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Smemorato a chi?

Non saper chi si è: quasi mai colpa della memoria, né si tratta per forza di un imbroglio. Cronaca e letteratura sul senso della propria identità

5 Novembre 2018 alle 11:42

Smemorato a chi?

Lo smemorato di Collegno è finito anche in commedia: con Totò e Nino Taranto nel film omonimo diretto da Sergio Corbucci (1962)

La letteratura ne è piena, di smemorati. Più che da dove veniamo e che ci facciamo qui – che poi in fondo le suddette questioni se non ben trattate rischiano di ridursi da grandi temi a quisquilie e pinzillacchere – il problema dei problemi è invece, soprattutto: chi sono io? Certo, nel lontano passato l’interrogativo (forse) era meno sentito. Dio, o chi per lui, decideva la profondità del mare, cioè da dove veniamo, che ci facciamo qui e quindi, last but not least, chi sono io. Per secoli abbiamo dato per scontato chi eravamo. Le chiacchiere stanno a zero, che te lo dico a fare: mi vedi? Sono quello ben inquadrato, illuminato a dovere al centro dell’universo. Ah, certo, devo guardare e ammirare l’Amor che move il sole e l’altre stelle, ma insomma, dài, ci siamo capiti. Sfortuna volle (i terrapiattisti ancora non ci possono pensare) che poi arrivò Niccolò Copernico che si addottorò in diritto canonico (a Ferrara, nel 1503) poi scrisse il De Revolutionibus orbium coelestium, e ci disse, usando la necessaria prudenza, visto l’atteggiamento non collaborativo della chiesa: signori, mi sa che sulla questione del chi siamo ci siamo sbagliati, ’sto fatto che stiamo al centro… e dài, serietà, qua giriamo e rigiriamo. E non solo su noi stessi, ma siamo soggetti a equinozi e solstizi, al centro non c’è nulla, figuriamoci se ci siamo noi. Va bene, calma, non è grave, siamo tuttavia una specie unica, Dio o chi per lui ci ha resi speciali. Poi è arrivato il più grande esperto di lombrichi e piccioni, il maggior filosofo della modernità e ci ha detto (con un po’ di ritardo sulla sua personale tabella di marcia, dopo aver rimuginato a lungo, e chissà, con trepidazione ed esitazione, visto quello che stava per dire): gentile crew, sentite (colpi di tosse), vi devo dire una cosa: ma quale specie speciale, discendiamo dalle grandi scimmie, anzi per amore di precisione, pure le scimmie a loro volta discendono e alla fine c’è un solo antenato comune, un’unica cellula procariotica. Cioè non lo disse proprio così, la biologia molecolare ancora non c’era. Ma se ora voi prendete due eliche di Dna e le separate in laboratorio, a mo’ di lembi di una cerniera lampo e le avvicinate a un’elica di Dna di una grande scimmia, potete vedere che si uniscono per il 98,55 per cento. Cioè, se la lampo ha cento gancetti per elica, 98,5 gancetti si agganceranno con l’altra. E’ la quantità di Dna che abbiamo in comune. Invece, col banano? Per il 50 per cento.

     


Per secoli abbiamo dato per scontato chi eravamo. Poi arrivò Copernico, e più tardi Darwin e dopo ancora Freud


   

Capite chi siamo? Metà banano metà uomo. E niente, testardi come siamo abbiamo insistito: non ci facciamo ingannare da Copernico e da Darwin e dal resto della compagnia cantante: noi pensiamo e dunque siamo. Memoria, identità, pensieri e azione conseguente. Memoria e pensieri tenaci, ferrei, saldi, radici: nazioni, stati, imperi. Poi è arrivato Freud e ha detto senza troppi giochi di parole né tentennamenti: eh, vi devo dire la verità (che tra l’altro è come la peste): ma quando mai, non siamo padroni nemmeno in casa nostra. Il nostro io è così soggetto a forze che lo sballottano qua e là, e metti il super Io e metti l’Es, che, appunto, non è padrone a casa propria. Noi sempre più testardi. Siamo qui per uno scopo, punto, dico io e dico scopo. Poi sono arrivati paleontologi, biologi, astrofisici e ci hanno detto, sentite, ci siamo sbagliati, insomma, aprite le braccia, da sinistra a destra, lo vedete l’arco? Sono i 4 miliardi di anni e mezzo che passano dall’origine della nostra terra fino a oggi. Bene, sapete dove sono le prime cellule procariotiche? Da qualche parte del nostro palmo sinistro. Per trovare forme di vita multicellulare dobbiamo andare sul polso della nostra mano destra (miliardi di anni dopo). I dinosauri? 65 e passa milioni di anni fa? Alla fine del palmo della mano destra, poco prima che inizino le dita. Noi dove siamo? Tutta la storia dell’umanità sta sulla punta della nostra unghia. Quindi, riepilogando, ci dice qualcosa quest’immagine? L’arco delle nostre braccia ci suggerisce che la Terra ha attraversato parecchie catastrofi: eruzioni, terremoti, incendi, inversioni dei poli, bombardamenti di asteroidi, spostamenti di placche tettoniche. Ci dice che il 99 per cento e passa delle specie esistenti se ne è andato via e se non fosse stato per quell’asteroide caduto che ha portato all’estinzione i dinosauri, se non fosse per l’istmo di Panama, noi non saremmo qui. Sì l’istmo, altro che creazione. Sollevandosi, 6 milioni di anni fa, ha bloccato le correnti calde del Pacifico e fatto cadere l’altra parte della nostra sfera in una piccola era glaciale e dunque, l’ambiente boschivo tipico delle grandi scimmie è collassato. E allora, tirando le file, boschi scomparsi dappertutto, tranne in una lunga fascia africana, una profonda vallata dove, appunto, l’orografia del terreno permetteva la sopravvivenza sia dei boschi sia della savana, e in quel dì, un gruppo di scimmie, che avevano sviluppato per mutazione casuale un’andatura parzialmente bipede, cominciò ad avventurarsi fuori dal loro naturale habitat per sperimentare, formare un sistema culturale (e dei valori allegati).

