Foto via Pixabay

Imparare a riparare l'Italia

Sergio Belardinelli

Una lettura culturale e politica (e in controtendenza) del Rapporto Censis sul “paese del risentimento e della nostalgia”. Niente narcisismo, ecco come e da cosa ripartire

Per usare le parole del Censis, "risentimento e nostalgia" condizionano non solo "la domanda politica di chi è rimasto indietroL’ultimo rapporto Censis sull’Italia parla di “un paese in cui il futuro è rimasto incollato al presente”, un paese sfiduciato che non riesce a scrollarsi di dosso il peso della crisi degli ultimi anni. Eppure proprio gli indicatori economici offertici sempre dal Censis, sui quali Il Foglio ha richiamato più volte l’attenzione in queste settimane, dovrebbero indurci a pensare il contrario. Nel primo semestre del 2017 la produzione industriale italiana è cresciuta del 2,3%, il dato migliore tra i principali paesi europei (Germania e Spagna +2,1%, Regno Unito +1,9%, Francia +1,3%), e nel terzo trimestre dell’anno ha registrato una crescita del 4,1%. Il valore aggiunto per addetto nel manifatturiero è aumentato del 22,1% in sette anni, superando la produttività dei servizi. Ci sono poi i valori positivi dell’esportazione da parte delle aziende del made in Italy: il saldo commerciale nel 2016 è pari a 99,6 miliardi di euro, quasi il doppio del saldo complessivo dell’export di beni (51,5 miliardi). A tal proposito, è sempre il Censis a dirlo, brillano la creatività per il comparto moda, la tipicità per l’alimentare, il design nell’arredo, il valore della produzione nel settore delle macchine utensili. In quest’ultimo settore l’Italia ha raggiunto nel 2016 il quinto posto nel mondo (dopo Cina, Germania, Giappone e Stati Uniti) e il terzo tra i paesi esportatori (dopo Germania e Giappone). Grazie al piano Industria 4.0, sono in netto aumento anche le consegne dei macchinari sul mercato interno: nel 2013 erano scese a 1,1 miliardi di euro, oggi superano i 2,5 miliardi. Quanto alla disoccupazione, vera piaga del nostro sistema produttivo, nel 2013 era al 13% (quella giovanile al 42,4%), oggi è passata all’11%, e al 34,7% quella giovanile.

  

Per usare le parole del Censis, "risentimento e nostalgia" condizionano non solo "la domanda politica di chi è rimasto indietro

Sono dati che certamente dipendono anche dalla congiuntura economica internazionale favorevole e che quindi non debbono far passare in secondo piano le molte disfunzioni che affliggono il nostro sistema produttivo: la troppo bassa produttività oraria del lavoro sia nel settore pubblico che in quello privato, la scarsa occupazione femminile, i tassi di disoccupazione ancora drammaticamente altissimi, il fenomeno della povertà sempre più diffuso, specialmente al Sud del paese, solo per citarne alcuni, ma che potrebbero comunque indurre una certa soddisfazione in ordine a ciò che ultimamente è stato fatto nonché un seppur cauto ottimismo in ordine al molto che resta ancora da fare. E invece non è così. La positività degli indicatori economici sembra non incidere affatto sulla percezione che abbiamo del nostro paese. Per usare le parole del Censis, “risentimento e nostalgia” condizionano non soltanto “la domanda politica di chi è rimasto indietro”, ma rappresentano ormai un sentimento largamente diffuso anche tra coloro che sono stati appena sfiorati dalla crisi di questi anni e sul quale le nostre élites politiche e i media soffiano per lucrare consenso. Che la cosiddetta riforma Fornero e il Jobs act vengano additati come esempi disgustosi di macelleria sociale, che il 4 dicembre del 2016 gli italiani abbiano votato contro la proposta di riforma costituzionale, perché preoccupati di una possibile deriva autoritaria, sono soltanto le ultime manifestazioni di un costume persistente nella nostra cultura politica, qualcosa di antico, che la crisi economica degli anni scorsi ha in qualche modo rivitalizzato, ma che non è certo riconducibile ad essa soltanto. Sul fronte strettamente politico siamo insomma un paese in cui, non soltanto, come dice il Censis, “il futuro è rimasto incollato al presente”, ma entrambi, presente e futuro, si direbbero ancora incollati al passato.

