SpaceX è come Uber

Eugenio Cau

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SpaceX è come Uber

 

Tutti ricordano (o conoscono, per chi non c’era) il discorso pazzesco con cui John F. Kennedy diede il via alla “corsa alla luna” (non alla “corsa allo spazio”, quella era iniziata qualche anno prima dopo il lancio dello Sputnik). Il discorso è qui sotto e fa ancora venire la pelle d’oca. Era il 1962.

 


 

Kennedy ha dato inizio a una lunga tradizione di discorsi presidenziali americani pieni di speranza e coraggio che annunciavano grandi conquiste ed esplorazioni spaziali: Ronald Reagan nel 1984 annunciava la costruzione di una nuova, grande stazione spaziale chiamata “Freedom”, Bush senior nel 1989 già parlava di andare su Marte, Bush junior nel 2004 prometteva che entro il 2015 l’America avrebbe costruito un avamposto sulla luna, Barack Obama nel 2010 assicurava che entro il 2030 avremmo avuto astronauti in orbita intorno a Marte. Lo scorso ottobre, il vicepresidente in carica Mike Pence ha promesso di mandare astronauti sulla luna, poi “su Marte e oltre ancora”.

Come sappiamo, i grandi proclami presidenziali post Kennedy sono sempre andati a vuoto. Pochi fondi, scarsa volontà politica, terribili incidenti hanno bloccato la corsa allo spazio degli Stati Uniti (quella delle altre potenze era già terminata da tempo) e, come ha notato Pence, l’America non manda un astronauta oltre l’orbita bassa della Terra da 45 anni.

Poi, lo scorso febbraio, è successa questa cosa qui:

 


 

E quando il signore che ha messo in piedi tutto lo spettacolo ha detto: “We want a new space race”, all’improvviso è apparso più credibile degli annunci dei Bush, degli Obama e dei Pence.

 


 

La differenza tra Mike Pence ed Elon Musk è che uno è un pubblico ufficiale eletto e rappresenta uno stato sovrano, che incidentalmente è anche la prima potenza mondiale, e l’altro è un privato cittadino che rappresenta soltanto se stesso. Ma la nuova corsa allo spazio la fanno i Musk, non i Pence, e questo porterà cambiamenti enormi.

 

Oltre a Musk, i tre moschettieri della corsa allo spazio dei miliardari sono Jeff Bezos con Blue Origin e Richard Branson con Virgin Galactic – più tutta una serie di compagnie minori. Da poco si sono aggiunti anche player non americani, come la cinese OneSpace.

Non è una novità che aziende private contribuiscano alle missioni spaziali. La “vecchia guardia” delle agenzie aerospaziali private, come Boeing, Lockheed Martin e Airbus, collaborano da sempre con la Nasa e altri. Il problema è che mentre la Boeing costruisce per la Nasa mezzi funzionali all'interno di operazioni ben definite, Elon Musk vuole usare SpaceX per colonizzare Marte – per realizzare, cioè, il sogno di molte generazioni di presidenti americani.

Ora, cosa succede quando un miliardario americano vuole colonizzare Marte? Non lo sappiamo. I paesi delle Nazioni Unite hanno siglato un trattato internazionale che regola l’esplorazione dello spazio e dei corpi celesti da parte degli stati aderenti, ma questo vale anche per i privati? Non si sa.

Quello stesso trattato (più tutta una serie di altri regolamenti) prevede che in caso di incidente spaziale, lo stato che ha lanciato il mezzo deve essere considerato responsabile per tutti gli eventuali danni causati sulla terraferma e non solo. Ma se il mezzo è lanciato da un privato? Non si sa.

La legge internazionale garantisce la sicurezza degli astronauti e obbliga lo stato che ha lanciato un mezzo con uomini a bordo di assisterli in caso di incidente. Ma se questi astronauti sono privati la garanzia di sicurezza è valida? Non si sa.

Insomma, la nuova corsa allo spazio crea un grosso problema, che volendo usare una metafora triviale è lo stesso di quando ha iniziato a diffondersi Uber: sfrutta un gigantesco vuoto legislativo. E come con Uber, il dilemma che si pone è: siamo davanti a un fenomeno eccezionale di competizione virtuosa, che presto porterà l’uomo su Marte grazie allo sforzo dei più grandi geni di questa generazione, oppure siamo davanti a un gioco pericoloso?

Come con Uber, noi propendiamo per la prima risposta.