        


Eccomi rappresentato, fotografato, credetemi: sono io. Sto alla festa, al supermercato, sto su Twitter, Instagram, Facebook


   

Che ce lo diciamo a fare, se non fosse per una serie di eventi accidentali e spesso catastrofici, noi su quell’unghia nemmeno ci salivamo. Prima o poi, tra l’altro, riscaldamento globale o meno, ce ne andremo, come i dinosauri, come il 99 per cento delle specie finora vissute, come tutto in questo universo, e tuttavia dopo la nostra dipartita il pianeta (che sta bene, noi siamo fottuti, diceva George Carlin, un filosofo geniale prestato alla comicità), questo piccolo puntino blu, continuerà a vivere, immerso nel turbinio insensato dell’universo. Capite che culo? Dio o chi per lui, fosse l’orologiaio, il giocatore, il grande elettrone, ne ha dovuto provare di schemi affinché nascesse una specie come la nostra, non tanto diversa dai Silverback. Loro chinano la testa davanti al maschio alpha, mentre noi, diretti discendenti, chiniamo la testa e ringraziamo Dio per il suo amore immenso ecc. Troppo umano, troppo primate. E capite bene che in tutto questo bailamme, chi sono io da un certo punto in poi non è così chiaro. La memoria che ci fornisce la necessaria attrezzatura culturale per affrontare la questione, non è abbastanza equipaggiata, troppi fatti nuovi. Per non essere preda di vertigini e insonnia notturna qui le cose sono due: o ribadiamo che siamo al centro e chissene: in fondo, gli status di Facebook e i notissimi e frequentissimi selfie ci ricordano chi siamo: vedete? Sono quello sotto la luna piena, al mare che si rilassa, sono quello alla festa vip, che festeggia al supermercato, sono quello pieno di rabbia che grida onestà. Eccomi rappresentato, fotografato, credetemi: sono io. Sto alla festa, al supermercato, sto su Twitter, Instagram, Facebook, so’ convinto di tante cose, la memoria mi suggerisce che devo dire: so’ convinto che c’è l’invasione degli africani, che se sulle monete mettiamo la faccia di Di Maio/Salvini/Borghi cambia tutto e in meglio, so’ convinto di stare al centro, al centro di questo occidente (che però è sulla difensiva) e abbiamo la volontà, il libero arbitrio per decidere, incuranti di quello che è dietro di noi, se è reale o meno, misurabile o meno, e allora o ribadiamo di essere padroni della nostra realtà o, seconda ipotesi, cerchiamo di fuggire, perché quella realtà non ci convince. E sì, la letteratura ne è piena, di smemorati in crisi di identità. Ne ha colto l’umore, ha ascoltato i veri, presunti e soprattutto finti smemorati.

  


 E c’è il problema del maschio: quello casertano doveva essere sempre aitante e in ascesa. Tutte maschere dai Guermantes


     

