Le migliori alternative a Facebook

Eugenio Cau

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Dopo Facebook, il nulla

Alzi la mano chi si ricorda Diaspora.

 

Nel 2010, quando iniziò a diffondersi la notizia che un gruppo di ingegneri stava creando un social network alternativo a Facebook in cui la privacy degli utenti era rispettata, sembrò che qualcuno avesse esaudito le nostre preghiere: finalmente un social network che non sfrutta i suoi utenti per fare profitto. Era il 2010, lo scandalo di Cambridge Analytica sarebbe arrivato otto (otto!) anni dopo, ma i problemi di Facebook erano già evidenti a tutti quelli che sapevano guardare.

 

Mi iscrissi a Diaspora il giorno stesso in cui fu messo online. Non l’ho mai usato. Diaspora era quasi identico a Facebook, le uniche differenze erano: un’interfaccia più pulita, rispetto assoluto della privacy, nessun amico che usasse il servizio. Quest’ultima caratteristica, potrete immaginare, è stata quella che mi ha dissuaso.

Diaspora esiste ancora oggi. E’ un paradiso: un social network dove i dati di tutti sono rispettati e protetti, in cui è possibile perfino tenersi i propri dati sul computer di casa. In realtà è un deserto.

 

Dopo Diaspora venne Ello (2012), un social network alternativo leggermente spostato sulle immagini, stile Instagram. Anche qui: bella grafica, protezione della privacy, pochissimi utenti. Mi iscrissi subito, mai usato.

Più di recente c’è stato Mastodon, un’altro social network che promette, jobsianamente: “Tu sei una persona, non un prodotto”. L’anno scorso Mastodon ha creato un bel po’ di movimento, ha raggiunto la cifra notevole di tre milioni di iscritti, ma questa volta non ci ho nemmeno provato: già sapevo come sarebbe andata. Ultimamente si sta creando qualche increspatura intorno a Vero, l'ennesimo tentativo. Non mi sono nemmeno interessato.

 

Questo per dire: è dal 2010 che una fetta corposa di utenti cerca alternative a Facebook, inutilmente, per la ragione banale che un social network senza l’aspetto sociale non ha speranze. Aggiungiamo al quadro l’esperienza di Google+, il social di Google fallito miseramente, e il dominio di Facebook nel mercato sembra ancora più imbattibile.

 

E dunque noi e tutti i nuovi arrivati del movimento #deletefacebook siamo spacciati? Beh, sì. Oggi non esistono alternative a Facebook, né tra le iniziative indipendenti né tra i prodotti delle grandi case tecnologiche. Paradossalmente, se domani Facebook dovesse chiudere e spegnere di colpo tutti i server nessuno saprebbe dove altro andare per scambiarsi foto e messaggi. Anzi, andremmo su Instagram, che è comunque di Facebook e ha le stesse pratiche di monetizzazione e (non) rispetto dei dati personali. Un monopolio così assoluto sui comportamenti di un terzo della popolazione mondiale è impressionante.

 

Ma questo non è l’unico problema. Immaginiamo che esista davvero un Facebook “pulito”, e che tutti gli utenti vi si trasferiscano. Per pulito intendo: con una timeline cronologica e non algoritmica, senza pubblicità e soprattutto senza condizionamenti psicologici. Cosa si intende per condizionamenti psicologici? Tutti quei piccoli accorgimenti studiati da Facebook per darci delle scariche di endorfine che creano dipendenza.

 

Avete presente quando Facebook vi annuncia che avete una nuova notifica, e vi dice che la notifica è da parte di Giovanni, e subito siete spinti a chiedervi cosa mai vorrà Giovanni e cliccate? Ecco. Oppure quando Facebook vi comunica che Ada e Maria hanno stretto amicizia, e immediatamente vi sentite spinti a visitare tanto il profilo di Ada quanto quello di Maria, e a guardare tutte le loro foto per sapere cos’hanno in comune, e quali amici hanno, e con chi sono fidanzate? Ecco. Dietro a questi accorgimenti ci sono team sterminati di psicologi e neuroscienziati.

 

Ora, la domanda è: se esistesse un social network senza questo genere di attenzioni, un prodotto piatto e neutro che non vi spinge a visitarlo ogni minuto e non genera scariche di endorfine, avremmo la stessa voglia di usarlo?

 

Il problema non è che non ci sono alternative a Facebook. E’ che non le vogliamo.

 


 

VALLEY E ALTRE VALLEY

 

Cosa è successo questa settimana

  • Siamo alla terza newsletter quasi monografica su Facebook e i suoi scandali. Dalla prossima smettiamo, promesso – a meno che Zuckerberg non ci delizi con qualche nuova rivelazione orwelliana.

 

  • A quanto pare, anzitutto, Cambridge Analytica avrebbe usato i dati non di 50 milioni di utenti, come inizialmente rivelato, ma di ben 87 milioni di persone.

