Dobbiamo distruggere la Silicon Valley?

Il problema non è la tecnologia, è il monopolio. E poi una tartaruga che spara, l'identificazione del viso sul nuovo iPhone X, le animoji, l'intelligenza artificiale cinese. Tutte le notizie e le novità della settimana nella newsletter tech del Foglio
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13 NOV 17
Ultimo aggiornamento: 03:05 AM | 15 AUG 20
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Nella scorsa newsletter abbiamo scritto che la Silicon Valley è un monopolio che rischia di fare male all’innovazione. Altrove abbiamo scritto che la Silicon Valley è un monopolio che rischia di fare male alla democrazia, e l’Economist di questa settimana l’ha scritto molto meglio. C'è un problema enorme, e ormai è evidente.
Sia chiaro, questa non è una rinuncia all’ottimismo tech di Silicio: il problema non è la tecnologia, è la Silicon Valley. Ma conosciamo la questione, l’abbiamo esplorata in ogni suo angolo, ce ne siamo anche un po’ stancati: come risolviamo la faccenda? Da sempre c’è uno strumento standard per spezzare i monopoli, si chiama antitrust e in molti lo stanno già usando contro i colossi tech, basta bussare alle porte europee di Margrethe Vestager per accorgersene.
Ma ecco, quello della Silicon Valley non è un monopolio tradizionale. Facebook, Google e Twitter non dominano solo il mercato (anche se i numeri ci sono tutti). Dominano il nostro immaginario e le nostre coscienze. Ma soprattutto, il danno che infliggono al consumatore non è immediatamente riconoscibile come lo era per i "robber barons" dell’Ottocento. I monopoli tech non congiurano per alzare i prezzi, danno roba gratis! Non ci vendono gli scarti, offrono servizi sofisticati e utili!
Dunque: chi vuole “rompere i monopoli” tech a suon di multe e smembramenti societari dovrebbe ripensarci. Non funziona, non è intelligente e perfino Farhad Manjoo, il columnist del New York Times che ha coniato il termine “Frightful Five”, di recente ha consigliato di evitare mosse azzardate, ché essere governati da cinque compagnie americane è sempre meglio che esserlo da tre compagnie cinesi.
Qui a Silicio, inoltre, siamo allergici agli interventi governativi troppo spinti. Se proprio il governo deve agire, meglio che aiuti la concorrenza, non che punisca chi ha successo. Certo, alcune misure sono sacrosante, come per esempio quella di alcuni parlamentari americani che vogliono obbligare i social media a essere più trasparenti con gli annunci politici che pubblicano. Ma per rompere un monopolio il modo migliore è introdurre nuovi elementi di competizione.
Alcuni grandi investitori hanno promesso di mettere soldi nella concorrenza ai “Frightful Five” per aiutarla a sbocciare, e già questo è un passo. Ma l’idea migliore è venuta a due professori dell’Università di Chicago, Luigi Zingales e Guy Rolnik, che ne hanno scritto qualche mese fa sul New York Times e sono stati ripresi più di recente dal Financial Times.
La ragione per cui nessuno si può staccare da Facebook e per cui nessun concorrente potrà mai avere successo è che Facebook possiede tutte le nostre connessioni sociali. Chi mai cambierebbe social per trovarcisi da solo? Se tutti i miei amici e i miei contatti sono su Facebook, devo rimanere su Facebook (o su WhatsApp, o su Instagram, o su Snapchat). Ecco, la proposta di Zingales e Rolnik riguarda proprio questo punto: bisogna trasferire la proprietà dei contatti sociali all’utente, e renderla portabile fuori da Facebook.
Il concetto si chiama “social graph portability” e in pratica funziona così. Se mi trasferisco su un altro social network devo avere il diritto di poter continuare a comunicare con tutti i miei contatti che sono rimasti su Facebook, e loro con me. Se loro scrivono qualcosa su Facebook io devo poterlo vedere dal mio social network concorrente, e vice versa – esattamente come posso mantenere il mio numero di telefono se cambio operatore, e continuare telefonare ai clienti di altri operatori.
Il concetto di portabilità delle connessioni sociali è pieno di problemi tecnici e filosofici, e qui sono spiegati piuttosto bene. Ma rompe i monopoli senza danneggiare l'innovazione. E' un buon punto di partenza.
Ok, dopo aver predicato bene adesso razzoliamo male. Ci sono due novità importanti per Silicio e una di queste è che, in attesa che il monopolio sia risolto, abbiamo aperto una pagina Facebook. La trovate qui, mettete “mi piace” e lasciatevi cullare dall’algoritmo. Ci saranno aggiornamenti belli e quotidiani. La seconda novità è che dalla scorsa settimana potete leggere i prossimi numeri di Silicio anche sul sito del Foglio. Funziona come archivio, ma questo non vi esime dal rimanere iscritti.