   

"Christopher Lasch: "Il narcisismo emerge come forma tipica di struttura del carattere di una società che ha perso interesse per il futuro"

In questi ultimi trent’anni gli scenari mondiali sono cambiati profondamente, ma il ceto politico e intellettuale del nostro paese, anziché trarne occasione per riformare le nostre istituzioni e la nostra cultura politica, ne ha fatto un uso meramente retorico, che, alla lunga, ci ha resi ancora più deboli. L’ideologia dei partiti di ieri sembra aver lasciato il posto al populismo, al giustizialismo e alla vacuità di quelli di oggi; il narcisismo che ieri era soltanto prerogativa di una certa classe intellettuale è diventato ormai narcisismo di massa; permane la stessa diffidenza nei confronti della proprietà privata e del mercato e, soprattutto, permane la stessa indifferenza nei confronti di quello che potremmo definire l’interesse nazionale, sacrificato regolarmente sull’altare degli interessi più disparati, senza che nessuno ne faccia il centro della propria azione politica. Si può diventare persino antieuropei, una malattia, questa, diffusa invero un po’ ovunque in Europa, se questo serve a raggranellare qualche consenso. Niente di strano dunque se, pur in presenza di evidenti segni di ripresa economica, “risentimento e nostalgia”, come dice il Censis, rappresentano a tutt’oggi il sentimento dominante tra gli italiani. Ma di che cosa dovremmo aver nostalgia? Delle stragi degli anni Settanta? Delle brigate rosse? Del consociativismo tra Partito comunista e Democrazia cristiana? Della spesa pubblica a gogo, caricata sulle spalle delle generazioni future? Del berlusconismo e dell’antiberlusconismo? Non scherziamo, per favore. Preoccupiamoci piuttosto che le nostre tragedie non si trasformino in farsa. E’ deprimente, ad esempio, vedere il nostro dibattito pubblico monopolizzato dal Movimento cinque stelle, con gli altri partiti che molto spesso, per contrastarlo, ne scimmiottano irresponsabilmente i vessilli. D’altra parte, fatti salvi gli indicatori economici positivi di cui si diceva prima, e a conferma che la crisi economica che abbiamo attraversato era molto di più che una crisi economica, non si vedono all’orizzonte energie politiche e culturali capaci di colmare il deficit di cultura civica in cui siamo impantanati da decenni, e forse da secoli.

   

Su questo nostro deficit esiste una ricca letteratura anche internazionale. Ricordo soltanto il celebre studio di Edward Banfield sul mitico paesello di Montegrano (The moral basis of a Backward Society, 1958), l’altrettanto celebre volume su The civic culture di Almond e Verba, pubblicato nel 1963, il libro di Robert Putnam, MakingDemocracy Work: CivicTraditions in ModernItaly, pubblicato nel 1993, il capitolo dedicato all’Italia nel libro Trust (1995) di Francis Fukuyama, per non dire della ricchissima letteratura sviluppatasi in Italia a partire dai primi anni Novanta, a seguito del fenomeno di “Tangentopoli”. Tutti concordano in fondo sul fatto che in Italia sussista una strutturale debolezza del grado di cittadinanza e di identificazione con le istituzioni pubbliche a tutto vantaggio di quello che Edward Banfield aveva definito come “familismo amorale”.

   

Riforma Fornero e Jobs act additati come esempi di macelleria sociale: ecco il segno di un paese rimasto politicamente nel passato

L’inefficienza delle nostre istituzioni pubbliche (secondo il Censis, il 75% per cento degli italiani si dichiara insoddisfatto dei servizi pubblici in generale), il diffuso particolarismo clientelare, la nostra scarsa propensione a individuare e a perseguire l’interesse nazionale sono purtroppo qualcosa di più che un semplice stereotipo; esprimono vizi reali e molto antichi dell’Italia. Già nel 1824, nel suo celebre Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, Giacomo Leopardi denunciava come gli italiani, anziché occuparsi dell’“onore” e dell’“opinione pubblica” come facevano gli altri popoli “civili” dell’Europa, coltivassero invece il “passeggio, gli spettacoli e le chiese”. Ma oggi non coltiviamo più neanche le chiese. Il peccato, la grazia, il giudizio di Dio e l’immortalità dell’anima sono temi che non scaldano più il cuore di nessuno. Ci piace invece la religione ridotta a filantropia, capace di tacitare le coscienze rispetto alle ingiustizie, le disuguaglianze e le guerre, imputando magari tutti questi mali al mercato capitalistico. Le ricerche sociologiche ci raccontano della vitalità di forme religiose sempre più personali, selettive, fai da te (credo in Dio, nel valore sociale della religione al servizio dei poveri, ma non mi si parli dell’inferno o della chiesa); ci raccontano altresì di altre fedi (vedi l’islam e il cristianesimo ortodosso) che sono sempre più diffuse nel nostro paese, ma anche della crisi dei dogmi religiosi tradizionali e del numero crescente di coloro, specialmente tra i giovani, che della religione non sanno che fare, considerandola un arcaismo in via d’estinzione.