 

 

  • La settimana scorsa abbiamo segnalato come la stragrande maggioranza delle misure per la privacy annunciate da Facebook dopo lo scandalo sia in realtà il semplice adeguamento alla nuova legge sulla protezione dei dati dell'Unione europea. Ne abbiamo scritto anche sul Foglio. Questa settimana Zuckerberg l'ha confermato.

 

 

 

 

 

 

  • Altra notizia da urlo della settimana: Trump contro Amazon. Se ne parlava già da un po', ma poi è uscito questo retroscena di Vanity Fair secondo cui Trump se ne va in giro per la Casa Bianca a chiedere: "How can I fuck him?". Him è Jeff Bezos.

  

 

 

 

  

   

 

  • A San Bruno, nel quartier generale di YouTube, una donna con problemi mentali ha aperto il fuoco ferendo tre persone, poi si è suicidata. C'è stato un gran panico, all'inizio si è pensato a terrorismo. Poi si è capito che la donna era arrabbiata con YouTube perché, diceva, la piattaforma penalizzava i suoi video.

 

  • I community manager di YouTube hanno a che fare tutti i giorni con youtuber arrabbiati perché non hanno il successo che desidererebbero e accusano la compagnia di boicottarli. Ma era la prima volta che uno di questi ha preso la pistola. Questo crea dei dilemmi giganteschi per YouTube.

 

 

 

 

  • Pare inoltre che Apple voglia costruire da sola i microchip da mettere nei computer Mac, come già fa con gli iPhone. Sarebbe una mossa micidiale per Intel, che attualmente è fornitore.

 

 

  • Il primo paese ad avere una legge contro le fake news è la Malesia.

 

 

 

 


 

VIDEO BONUS

 

Un artista usa le reti neurali per trasformare in paesaggi e meravigliose decorazioni oggetti normali. Il video (clicca sull'immagine per vederlo) è parte di un progetto per spiegare, con l'arte, come vedono le intelligenze artificiali – e che di conseguenza tutto ciò che noi umani vediamo è piuttosto relativo.

 

Learning to see: Gloomy Sunday from Memo Akten on Vimeo.

  


 

LONG READ, METTETEVI COMODI

Se avete visto il film Gattaca (se non l'avete visto fatelo, adesso) sapete che l'idea di ingegnerizzare l'intelligenza con la genetica è un vecchio incubo della specie umana. La Technology Review del Mit dice adesso che alcuni scienziati ci stanno provando: vorrebbero creare un test genetico per stabilire se un bambino sarà un premio Nobel o un semplice operaio. Da brividi.

 

Sono uscite molte guide di questo tipo, ma questa del Guardian è la migliore: tutte le informazioni che Facebook e Google possiedono su di noi.

 

Nel settembre 2017 l'America ha scoperto che la sua rete elettrica era stata attaccata da hacker. Il caso è stato poco trattato, ma è diventato celebre nella comunità della sicurezza digitale: qui un resoconto di cosa è andato storto, e perché da quel caso è nato un manuale anti hacker.

 

I robot ci ruberanno il lavoro? Soltanto al 14 per cento della popolazione, dice questo nuovo report (il milionesimo del suo genere).

 

Windows è morente, dice un esperto.

 

Il newsfeed di Facebook è in rovina, dice un altro esperto.

 

Come facevano gli antichi romani a pulirsi dopo essere stati in bagno? Un gran pezzo di paleo tecnologia.

 

L'ascesa dell'intelligenza artificiale sta generando un crollo della fiducia. Già adesso non sappiamo più se una foto o un video sono veri o artefatti, a breve non potremo più essere sicuri se la persona con cui stiamo chattando è fatta di carbonio o di silicio. Come difendersi.

 

Tanto per capire il livello a cui siamo arrivati: se fai vedere la foto di una ciotola di ramen all'intelligenza artificiale di Google, quella è capace di dire da quale ristorante giapponese proviene.

 

Reddit si rifà il trucco, e Wired ha pubblicato la storia di come ha fatto.

 

Com'è possibile che persone normali si trasformino in troll crudeli quando sono su internet?

 

La gran storia di HAL 9000, raccontata dal New York Times.

 


 

APP DELLA SETTIMANA

 

 

Una delle ragioni per cui preferiamo Telegram a WhatsApp è che Telegram è molto più potente. Per esempio ha i bot, che sono piccole app all'interno dell'app che fanno cose utili. Tra queste, TrackBot tiene traccia di tutte le nostre consegne, da Amazon a Dhl a FedEX. Funziona come una chat: si scrive il numero della consegna, il bot ci dice dov'è il pacco e inizia a mandarci aggiornamenti costanti. Serve Telegram, per attivare il bot si clicca qui.

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