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Finalmente si può dire che il #MeToo nuoce ai maschi

Lo ha spiegato anche Keira Knightley, l'idolo delle femministe. Il 2019 sarà (forse) l’anno in cui finirà la dittatura dell’indignazione 

2 Gennaio 2019 alle 11:04

Finalmente si può dire che il #MeToo nuoce ai maschi

L'attrice britannica Keira Knightley (Foto LaPresse)

Roma. Una cosa che faremo, quest’anno, sarà parlare di #MeToo. Direte: sono 14 mesi che lo facciamo, basta, per carità, preferiamo andarcene in convento. Errore. Finora di #MeToo abbiamo parlato male, cioè non parlato: ci siamo morsi la lingua, abbiamo inghiottito, e sventolato bandiera bianca pur di non venire spazzati via dal banco dei rispettabili. Per mesi è stato impossibile ragionare, discernere, scherzare, persino dire fare baciare senza questionare tanto sul baciato quanto sul baciante. Il giusto ha preso a coincidere con l’inevitabile e l’agitazione con la vulnerabilità. Ed è sembrato che non sarebbe mai finita, che tutto sarebbe precipitato, critica e autocritica sarebbero diventate presto punibili per legge e saremmo rimasti incastrati nella dittatura dell’hashtag. Magari accadrà, ma il punto è che potremo alzare il dito, mentre succede, per opporci senza venire massacrati o sminuiti e liquidati (dice così perché è maschio, dice cosà perché è vecchia/privilegiata). Il punto è che nel 2019 potremo finalmente ragionare.

 

Qualche giorno fa, il Guardian ha intervistato Keira Knightley, che su Weinstein ha detto: “È stato bravo a dare un pubblico vasto al cinema indipendente”. Sul #MeToo: “Le donne devono fare più rumore possibile, dire che il sistema non funziona, ma questo rende sempre più complicato, per gli uomini, parlare, anche perché potremmo dover sentire cose che non vorremmo sentire”. Sulla sessualità maschile: “La discussione è complicata, non so davvero come potremo farla senza coinvolgerli e non possiamo coinvolgerli se li odiamo”. Sui maschi: “Sono carini, ne conosco alcuni adorabili”.

 

Ora, sarà che l’intervista ha un titolo onesto e pertinente al tema che affronta (Knightley lamenta la poca varietà di ruoli femminili nel cinema e quindi il titolo è: “Non posso recitare flirt e maternità per fare ascoltare la mia voce”), sarà che Keira è molto amata dalle nuove femministe (in tante l’hanno molto applaudita quando ha detto di aver proibito le principesse Disney a sua figlia: tutte le volte che a una ragazzina viene proibito un cliché anziché insegnatole a codificarlo, muore una fatina e nasce un hashtag), ma parole come queste, fino a pochi mesi fa, le sarebbero valse molti anatemi.

 

Primo perché al porco supremo (Weinstein) era proibito riconoscere meriti e se ne poteva parlare solo per dire quanto fosse inqualificabile e porco, e secondo perché era ritenuto immorale sostenere che il #Metoo fosse “Unfair to men” (“#MeToo is unfair to men, says Knightley”, ha titolato il New York Times riprendendo l’intervista). Perché il clima è stato tale per cui certi maschi sono stati spediti in campi di rieducazione sessuale (l’estate scorsa, Harper Bazaar’s America ha pubblicato un reportage da un campeggio zeppo di ragazzini e non ragazzini che stavano lì a farsi dire quale animale si portassero dentro e a farselo addomesticare). Il clima è stato tale per cui ai maschi è stata rifilata la diagnosi di tossicità e s’è tentato di convincerli che solo #MeToo potesse guarirli, depurandoli. E guai a obiettare che non era affatto vero, e che i soli processi in atto erano censura e inibizione: ci si guadagnava settimane di brigate dell’indignazione alle calcagna, e cancellazione dal palinsesto della civiltà. Invece, le parole di Knightley non sono state respinte con i lanciafiamme.

 

Magari qualcuna s’è indispettita, ma forse persino le più infiammabili si sono rese conto che la fase dei respingimenti coatti delle voci dissonanti è finita, ha stremato tutti, amici e nemici del #MeToo. È un’ottima notizia, abusiamone, facciamo che non sia piccola, ingrandiamola moltissimo e apparentiamola a Kevin Spacey che si veste da Frank Underwood e ci dice: “Se non ho pagato per quello che ho fatto, non pagherò per quello che non ho fatto”. Rimettiamoci a parlare di sesso, consenso, maschi, femmine, molestie, giustizia come se il #Metoo fosse una pillola blu e noi avessimo scelto di sputarla. Raccontiamoci il male e il bene che ci ha fatto assumere quella pillola. E facciamolo come se tossici fossimo tutti, maschi e femmine, in misura uguale: intossicati dalla vita, piena di zanzare.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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