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Chiudono i teen magazine. Troppo omologanti, meglio Instagram

Seventeen, storica rivista usa, passa al digitale

25 Novembre 2018 alle 06:00

Chiudono i teen magazine. Troppo omologanti, meglio Instagram

Roma. Quando chiude un giornale s’infrangono cuori (pochi, ma vasti) e tutti (specie chi non lo leggeva) dicono che non è mai una buona notizia quando succede, e che ci perde tutta la comunità, tutto il paese, tutto il futuro, ammesso che ne esista ancora uno. Eccezione: i giornaletti porno. Altra eccezione: i giornaletti per adolescenti.

Dopo 74 anni di carriera nelle edicole, Seventeen, storico teen magazine statunitense, ha perso così tanti lettori che ha deciso di passare completamente al digitale e vedere come va (andrà male, presumibilmente: la moria di lettori del sito è cominciata da molto tempo e Teen Vogue, che ha fatto lo stesso trasloco, non sta – ancora? – registrando successi rilevanti). Seventeen era l’ultimo giornaletto per dodici-diciannovenni rimasto cartaceo e, nonostante questo, non solo non s’è strappato le vesti nessuno, ma qualcuno ne ha gioito.

 

Rebecca Onion, che in un teen magazine ha lavorato per anni, ha scritto su Slate che le riviste per ragazzine “quelle rosa, allegre e vacue che conoscevamo” sono finite. E che è un bene. Per due ordini di ragioni. Strutturale: cosa sa, di un adolescente, un giornalista più vecchio di lui di quindici o vent'anni? Niente. Eppure, si trova a dargli consigli su come affrontare la sua vita, le scelte, le progressioni, le sfide (tutte le riviste per adolescenti hanno sempre fatto soprattutto questo: indicare una strada, offrire una consulenza, facendosi un po’ amiche e un po’ mamme – o papà). Congiunturale: gli adolescenti trovano in rete un’offerta di consigli, spunti, role model, stravaganze, pettegolezzi, informazioni sui propri idoli assai più vasta e, soprattutto, personalizzabile. La cosa che più hanno a cuore i sedicenni di tutto il mondo è quella dei sedicenni di “Come te nessuno mai” di Gabriele Muccino: essere unici, “non lasciarsi omologare mai”. I teen magazine, invece, si sono sempre rivolti ai propri lettori come a un pubblico dalle abitudini codificate o codificabili, addomesticate o addomesticabili; un pubblico passivo, da istruire.

 

Un ex caporedattore di moda di Elle, Tracey Lomrantz Lester ha detto a Slate che il tempo in cui le ragazze avevano bisogno di ritrovarsi in una narrazione elaborata da altri al posto loro è finito: oggi le adolescenti preferiscono raccontarsi da sé, possiedono i mezzi per farlo (Instagram e Snapchat su tutti) e li padroneggiano perfettamente. In più, al pari di molti adulti, i ragazzini non si fidano dell’informazione istituzionale, pertanto preferiscono crearla da sé: è un moto ribellista identico a quello che li spinge a non fidarsi dei genitori e di tutto quello che viene dal mondo “dei grandi”, che percepiscono non semplicemente lontano, ma inaffidabile (hanno contezza delle fake news, tanto che molti di loro si adoperano nello sbugiardare le balle che i loro coetanei condividono sui social network).

 

Che lettori saranno gli adolescenti che si rifiutano di informarsi attraverso i giornali è una domanda che non possiamo porci in questo contesto: i teen magazine non hanno mai fatto informazione, ma hanno smerciato stili di vita. E’ questo che il loro pubblico non ammette più: che qualcuno, anche fuori casa, dica loro come vestirsi, cosa ascoltare, cosa leggere, come truccarsi, come fare sesso. La domanda da porsi, se mai, è che tipo di adulti saranno gli adolescenti che non si sono fatti raccontare chi erano e cosa volevano da riviste scritte con il preciso scopo di fare di loro una fascia di consumatori. Secondo Rebecca Onion, Seventeen e le altre testate sono sempre state “apolitiche, normative e borghesi” ed è anche per questo che non può che essere una buona cosa se spariscono dall’orizzonte educativo dei giovani. Non che le generazioni cresciute con il Cioè (il Seventeen italiano) siano venute su poi malaccio: non siamo diventate tutte madamine senza altro scopo nella vita che la conquista del maschio. Ma va come per le principesse Disney: a brigare contro il presunto ottundimento intellettuale che provocano, ci sono le stesse ex bambine che sono cresciute imparando a memoria le loro storie.

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