Prendiamo uno scrittore bravo (e un po’ dimenticato) come Sciascia. Che guardava a Luigi Pirandello, al Novecento, al tema della memoria, al chi sono io, diviso tra follia e impostura. Nel 1981 per Einaudi pubblicò Il teatro della memoria, una ricostruzione del caso Bruneri-Canella, altrimenti detto: lo smemorato di Collegno. Un uomo di provenienza ignota, senza documenti né memoria, viene arrestato il 10 marzo del 1926 per aver rubato alcuni vasi di bronzo al cimitero israelitico di Torino. L’ignoto viene immediatamente internato al manicomio di Collegno e lì resta per circa un anno, fino a quando non viene pubblicata una sua foto nella rubrica “Chi l’ha visto?” della Domenica del Corriere. So chi sei, dicono le migliaia di lettere di famigliari che credono di aver ritrovato nello sconosciuto un loro parente mai tornato dal fronte dopo la fine della Prima guerra mondiale. E arriva pure il prof. Renzo Canella: è mio fratello Giulio, ecco chi è, sono dieci anni che è disperso. E la famiglia si convince e accoglie lo smemorato nella sua villa di Verona (e lo smemorato fa di tutto per essere accettato). Finché spunta una seconda, e più logica, possibilità: l’ignoto potrebbe essere Mario Bruneri, tipografo e mezzo anarchico torinese, un po’ imbroglioncello. Sei Canella o non lo sei? Insomma: quattro anni e diversi gradi della giustizia e nonostante ogni indizio sembri portare verso la soluzione più ovvia – lo smemorato non è altri che l’imbroglione Mario Bruneri – la signora Canella non si vuole rassegnare alla perdita del marito ritrovato e si decide a fuggire con lui e con i figli in Brasile. Certo altri tempi altri costumi. Le signore piangevano i mariti morti in guerra, meglio uno sconosciuto nel letto che lo stigma di vedova. E ora? Prendiamo il nostro imprenditore Salvatore Mannino, lo smemorato di Lajatico. A tempi nuovi corrispondono nuove smemoratezze. Qui la domanda ancestrale: chi sono io, più che alla questione di cui sopra, copernicana, darwiniana, freudiana e altri, più che al tema dell’unghia su cui siamo appollaiati, si lega fortissimamente si lega a una più prosaica: chi è il maschio oggi? Oggetto di discussione che mi rimanda indietro nel tempo, vittima della educazione casertana che voleva un maschio sempre aitante e sempre in ascesa. Non so se avete presente il giovane scimpanzé Mike, raccontato da Jane Goodall: era uno che prendeva le taniche di benzina vuote e le sbatteva, rumore e forza. Ebbene, da giovane scimpanzé diventò maschio Alpha nel giro di una rullata di taniche. Noi casertani eravamo a obbligati a battere le taniche, metaforicamente parlando. Se non lo facevi eri ricchione. Mica si prendeva in giro l’orientamento sessuale. No, anche gli omosessuali sbattevano le taniche e chiamavano ricchioni chi non si produceva nella prestazione sonora. Il maschio casertano doveva corrispondere a una serie di obblighi (spesso tragici), portare i soldi a casa, fare a botte, difendere il territorio, non curarsi di ferite e malanni, ecc. Certo poi finivano sposati con femmine alpha ed erano guai ma l’apparenza era salva: io maschio sbatto le taniche e comando. Ma la rivoluzione delle orbite anche in quest’ambito è forte, tanto è vero che Salvatore Mannino si è chiesto: ma vuoi vedere che non sono quello che sbatte le taniche, nemmeno mia moglie le fa suonare, al rumore ci pensa mia suocera. Insomma vecchia e nuova questione, l’esposizione della suocera è una nuova realtà che mette in discussione l’identità, e allora meglio perdere questa identità. Uno stratagemma per riacquistarla subito. Tanto si sa che in assenza si è presenti, e quindi se mi scordo di voi, voi vi ricordate di me.

   

E allora, la domanda chi sono io? Sono uno che appena ieri è salito sulla punta di un’unghia sbattendo taniche, ma non ha tempo di guardare in basso, tutto cambia, il tempo fugge e non so come reagire e forse fuggo anch’io ma poi sempre sull’unghia sto. Marcel Proust c’ha pensato alla memoria, a chi siamo e che scopo abbiamo. Ci è arrivato dopo illusioni e disillusioni. Ha creduto che la soddisfazione fosse un selfie tra le celebrities di allora: duchi e duchesse. Ma quel mondo ideale era troppo ordinario e soggetto a dinamiche crudeli e fatue. Allora, il senso della vita era nell’amore? Amore vuol dire solo gelosia e possesso: desideriamo solo se l’oggetto è assente e quando è presente ti viene a noia. E allora, il senso della vita? E’ il tempo ritrovato. Per ritrovare il tempo bisogna vedere i segni del tempo. Quando Marcel arriva alla matinée dei Guermantes, dopo anni di assenza, si accorge che i personaggi tanto amati sono tutte maschere: si portavano dietro la scia e la pesantezza del tempo. Proust ritrova il tempo e capisce che non vuole più perderlo. Non vuole perdere la memoria. Deve scrivere. Scrivere significa ricordare, costruire memorie, ma anche stravedere. Il senso della vita è nell’arte. Gli artisti ci consegnano degli occhiali, attraverso i quali possiamo sentire la memoria e il fascino del mondo: che meraviglia quei campanili, che meraviglia i colori del tramonto sull’acqua, che meraviglia certe suocere e certi imprenditori, così umani, così fragili, che meraviglia questo primate sull’unghia. Il senso della vita è l’arte, lo è soprattutto in questo mondo complesso, rivoluzionato e che si appresta a cambiare ancora e tantissimo e non ce la possiamo fare con le nostre vecchie memorie se non lavoriamo tutti insieme per una memoria artista e collettiva: siamo labili, e come dicono i Pop X immersi in questa vita che passa come un temporale, il vento soffia ancora, il cielo è sempre ovale e in mezzo a questa vita che passa come un temporale, ecc. ecc., finché dura.

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