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Sgomberare non basta

Il caso Penicillina e una tolleranza zero mediatica che non risolve i problemi

10 Dicembre 2018 alle 20:26

Sgomberare non basta

Lo sgombero dell'ex Penicillina a Roma (Foto LaPresse)

Lo sgombero della ex fabbrica della Penicillina nel quartiere romano di San Basilio, occupata da decenni, è una risposta tardiva ma necessaria da parte dello stato. Non è tollerabile che ci siano luoghi in cui non viene rispettata alcuna regola, dove le forze dell’ordine o i normali cittadini non possono entrare, dove vige una legge tribale della criminalità. Ciò detto con tutta la chiarezza necessaria, non si può evitare di porsi le domande che questa risposta da parte dello stato lascia inevase. Le persone che occupavano quello stabile che fine faranno?

 

Per i cittadini onesti in difficoltà bisogna trovare una soluzione assistenziale, e su questo, a quanto pare, c’è l’impegno del governo e del comune. Si tratta però di una minoranza. Gli altri, che hanno abbandonato lo stabile prima dello sgombero che era stato largamente preannunciato (anche per evitare violenze) sposteranno lo spaccio altrove, andranno a occupare altri stabili o si aggiungeranno ai molti che già rendono irrespirabile l’aria in altre zone della Capitale, a cominciare da quella nei pressi della stazione Termini.

 

Allora sarebbe stato meglio lasciarli dov’erano e continuare a chiudere tutti e due gli occhi di fronte a una situazione di illegalità manifesta? No. Però non basta un’operazione di polizia, per quanto necessaria, per cauterizzare una ferita sociale. Chi merita sanzioni penali o amministrative deve rispondere delle sue responsabilità, ma chi si è trovato coinvolto solo per condizioni di miseria e di abbandono, italiano o immigrato che sia, deve trovare una via d’uscita dalla spirale della delinquenza.

 

Invece di guidare i blindati come in una battaglia nel deserto, Matteo Salvini dovrebbe cercare le risposte, non facili bisogna ammetterlo, che conseguono a un atto che altrimenti ripristina la legalità in un punto salvo diffondere l’illegalità altrove. Il problema, con un ministro dell’Interno più interessato al guadagno propagandistico della propria presenza mediatica e sui social, è che le condizioni di soluzione realistica dei problemi rimangono in secondo piano.

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