VALLEY E ALTRE VALLEY
Cosa è successo questa settimana
VIDEO BONUS
La tecnologia più interessante del nuovo iPhone X è Face ID, un sistema di telecamere frontali che consente di sbloccare il telefono semplicemente guardandolo. Questo sistema di telecamere attiva anche le animoji, emoji che assumono le espressioni facciali dell'utente. Era inevitabile, alla fine, che sarebbe arrivato questo abominio (clicca sull'immagine qui sotto per vedere il video). C'è un intero profilo Twitter di queste cose.
LONG READ, METTETEVI COMODI
Ecco un bel pacchetto di long read sulla Cina. Lo so, sembra che qui a Silicio si scriva troppo di Cina e che ci sia un'ossessione. Ma è la seconda potenza economica mondiale, presto sarà la prima, e ci sta facendo le scarpe in campo tecnologico. Meglio abituarsi per tempo, ragazzi.
Eric Schmidt di Google e Bob Work, ex vicesegretario alla Difesa americano, lanciano l'allarme: il fatto che la Cina stia per superare l'America nel campo dell'intelligenza artificiale è il nostro "Sputnik Moment".
Si diceva che c'è poco talento nel campo di studi dell'intelligenza artificiale in giro per il mondo, e che le aziende sono in crisi. Indovinate chi sta facendo salti mortali (e spendendo milioni) per accaparrarsi gli ingegneri migliori? La Cina.
La strategia cinese sull'intelligenza artificiale è ancora più impressionante ora che i tre grandi dell'industria tecnologica locale, Alibaba Baidu e Tencent, hanno creato un consorzio per dominare su tutti gli altri.
E man mano che la Cina avanza verso produzioni tecnologiche sempre più sofisticate, aumentano il suo peso e la sua capacità di imporre le proprie regole. Questo, scrive il New York Times, potrebbe sconvolgere l'ordine commerciale globale.
La Cina si sta prendendo un bel vantaggio anche in un altro campo di ricerca fondamentale: la fisica delle particelle.
Come sappiamo Facebook è bloccato in Cina, ma questo non impedisce a Pechino di spendere ogni anno centinaia di migliaia di dollari per fare propaganda su Facebook a uso dell'occidente.
Infine: un'analisi bella su perché la Cina è diventata la nuova terra promessa della sharing economy, con tutto ciò che questo significa.
Lo scrittore James Bridle firma su Medium un pezzo lunghissimo per spiegare una cosa difficile e inquietante. Su Youtube si è creato un gigantesco mercato di video per bambini, spesso anche molto piccoli. Questi video sono creati da piccoli studi di infima qualità, che usano sistemi algoritmici per creare e piazzare i video sulla piattaforma. Il problema è che in parte a causa dell'algoritmo e (forse) in parte a causa di agenti malevoli questi video creati automaticamente diventano mostruosi e traumatizzanti. E decine di milioni di bambini li guardano ogni giorno. C'è qualcosa di sbagliato con internet, conclude Bridle.
Una bella inchiesta del Guardian sulla sorveglianza sul posto di lavoro. Come assicurarsi che i dipendenti che lavorano da remoto lavorino davvero? Fotografarli ogni dieci minuti dalla fotocamera del loro laptop.
A proposito di sorveglianza: Facebook ha un modo per capire chi sono tutte le persone che incontriamo nella vita reale.
Quali effetti ha sul nostro cervello ascoltare 35 ore di podcast a settimana? (Speriamo buoni).
Perché nei film e nei libri fantascientifici va sempre tutto malissimo? La fantascienza si occupa del futuro, ma in realtà ha paura del futuro.
Un neuroscienziato e un compositore musicale hanno scritto insieme un libro sulla creatività e sul genio (che, spoiler, non esiste). Intervista di The Verge.
L'industria tech è nel bel mezzo di una crisi adolescenziale, scrive Mark Scott su Politico.
APP DELLA SETTIMANA
Il nome pronunciato da un italiano non è il massimo. Ma Stocard è una app utile: conserva sul cellulare tutte le carte fedeltà dei supermercati e dei negozi che di solito gonfiano a dismisura il portafogli. Si registra la carta su Stocard e la app produce il codice a barre corrispondente da far vedere alla cassa. Occhio però: non tutti i supermercati italiani riconoscono i codici. Qui per iPhone e qui per Android.