   

In compenso, stando sempre ai dati del Censis, sta crescendo tra gli italiani l’interesse per il benessere soggettivo, per le piccole cose che generano la felicità quotidiana. “Un coccolarsi di massa”, dice il Censis, che promuove i consumi per la cura del proprio corpo, per il tempo libero e per acquistare prodotti alimentari di qualità, dietro al quale, però, sta crescendo una sorta di culto di sé che deforma la relazione con gli altri e con se stessi, producendo vuoto interiore, senso di dipendenza e ira repressa. Sembra insomma che si stia ormai affermando anche in Italia quella che Christopher Lasch, in un celebre libro del 1979, definì la cultura del narcisismo.

    

I segni di questo narcisismo, divenuto ormai di massa, li vediamo all’opera un po’ ovunque: nella politica ridotta a spettacolo per uomini nostalgici e gonfi di risentimento, nella proliferazione delle immagini e del desiderio di apparire, fosse anche soltanto divulgando in rete miserevoli selfie di ciò che stiamo mangiando, nella crisi dell’istituzione familiare e dei sistemi educativi in generale, nella difficoltà a pensare il passato, a riconoscersi in una tradizione, e soprattutto nella difficoltà a pensare al futuro. Christopher Lasch lo dice espressamente: “Il narcisismo emerge come forma tipica di struttura del carattere di una società che ha perso interesse per il futuro”.

    

A tal proposito, come non pensare alla crisi demografica e al primato negativo che ci contraddistingue? Una società che non mette più al mondo i figli non è soltanto una società che invecchia; è una società disperata, una società disperatamente aggrappata al presente e per questo terrorizzata dalla vecchiaia e dalla morte. “Il terrore degli anni che passano – è sempre Lasch a dirlo – non nasce dal culto della giovinezza, ma dal culto di sé”. La nostra narcisistica indifferenza, se non addirittura disprezzo, nei confronti degli anziani ormai incapaci di nascondere gli anni e la loro fragilità, come pure nei confronti delle generazioni future, esprime emblematicamente la crisi di una cultura che ha perduto il senso stesso del legame sociale e ha rinunciato al futuro.

   

Commisurato a questi problemi, è evidente che il successo politico del Movimento cinque stelle è cosa assai poco rilevante. Tutt’al più esprime la farsa dentro la tragedia. A maggior ragione, tuttavia, occorre provare a invertire la rotta. Il quadro fosco che ho delineato esprime in fondo soltanto una faccia della medaglia; una medaglia che riguarda peraltro anche altri Paesi europei, rispetto ai quali l’Italia potrebbe trovarsi addirittura avvantaggiata. I nostri vizi, infatti, mostrano in controluce anche le nostre virtù. La nostra lunga storia, le vestigia di Roma e del cattolicesimo romano hanno reso indubbiamente molto duttile, elastica, la nostra identità. Davvero ne abbiamo viste di tutti i colori. Ma forse anche per questo la nostra cultura, uso ancora parole leopardiane, è “la più difficile ad esser mossa da cose illusorie”. Il disincanto, l’inventiva, la flessibilità sono ovunque riconosciute come virtù tipicamente italiane, alle quali fanno da supporto legami familiari ancora piuttosto forti e un tessuto sociale certamente più coeso che in altri paesi occidentali; grazie alla nostra tradizione millenaria, conserviamo una particolare sensibilità per i valori universali, ponendoci così al riparo da pericolosi fanatismi etnocentrici; sappiamo essere realisti, senza essere cinici; capaci di perseguire grandi ideali, senza essere utopisti; ugualmente si può dire della nostra naturale disposizione a favorire un certo policentrismo economico e sociale -si pensi al ruolo della piccola e media industria e a quello delle municipalità.

