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Tirare briciole a Ivanka Trump

La mostra che non agita il #metoo perché la vittima è la first daughter (con l’aspirapolvere)

7 Febbraio 2019 alle 13:39

Il fatto è questo. A Washington c’è una mostra con dentro una bionda assai somigliante a Ivanka Trump, e che infatti ne fa le veci, davanti alla quale i visitatori possono non solo passeggiare ma pure gettare briciole di pane e starsene a guardare mentre lei le aspira con la scopa elettrica. E’ una performance, naturalmente, si può vedere anche in streaming, e anzi si deve, imperdibile com’è. Si chiama “Ivanka Vacuuming” (Ivanka passa l’aspirapolvere) e, secondo la sua autrice, l’artista Jennifer Rubell, è “la rappresentazione perfetta di un’icona femminile contemporanea; un ritratto della nostra relazione con quella figura” e, soprattutto, uno sprone questionante. Dice Rubell che Ivanka è un così ricco caleidoscopio di ruoli di donna (quel tipo di ruoli che spesso s’aggiudicano l’attributo di “frusti”), che osservarla mentre pulisce e sorride ci fa sentire bene, ci rilassa, ci spinge a continuare a lanciarle briciole, molliche, resti aspirabili: è quella piacevolezza che Rubell ha cercato di far emergere nel pubblico, per indurlo a interrogarla. E’ quella piacevolezza la quidditas dell’opera e, insieme, la sua accusa.

 

La prossima volta che una ragazza (o vostra madre) lava i piatti per voi, sappiate quindi che il sollievo che provate è un sentimento che segnala la presenza, in voi, di patriarcato, rigurgito antifemminista, sessismo morbido. E questa è una parte dell’opera. L’altra, invece, più interessante da discutere, è la scelta di Ivanka Trump. Perché non una donna qualsiasi, vestita da casalinga qualsiasi? Perché serviva una bionda, naturalmente – siamo riuscite a far capire ai maschi che non gradiamo che ci palpino il culo sull’autobus, a meno che non sia un’iniziativa che abbiamo, preventivamente, avallato; non riusciremo mai a convincere noi stesse che le bionde non sono creature del maligno. Serviva, soprattutto, un’indifendibile. Una della cui faccia e del cui corpo e del cui nome e della cui reputazione neppure le attiviste femministe avessero alcuna remora a fare un uso insultante o improprio, che potesse arrecare loro qualche accusa di sessismo. Le donne Trump sono bionde, ricche, potenti, familiari del Cattivo: non godono di alcuna protezione automatica, devono vedersela da sole. Su di loro ricadono le colpe del Cattivo (e se non è patrilinearità questa, cosa lo è?). V’immaginate se, al posto di Ivanka Trump, Jennifer Rubell avesse messo Lena Dunham a raccogliere le briciole dai passanti? Sarebbero tuonati editoriali zeppi di frusto di qua e frusto di là. A dirsi contrariata è stata solo Ivanka, seguita dal fratello: non che si siano recati a picchettare davanti alla galleria che ospita la grande opera, naturalmente (si sono limitati a qualche tweet, neanche troppo convinto, di denuncia sessista). Nessuna indignata celebre ha espresso la benché minima perplessità.

 

Come sapete, le signore dalla parte giusta della storia (e del banco, e della tavolata, e del salone del parrucchiere o del libro) non riconoscerebbero una donna libera neanche se fossero stipendiate per farlo. Per loro, fuor di cappello rosa in testa, fuor di adesione al #metoo, fuor di una qualche ondata di femminismo, esistono solo le assoggettate e/o le nemiche, immeritevoli di sostegno, protezione, difesa, hashtag, linee verdi, ascolto, rispetto, e meritevoli soltanto di correzione, rieducazione, esorcismo. Esiste un modello unico di emancipazione (essere bionde, ricche, figlie di Trump e di destra non è ammesso): chi se ne discosta, viene lasciata sola a subire quello che le altre non vorrebbero venisse fatto a loro. Le fuor di modello non possono che contare sui propri soldi e/o sui propri familiari, per difendersi (è proprio vero che i soldi sono sempre belli, e no, non l’ha detto Daniela Santanché, ma Coez, uno che piace alla gente che piace). Le Trump, le Santanché, le Meloni, le Isoardi non saranno mai un soggetto debole, né vittime di stereotipi da abbattere. Non saranno mai le donne che vogliamo abbracciare mentre stirano cantando, bensì quelle dalle quali non ci aspettiamo che facciano nient’altro che servirci. 

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    07 Febbraio 2019 - 17:05

    Gentiissima, se per quello pensano anche che il burqa sia uno scialle un po' pesante.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    07 Febbraio 2019 - 17:05

    Non male il vestito. Mi sono immedesimato nell'aspirapolvere: una voce mi chiama nel lieve rumore zzzz.... Dyson, Dyson

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