La tangentopoli del sesso

Claudio Cerasa

Il suicidio di un ex ministro gallese è l’ultimo atto di un mondo fuori controllo dove la giustizia naturale viene sostituita dalla giustizia virale. Grande j’accuse di Monica Bellucci

Nella Tangentopoli del sesso, dove ogni accusa si trasforma in una condanna, dove ogni flirt diventa una molestia, dove ogni delazione diventa una prova, c’è un processo silenzioso, e letale, che all’indomani di una storia drammatica che arriva dal Regno Unito dovrebbe essere messo a fuoco con un’intensità non inferiore rispetto a quella usata dai molti osservatori che nelle ultime settimane si sono appassionati all’evoluzione del caso Harvey Weinstein e del caso Kevin Spacey. La storia che arriva dal Regno Unito la conoscete già: due giorni fa, l’ex ministro laburista per le Comunità e l’Infanzia del governo gallese, Carl Sargeant, dopo essere stato sospeso per un presunto comportamento inappropriato nei confronti di alcune donne, ha scelto di togliersi la vita. Al momento della sua morte i dettagli delle accuse non erano ancora stati resi noti e il sospetto della famiglia di Carl Sargeant, così si legge in un comunicato diffuso ieri dalla moglie, è che l’ex ministro si sia tolto la vita “a causa dell’angoscia di non essere in grado di difendersi da accuse vaghe e non circostanziate: non gli è stato concesso nessun tipo di rispetto, decenza o giustizia naturale”.

     

Il processo silenzioso che molti di noi fanno finta di non vedere in questa grande e drammatica Tangentopoli del sesso – dove ogni accusa diventa una sentenza, dove ogni delazione diventa un cappio, dove ogni indiscrezione diventa una verità, dove ogni forma di giustizia naturale viene sostituita da una forma rozza di giustizia virale, dove le gite in barca con gli amici (chiedete a Kevin Spacey) diventano molestie e dove presto gli uomini, come ha scritto due giorni fa sul Nyt una famosa femminista americana di nome Naomi Alderman, prima di rivolgere avance a una donna si dovranno rivolgere a un bravo avvocato, per non essere accusati di molestie vent’anni dopo – è un processo all’interno del quale viene testato quotidianamente il funzionamento dei nostri anticorpi utili per resistere al virus della gogna universale. E purtroppo il risultato dello stress test ci dice ogni giorno in modo impietoso che qualcosa ci è sfuggito di mano, e che nella società del neo moralismo puritano alla fine l’effetto più significativo della condanna del mostro fino a prova contraria è qualcosa di simile a una caccia alle streghe, nella quale il sospettato non ha diritto di replica, nella quale chi difende le garanzie del sospettato diventa il complice di un orco e nella quale il tribunale del popolo viene di fatto legittimato a giocare costantemente con le leve nocive della manganellata moralizzatrice. Ovviamente speriamo di sbagliarci. Speriamo di esagerare. Speriamo di eccedere per una volta nel pessimismo. E speriamo di non essere i soli a battere le mani dinnanzi a una Monica Bellucci che accanto a un Giuseppe Tornatore accusato senza prove di molestie denuncia magnificamente i professionisti della delazione: “La rabbia scatenata da anni di soprusi è comprensibile ma bisogna stare attenti alle dichiarazioni affrettate, perché sarebbe un errore gravissimo fare di tutta l’erba un fascio e mettere le persone sotto accusa a vuoto”.

 

Eppure il caso del suicidio dell’ex ministro gallese ci riporta alla mente la famosa lettera inviata in piena Tangentopoli da Sergio Moroni (Psi) a Giorgio Napolitano (presidente della Camera) sul “processo sommario e violento per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito di vittime sacrificali”. “Mai e poi mai – scrisse Moroni – ho pattuito tangenti… Eppure oggi vengo coinvolto nel cosiddetto scandalo tangenti, accomunato nella definizione di ‘ladro’ oggi così diffusa. Quando la parola è flessibile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta… a evitare che altri nelle mie stesse condizioni abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Mi rendo conto che esiste un diritto all’informazione, ma esistono anche i diritti delle persone e delle loro famiglie”. Era il 2 settembre del 1992. Due giorni dopo Moroni si suiciderà. Ieri si parlava di “ladri”. Oggi si parla di “orchi”. Ma il meccanismo è sempre quello. L’accusa che si trasforma in condanna, la delazione che diventa prova, il khomeinismo turpe che diventa una virtù morale e che di conseguenza trasforma chiunque osi dire “fermatevi un attimo” non in un amico delle garanzie ma in un amico dell’orco.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.