   

Si tratta di virtù che risultano particolarmente preziose proprio di fronte alle molte sfide che abbiamo di fronte. E sebbene il limite tra queste virtù e i nostri peggiori difetti – l’incredulità, la birberia, il cinismo, un certo “familismo amorale” e l’esasperato particolarismo- risulti troppo spesso quasi impercettibile, bloccando, come abbiamo visto, lo sviluppo di una cultura politica e di assetti istituzionali veramente civili, è pur vero che l’Italia resta un paese di grandi potenzialità. Alcune peculiarità particolarmente vive nella cultura italiana – penso al policentrismo, alla flessibilità, all’apertura, al pluralismo, a una certa spontanea simpatia umana – stanno diventando ingredienti sempre più indispensabili per fronteggiare le sfide del nostro tempo. Pur con tante inadeguatezze, ne abbiamo dato prova ultimamente con il problema dell’immigrazione.

   

Siamo pressoché privi di senso dello stato, è vero, ma abbiamo un numero incredibile di persone impegnate nel volontariato (circa cinque milioni) e di altre che fanno con competenza e serietà il proprio dovere; abbiamo un paesaggio culturale di valore inestimabile, spesso trascurato, violentato, lasciato alla mercé di vandalismi d’ogni genere, ma di cui stiamo pian piano riprendendo consapevolezza, anche grazie al lavoro meritorio di tante associazioni non governative e di tanti chef e produttori di vini che hanno avuto la lungimiranza di agganciare le loro attività alla storia e alla bellezza del territorio (lo dico senza ironia, semmai con malinconia per ciò che non hanno fatto altri); l’individualismo e il narcisismo sembrano prendere il sopravvento su qualsiasi forma di solidarietà sociale, eppure devolviamo cifre ingenti in opere di carità; sul piano religioso, sebbene siano da considerarsi in crescita l’ateismo, l’indifferenza e l’ostilità verso la chiesa istituzione nonché il numero di persone che si orientano ormai verso un “dio personale” (l’espressione è di Ulrich Beck), sono ancora in molti a considerare la religione come una dimensione importante della loro vita; a sentire certi talk show televisivi si direbbe che l’Italia sia sull’orlo del baratro, ma evidentemente la maggior parte dei telespettatori non ci crede; la famiglia e il campanile della propria città sembrano essere i nostri unici valori comunitari, ma siamo anche uno dei popoli più aperti e cosmopoliti. Nemmeno l’immondizia che vergognosamente ricopre alcune nostre città o la cultura mafiosa che persiste in diverse regioni del nostro paese tolgono ai cittadini italiani l’ironia e la voglia di vivere. Siamo insomma un coacervo di contraddizioni. Ma resta pur vero che, specialmente nei momenti in cui la nostra crisi sembra più profonda, quando occorre soprattutto capacità di “ragionare” e di utilizzare l’“immaginazione”, sono sempre parole leopardiane, la nostra abitudine a convivere con le contraddizioni potrebbe rivelarsi una preziosa risorsa.

  

Una trentina d’anni fa, parlando agli studenti e alle autorità accademiche di una celebre università pontificia romana, Giovanni Paolo II disse: “Sono venuto per imparare Roma”. Da allora la domanda che mi pongo è sempre la stessa: che cosa c’è di così importante da imparare in una città certamente bellissima nei suoi monumenti e nei suoi musei, grondante di storia da tutte le parti, ma anche più caotica, più volgare e più trasandata di tante altre? La risposta che continuo a darmi ha forse il difetto di essere troppo indulgente, ma mi sembra plausibile: a Roma (e in molte altre parti d’Italia) si impara qualcosa che è autenticamente universale e nel contempo autenticamente “sensibile alle differenze”; si impara il senso dell’appartenenza a una storia antichissima e variegata, incompatibile con qualsiasi forma di fanatismo etnocentrico; il senso di un’identità flessibile, aperta, mai esclusiva o aggressiva; si impara ad apprezzare la bellezza, il gusto per la vita, prendendola per quello che è, con la giusta misura. Naturalmente conosciamo bene i problemi di questa città, andata allegramente alla deriva per decenni e oggi aggrappatasi addirittura al nulla. Ma questo fortunatamente non intacca la sua grandezza né la sua bellezza, di cui dovremmo farci interpreti con intelligenza e responsabilità. Qualcuno dirà che si tratta di un compito troppo ambizioso; eppure è proprio questo che dovremmo “imparare”. A Roma e nell’Italia intera.

Di più su questi argomenti: