo mio marito, e dovremmo tifare tutti Inter, e invece di leggere i giornali guardi l’Inter (lo ha detto a Mughini, capite? A Giampiero Mughini!), e questo studio è tutto blu ma si parla solo di Juve. Tutte le volte che ha preso la parola a “Tiki Taka” è stata spassosa, odiosa e mercenaria. “Uno come Icardi risveglia l’incubo del mercenario di professione: è il contrario del tipo rassicurante che calma le ansie e il terrore di essere abbandonati”, ha scritto Nicola Mirenzi su Rivista Studio. Convergono, W ed M, anche nel mercenarismo, che facilita l’antipatia e la diffidenza nei loro riguardi. A renderli imperdonabili, però, c’è qualcos’altro: amano vincere, vincono. Non hanno niente di quell’“interismo martiriologico” di cui è stato archetipo Massimo Moratti e che è un tratto dominante nel corredo genetico della tifoseria interista. Ancora Mirenzi, di Icardi, scriveva quasi tre anni fa che “dell’interismo non ha il pulsante dell’intermittenza. Funziona nella continuità, non sa precipitare nell’abisso e risalire verso il capolavoro nel giro di poche partite, o nella stessa partita. Nell’immaginario interista, che è una montagna russa in cui si ascende nel pantheon dei grandi e improvvisamente si precipita fuori dalla coppa Uefa, è un estraneo”. Sua moglie è identica. Incapace di perdere, così come di indietreggiare, rivestirsi, far signoria, rassicurare. La sola volta che l’abbiamo vista piangere è stata quando hanno tolto la fascia a suo marito, perché era preoccupata per lui (non che si sentisse responsabile, o forse sì, chi lo sa), e temeva che non tornasse a giocare, cioè a segnare. Lo ha detto anche Cassano: “Icardi è uno che segna, non un campione. Messi è un campione”.

 

“Troppa. Sin dall’aspetto”. Arginare Wanda è sembrato per molti mesi il solo modo per salvare Icardi, cioè l’Inter

Nel 2014, un mese prima del matrimonio con Wanda, si giocò quel Sampdoria-Inter che passerà alla storia con il nome che gli diede il Guardian, “derby around the sex lives of two players” (qualcun altro lo chiamò il Wanda derby), la prima guerra di Troia su un campo di calcio. Icardi tese la mano a Lopez, che gliela negò (voi cos’altro avreste fatto? Diego Armando Maradona una volta ha detto che Icardi ai tempi suoi sarebbe stato preso a pugni, a turno, da tutta la squadra, naturalmente negli spogliatoi). Dettaglio per chi non sappia niente né di calcio né di gossip, che a casa Icardi sono la stessa cosa: Lopez e Maurito erano amici del cuore, e non sapremo mai se è vero quello che dice Wanda, e cioè che lei ha cominciato a frequentare Mauro dopo essersi separata da Lopez o prima, capite bene che la questione è di quelle che non smetteranno mai di bruciare.

 

Da par di Wanda, a quella cordialità sottratta, Mauro Icardi non seppe non rispondere niente: pubblicò una foto in cui teneva una mano sul volante facendo il gesto delle corna. Vincere (l’amore, la partita, la fortuna) non gli era bastato: voleva una certificazione.

 

E’ la stessa insistenza con cui chiede costantemente inchini anche Wanda, la “passionaria francamente un po’ scomposta” (Mario Sconcerti) che secondo il Corriere dovrebbe distaccarsi dall’immagine di agente e moglie, volare altrove, volare più alto, cominciare a stupire, anziché limitarsi a irritare. E perché mai dovrebbe, se il segreto della sua malia è nell’amore viscerale per suo marito, in quel suo fare e disfare per lui, piangere per lui, parlare per lui, sconquassare il calcio italiano per lui, farsi desiderare da tutti per compiacere lui, nella sua indipendenza arricchita e non dimidiata dal sinolo matrimoniale (questa è la sua rivoluzione più grande, dopo l’essersi permessa di andare a fare l’editorialista discinta, e aver fatto notare ai commentatori imbolsiti che il futuro del calcio non sarà più nelle squadre, ma nei calciatori, e a dire che sì, va bene, quando un attaccante fatica a fare gol, la squadra fatica a fare punti, ma attenzione: vale anche il contrario).

 

Quello di Wanda Nara è un amore di spade, spade come labbra, quelle di Vicente Aleixandre (poeta, non calciatore). E’ fatto di possesso e irriverenza, non pensa al bene ma ai benefici. “Sei il mio tutto”, le ha detto il suo Maurito, quando ha compiuto trent’anni. Il suo tutto, la sua Circe, la sua ragazza raccolta in due golfi, il suo coltello di madreperla, la sua scacciafamiliari atroci, la buona ragione per essere contento, comunque contento.

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