Fischer lamenta “il declino dell'occidente”. Ma la Germania ci ha messo del suo

Giulio Meotti

Il nuovo libro dell’ex ministro degli esteri tedesco

Roma. “Post Pax Americana” titola la Faz a commento del nuovo libro di Joschka Fischer, già vicecancelliere e ministro degli Esteri tedesco dal 1998 al 2005. Il titolo ha echi spengleriani: Der Abstieg des Westens. Il declino dell’occidente. Per Fischer, dalla Brexit a Trump è in corso un processo irreversibile e profondo di stravolgimento nell’ordine globale: “Se Trump non lo sostiene più, quell’ordine non tornerà mai”. Per anni, ammette Fischer, gli europei si sono sentiti a proprio agio sulla scia della leadership americana, con critiche di comodo della politica estera degli Stati Uniti, ma sempre sicuri che Washington sarebbe venuta in soccorso qualora le cose fossero andate storte. “Il tempo della solidarietà transatlantica è finito”, predice Fischer. “A differenza degli Stati Uniti, l’Europa non è un’isola continentale protetta da due oceani, ma la parte occidentale del massiccio eurasiatico”.

 

L’adattamento a un nuovo ordine mondiale più incentrato sull’Asia, senza garanzie di sicurezza incondizionate da parte degli Stati Uniti, sarà particolarmente difficile per l’Europa, avverte Fischer. Un motivo del ritardo nel cogliere la nuova realtà è che mentre l’Unione sovietica è crollata subito, l’occidente sta declinando lentamente, “passo dopo passo”. Fischer prevede anni di tensioni all’interno dell’occidente. Il “trionfalismo americano” e la “passività europea” sono i principali responsabili. La Russia sarà aggressiva perché incapace secondo Fischer di superare il “trauma del proprio impero collassato”. Fischer è pessimista quando parla delle prospettive del Vecchio continente. L’Europa, afferma, eccelleva nelle tecnologie del XX secolo, ma è molto indietro quando si tratta delle tecnologie del XXI secolo. Invece di plasmare attivamente l’ordine globale, Fischer suggerisce all’Europa di riflettere su come inserirsi in un ordine bipolare guidato da Washington e Pechino. Il titolo del libro è meno drammatico di un altro uscito cento anni fa: mentre Oswald Spengler usava il termine untergang (tramonto, caduta), Fischer usa abstieg (declino), più sfumato e che non implica che l’occidente cesserà di esistere. Eppure, il resoconto di Fischer è pieno di immagini da giorno del giudizio. La crisi della democrazia occidentale, insiste l’ex ministro, è un fenomeno di declino. Tuttavia, è impossibile non far notare a Fischer che la Germania ci ha messo del suo in questo declino. Sulla sicurezza, prima di tutto. La Germania è il leader economico d’Europa, ma un nano militare: Berlino spende solo l’1,2 per cento del suo ricco pil in spese militari e nella Nato, meno anche in termini assoluti rispetto al Regno Unito, la Francia e una miriade di altri paesi europei. La Germania oggi vede se stessa come una friedensmacht, una forza della pace, tanto che un altro suo ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, aveva promesso di farne la “leader della pace e del disarmo”. Intanto sui media uscivano rapporti sul fatto che i soldati tedeschi non potessero neppure sparare durante la missione in Afghanistan. Quando il ministro della Difesa, Ursula von der Leyen, è andata in Iraq a parlare con gli ufficiali che addestravano i combattenti curdi, li aveva assicurati che le truppe sarebbero rimaste a debita distanza dalle zone di battaglia, perché per l’esercito tedesco “la sicurezza è la priorità più alta”. Ovviamente la propria di sicurezza. Come ha commentato John Vinocur sul Wall Street Journal, “la Germania è un attore non letale e a basso rischio anche di fronte a una forza barbarica”, ovvero l’Isis. Fischer teme l’aggressività russa. Ma come ha scritto Martin Walker su National Interest, se mai l’esercito russo dovesse ripresentarsi nelle pianure della Germania settentrionale, quello tedesco “non sarebbe probabilmente in condizione di fare molto di più che multarlo per eccesso di velocità”. Lo stesso disimpegno vale in politica estera. “Uno dei problemi con la politica estera tedesca, oggi, è che è strategicamente frivola e questa frivolezza è una posizione di comfort” ha commentato su Handelsblatt Leon Mangasarian. “La Germania preferisce lasciare le decisioni toste e il lavoro sporco della politica estera e di difesa ad altri, per poter poi criticare i propri alleati da un pulpito di superiorità morale e con un tono di compiacimento”.

 

Durante la guerra in Iraq, la Bild pubblicò una foto del cancelliere Gerhard Schröder con un’aria assonnata dopo un pranzo con il suo ministro dell’Interno, Otto Schily, in Toscana. Mentre gli americani si preparavano a entrare a Baghdad e a sacrificare cinquemila soldati, i leader tedeschi si gustavano un bicchiere di Chianti. A proposito di abstieg, Joschka Fischer.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.