 

VALLEY E ALTRE VALLEY

 


 

Cosa è successo questa settimana

  • Una delle notizie più interessanti uscite in questi giorni è "The selfish ledger", un video riservato alla circolazione dentro a Google realizzato nel 2016 da Nick Foster, capo di Google X, e scovato da The Verge. Il video (lo potete vedere qui sopra) è una provocazione destinata ai dirigenti e ai dipendenti di Google, mette insieme teorie genetiche e di altro tipo e facendo una generalizzazione notevole possiamo dire che il suo significato è: quando avremo abbastanza dati, potremo modificare il comportamento della popolazione mondiale per porre fine alla fame, alla guerra e alle malattie. E' una provocazione non destinata a essere realizzata, ma dà l'idea che lì dentro c'è gente che queste cose le pensa sul serio.
  • Nel frattempo la trasmissione tv americana "60 Minutes" ha pubblicato un lungo servizio sul monopolio di Google (qui sotto un estratto) che ha preoccupato molti.

 


 

  • Se siete rimasti spaventati dal progetto Duplex, non temete: le dimostrazioni futuristiche durante le presentazioni tech sono quasi sempre fasulle.
  • Mark Zuckerberg si è presentato davanti all'Europarlamento e, come ampiamente previsto, la sua testimonianza è stata una pagliacciata. Durante la riunione a porte chiuse con i soli capigruppo, ha lasciato che i politici europei parlassero e parlassero, e poi ha risposto soltanto alle domande che ha voluto – dunque quasi a niente. Pessima figura per le istituzioni europee. Qui sotto il penoso video completo.

 


 

  • Tra i pochi eurodeputati che hanno fatto una bella figura, Guy Verhofstadt dell'Alde, che ha detto al ceo di Facebook: vuoi essere ricordato come uno dei giganti di internet, come Steve Jobs e Bill Gates, o come il genio che ha creato il mostro che sta distruggendo le nostre democrazie e le nostre società?
  • C'è anche chi parla di spezzare Facebook in tante parti, dividendo la società principale da Messenger, Instagram e WhatsApp.
  • Ma nessuna paura: i dati mostrano che dopo lo scandalo di Cambridge Analytica la gente ha aumentato il suo utilizzo di Facebook.
  • Occhio: un'azienda ha fatto causa a Facebook accusando di aver messo su uno "schema fraudolento per trasformare i dati in armi".
  • Tesla ha qualche problema di prezzo e di sicurezza delle sue automobili.
  • Più ancora, Elon Musk (lo stesso di cui abbiamo parlato sopra) ha avuto un "meltdown" su Twitter, accusando i giornalisti di pubblicare fake news per danneggiare la sua azienda (Trump è subito corso a dargli manforte).

 

 

VIDEO BONUS

 

Questa è una gran lezione che Steve Jobs ha tenuto alla MIT Sloan School of Management nel 1992 (ve l'avevamo promessa la settimana scorsa). E' una registrazione vintage non inedita, ma poco conosciuta. Jobs (prima di diventare quel Jobs) parla delle sue esperienze di business, di come gestire le persone, racconta un sacco di aneddoti. E' una lezione tecnica, ci sono concetti più precisi di stay hungry stay foolish, ma vale la pena perderci un'oretta. Ha i sottotitoli in inglese.

 

 

LONG READ, METTETEVI COMODI

 

Iniziamo con consigli di lettura. Due libri da poco usciti sul mercato americano spiegano perché l'intelligenza artificiale non sarà mai abbastanza intelligente. Dalle anticipazioni sembrano interessanti, ci torneremo. Uno e due.

Vi siete mai chiesti cosa succede a quei clienti Amazon che restituiscono tutte le cose che comprano? Ecco.

L'unico modo per sopravvivere al techlash? Prendere d'esempio gli amish (?!).

Theranos, la startup che ha raccolto miliardi di dollari promettendo di aver inventato innovativi test diagnostici e ha truffato clienti e investitori, è uno dei più grandi casi di bolle tecnologiche del decennio. Una bella retrospettiva su cosa si è sbagliato e su cosa si sarebbe potuto evitare.

Momento retrò/1: nel dicembre del 1996 il Wall Street Journal mise in rete un sito speciale su "The year of the net", che spiegava per benino cosa fosse questa fantastica novità: l'internet. Il sito è ancora online, è ancora bellissimo (via Benedict Evans).

Momento retrò/2: il videogioco dei Lemmings (ve lo ricordate solo se avete più di 25 anni) raccontato dal suo creatore, con un sacco di aneddoti.

Un gran reportage, dall'interno, su come la Germania sta cercando di domare Facebook.

Vuoi diventare un giocatore di pallacanestro professionista? Allena il tuo corpo, la tua tecnica e il tuo Instagram.

Nella ricerca di forme di vita aliene nello spazio stiamo guardando dalla parte sbagliata.

The Correspondent è un caso di studio per giornalisti ed editori: un gran giornale che funziona senza pubblicità, soltanto grazie al contributo generoso degli iscritti. Aveva raccolto quasi due milioni per l'edizione olandese, adesso ne ha raccolti quasi altri due per quella americana.

 

APP DELLA SETTIMANA

  

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